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Lucidity Silent 2

So here it is, another chance
Wide awake you face the day
Your dream is over… or has it just begun?

Silent Lucidity, Queensryche

Settimana scorsa scrivevamo: può una crisi di debito risolversi aumentando ulteriormente i debiti? Siamo davvero convinti che la stampa di moneta crei benessere nel lungo termine e risolva qualsiasi disequilibrio?

Sappiamo bene che l’economia “per sè“ non è mai in equilibrio: il concetto accademico di ciclo economico trova la sua ragione d’essere nel susseguirsi di fasi diverse, alcune espansive, altre di contrazione, che continuamente si alternano. Ad un ritmo stabile nella sua ripetitività. Per gli americani sono i “boom and bust cycles”.

Poi entra in gioco l’essere umano e la dimensione politica: chi esercita il potere sa bene che la maniera migliore per farsi rieleggere è prolungare le fasi di benessere, dunque di espansione economica. Ma come si fa a convincere l’elettorato in fasi economiche decrescenti? Stampando moneta! Una strategia seguita in modo ripetitivo da tutte le civiltà che nei secoli si sono succedute.

Nel seguito analizzeremo due esempi, temporalmente molto distanti tra loro, ma concettualmente molto affini:

  • Roma e la crisi del III secolo
  • La repubblica di Weimar

CRISI DEL III SECOLO

Compresa tra il 235 ed il 284, è il momento che contrassegna il passaggio dal mondo classico vero e proprio a quello della tarda antichità, che porta già dentro di sé gli elementi degenerativi propri del Medioevo.

Tutta una serie di elementi dovrebbero risuonare familiari:

  • TRADE WARS: aumento della pressione dei barbari sui confini, le famose invasioni barbariche avvennero infatti giusto nel III secolo; il tradizionale utilizzo della diplomazia tipico dell’era di Augusto non dava più i risultati abituali, diveniva dunque necessario un immediato ricorso alla forza. Risultava comunque sempre più complicato tenere sotto controllo un impero vastissimo: la spesa per la difesa arrivò ad assorbire fino al 60% delle entrate tributarie
  • RIOTS: disordini interni, che misero fine alla proverbiale tradizione di unità dell’impero
  • COVID: una pesantissima epidemia di peste colpì i territori dell’impero dal 250 al 270, mietendo milioni di vittime e riducendo la popolazione del 30%, da 70 a 50 milioni
  • CRISI FINANZIARIA

La discesa demografica legata ai numerosi conflitti e alla peste fece si che molte terre venissero abbandonate e rese incolte (agri deserti). L’economia dell’impero era stata inoltre messa in ginocchio dalle scorrerie dei barbari, dalle incursioni di bande di malintenzionati, nonché dal momento non felice delle armate romane alla ricerca di sostentamento che avendo nel frattempo preso in carico le funzioni di riscossione delle tasse, avevano trasformato questo incarico in un conclamato abuso o saccheggio.

La pressione fiscale divenne man mano insostenibile per molti piccoli proprietari che erano costretti ad indebitarsi, vendere le proprie terre e ad andare a lavorare in semi-schiavitù sotto i grandi proprietari terrieri (THE WINNER TAKES IT ALL e la polarizzazione della ricchezza).

Per mantenere il controllo in tempi così problematici, gli imperatori che si susseguivano erano costretti a favorire in tutti i modi i militari, ampliandone le fila e aumentando paghe e benefits.

Con quello che restava dopo aver accontentato le milizie, si pensava al sostegno dei disoccupati e al sostegno delle famiglie per cercare di invertire la tendenza demografica.

Il risultato fu un’inflazione galoppante: quando Diocleziano arrivò al potere il sistema monetario era talmente al collasso che le tasse si pagavano in natura invece che in moneta. Il Denario, la valuta del tempo, in 300 anni aveva visto scendere la percentuale di argento dal 98% al 2.5%:

Certo la storia non si ripete mai identica ma i cicli da Polibio fino a Vico hanno sempre rappresentato una costante dell’esistenza umana. E molti sintomi di allora si ritrovano puntuali ai nostri giorni: deficit, eccesso di indebitamento, currency debasement, rivolte, rallentamento del trade globale, possibili conflitti.

