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Crazy

I remember when

I remember, I remember when I lost my mind

There was something so pleasant about that place

Even your emotions have an echo in so much space

And when you’re out there, without care

Yeah I was out of touch

But it wasn’t because I didn’t know enough

I just knew too much

Crazy

Gnarls Barkley, 2006

Nel nostro precedente scritto, abbiamo cercato di evidenziare come prima dell’intervento monetario delle banche centrali, la deflazione sia la naturale tendenza del sistema economico attuale: tecnologia, off-shoring, ribassi dei mercati, invecchiamento della popolazione, il trade surplus di certe economie importanti sullo scacchiere internazionale, wealth inequality, zombie companies e la necessità di dedicare risparmio alla riduzione di debiti che hanno raggiunto livelli stellari, spingono chiaramente in quella direzione.

E’ dunque naturale che le banche centrali agiscano con una spinta in direzione contraria con l’obiettivo di generare una moderata ma continua spinta inflazionista per contrastare queste possenti forze che lavorano all’unisono: da qui i target di 2% che sia BCE che FED hanno come obiettivi di inflazione dichiarata attraverso il ciclo economico.

Provando a prendere un po’ di prospettiva, facilmente ci rendiamo conto di come lo sforzo di QE della Fed dal 2008 al 2014, sebben sia stato di trillions, non fosse comunque tale da fare davvero la differenza:  il valore della ricchezza delle famiglie americane durante la crisi di Lehman era scesa da 71 a 60 trillions in meno di due anni, sono poi serviti 4 anni (2012) per recuperare i livelli pre-crisi.

Per questo motivo lo sforzo del QE (3.6 trillions) era comunque contenuto sia rispetto al valore di partenza (71 tr) sia rispetto al gap che si era andato a creare durante la crisi (71-60=11 tr). La moneta creata dalla FED era dunque servita a compensare solamente in parte un piu’ importante shock deflazionistico. Senza considerare che la maggior parte del beneficio era stato goduto dai detentori di financial assets, cioè il top 10% della popolazione. La FED dedicando la maggior parte delle risorse al sostegno degli attivi finanziari, non solo ha contribuito a polarizzare la ricchezza ma anche ad aumentare la deflazione. Come ben evidenziato dal grafico che segue, negli ultimi 30 anni, il top 1% della popolazione, ha aumentato il controllo della ricchezza globale in USA, dal 60% al 70%:

Se il QE era dunque di dimensione limitata sia rispetto al valore di partenza della ricchezza delle famiglie, che rispetto al gap che si era andato a creare durante la crisi, va aggiunto che solo una parte dello stesso era finito nelle tasche di Main Street, dato che la maggior parte dello stesso era servito per sostenere il mercato dei mutui, il mercato finanziario, e per ricapitalizzare le banche; si evince che l’unico impatto davvero inflattivo sia stato dunque sui prezzi delle attività quotate, la Borsa insomma, che ne ha tratto grande beneficio.

Dieci anni dopo la crisi di Lehman che aveva innescato i primi interventi di QE, ecco la crisi da Covid che scatena un ulteriore shock deflazionistico: milioni di persone che perdono il lavoro, il valore delle attività finanziarie e immobiliari che scende mentre il debito resta fermo, non si riduce, attende i soliti pagamenti mensili…

Il governo americano inietta quasi tre trilioni di dollari in tre mesi, la FED compra corporate bonds e qualsiasi tipo di debito come se non ci fosse un domani, il bilancio della stessa rischia di aumentare nel corso del 2020 di 6 trilioni di dollari, superando i 10 trilioni…

La magnitudine dell’intervento si spiega con la necessità di fare fronte ad una tendenza deflazionistica sincronizzata su scala globale e che tocca sia la domanda che l’offerta: rischiamo di avere una tendenza deflattiva sui beni voluttuari, accentuata dalla necessità di ogni soggetto economico di ridurre il proprio indebitamento arrivato ai massimi storici e allo stesso tempo una tendenza inflattiva sui beni di primo consumo che durante il Covid in alcuni momenti erano scomparsi dagli scaffali dei supermercati.

Anche il credito si sta restringendo: ne avevamo già parlato ma le principali banche americane hanno reso piu’ selettivi gli standard per erogare i mutui; ed il credito è stato il driver principale di espansione dei consumi nelle ultime decadi.

Saranno sufficienti 6 trilioni di espansione monetaria nel corso del 2020 a compensare tutti gli importanti elementi deflattivi come contrazione del credito, disoccupazione, deflazione su spese voluttuarie, attendismo delle imprese sul Capex, “la scomparsa di risorse” da dedicare ai consumi, per la necessità di ridurre l’indebitamento?

Quello che di sicuro possiamo affermare è che 6 trilioni potranno al massimo fermare le spinte deflazionistiche ma è impossibile che possano alimentare un’inflazione solida e consistente nei prossimi tempi.

Proviamo a ragionare su quello che ormai è lo scenario base, per assurdo che possa sembrare: cosa potrà invece succedere se la FED tra 2020 e 2021 deciderà di stampare 15-16 trilioni di dollari, portando la sua cifra di bilancio in 24 mesi da 4 trilioni a 20 trilioni? Magari dedicando una porzione importante di questo denaro a supportare Main Street con helicopter money e bonifici a go-go sui conti correnti di tutti i cittadini?

Chi governerà avrà davanti una scelta molto complicata: helicopter money per tutti sfidando qualsiasi ortodossia, cancellando qualsiasi logica capitalistica per cui “vince chi se lo merita” o gente per strada a protestare, violenze e scontri sociali?

Interventi di questo tipo porterebbero gli Stati Uniti ad un rapporto debito/PIL molto simile a quello che l’Italia rischia di avere alla fine del 2021, cioè 150-160%.

Se l’inflazione ripartirà in seguito a questi interventi dipenderà da quale porzione di questi dollari stampati dal nulla finirà nelle mani di Main Street e come andrà a finire il processo che riporterà molte produzioni industriali a casa dalla Cina e da alcuni paesi emergenti.

I mercati stanno già dando la loro risposta, noi da italiani che abbiamo sempre visto tutto prima (per i duemila anni di storia, quindi per il secondo debito pubblico più importante del mondo dopo il Giappone), possiamo abbozzare la nostra previsione di end game. Nessuno è piu’ autorevole del nostro Premier che a luglio, abitualmente periodo di Mondiali di calcio, fornisce la sua versione dei fatti… prima con un cameo visual stile Paolo Rossi …

… poi a parole: giusto un paio di mesi fà, quando dava il suo punto di vista su come gestire i negoziati con l’Europa in un’intervista al Corriere della Sera:

Se vado in banca e chiedo 37 miliardi poi li devo restituire… se si può evitare è meglio.

Come dicevo il mercato si allinea alla visione del Premier, con l’oro che da inizio anno avanza del 24%, facendo addirittura meglio del Nasdaq facendo chiaramente capire la direzione dell’End Game: printing, printing, printing…

Buone vacanze