WEIMAR

Nel 1914 invece, allo scoppio della Prima Guerra Mondiale, per fronteggiare l’immane sforzo bellico, la Germani abolì la convertibilità aurea del marco. I costi astronomici del conflitto furono sostenuti in primis tramite l’indebitamento che si sperava di ripagare a spese dei vinti ma tutti sappiamo che per la Germania il conflitto non terminò secondo le attese. Durante gli anni della guerra, l’inflazione aumentò di media del 28.3%; nel periodo immediatamente successivo al conflitto, raggiunse il 662% con picchi tra 1921 e 1923, la cosiddetta “iperinflazione di Weimar”. Il Papiermark (“marco di carta”), venne emesso anche in tagli da 100.000.000.000.000— …

Un dollaro valeva nel 1921, 65 marchi, nel novembre del 1923, 4.200.000.000.000 marchi. Francobolli da 5 miliardi di marchi erano utilizzati per spedire le cartoline. Nel luglio del 1923, il quotidiano Neue Berliner Zeitung, riporta la notizia che alla Borsa di New York, un dollaro vale ormai un milione di marchi:  

A seguire invece un grafico dell’oro valutato in marchi tra il 1918 e il 1923:

In entrambi i casi, il denominatore comune è il finanziamento di una quota consistente di spesa pubblica attraverso l’emissione di moneta anziché tramite le imposte. Il grande vantaggio è che l’inflazione riduce il valore reale del debito, che in questo modo si può saldare in modo molto rapido.

Per l’alterazione profonda che ne deriva alla distribuzione dei redditi, l’iperinflazione ha sempre ripercussioni sull’equilibrio politico del sistema: l’incertezza sul valore della moneta, si trasmette sull’intera attività economica, scoraggiando gli investimenti, con evidenti conseguenze su Pil e occupazione. E, per tornare a temi connessi ai mercati finanziari, sulla VOLATILITA’…

Per approfondire l’argomento, che è di assoluto rilievo, chiudiamo con un grafico del VIX (l’indice della volatilità), che mentre scriviamo viaggia attorno a 32. Il Vix, che il Sole 24 Ore adora definire “l’indice della paura”, a nostro avviso potrebbe essere denominato in modo più appropriato come “indice dell’incertezza”, dato che più alto è, più diventa complicato fare previsioni sull’andamento futuro del prezzo dell’attività finanziaria a cui è associato.

Negli ultimi cinque anni, il Vix è stato sopra il livello di 25 nei seguenti periodi:

  • 10 giorni, ad Agosto 2015
  • 10 giorni, tra Gennaio e Febbraio 2016
  • 5 giorni a febbraio del 2018
  • 10 giorni a dicembre del 2018
  • 125 giorni nella crisi attuale, partendo dal 24 febbraio di quest’anno

Sembra paradossale che nonostante l’interventismo proattivo e di grandissimo momento di governi e banche centrali a cui abbiamo assistito, dove trillions hanno sostituito i billions, il magnifico recupero dei mercati azionari, le dichiarazioni sull’imminente boom dell’economia americana nel Q3 2020, l’indice della paura non sia ancora sceso a livelli più consoni con “lo scampato pericolo”.

Lasciamo che a fornire una spiegazione sia uno dei maestri riconosciuti del trading sulla volatilità, Chris Cole, attraverso un paio di recenti e magistrali (specie il primo) Tweet:

La possibilità di eliminare qualsiasi rischio dalle nostre vite e dai mercati finanziari, un mondo insomma dove si vince e basta, sempre e comunque, riuscirà finalmente ad affermarsi grazie ai politici e ai banchieri centrali che operosi si prodigano? Saranno Powell e Trump, Conte o la Merkel, Di Maio o Christine Lagarde i demiurghi del nuovo millennio?

Finché respiro, spero.

(Marco Tullio Cicerone)