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Deal or Not Deal

“Perché, chi sarebbe capace di sopportare le frustate e le irrisioni del secolo, i torti dell’oppressore, gli oltraggi dei superbi, le sofferenze dell’amore non corrisposto, gli indugi della legge, l’insolenza dei potenti e lo scherno che il merito paziente riceve dagli indegni, se potesse egli stesso dare a se stesso la propria quietanza con un nudo pugnale? chi s’adatterebbe a portar cariche, a gemere e sudare sotto il peso d’una vita grama, se non fosse che la paura di qualcosa dopo la morte – quel territorio inesplorato dal cui confine non torna indietro nessun viaggiatore – confonde e rende perplessa la volontà, e ci persuade a sopportare i malanni che già soffriamo piuttosto che accorrere verso altri dei quali ancor non sappiamo nulla.” (William Shakespeare, Amleto)

A pochi giorni dalla scadenza del periodo di transizione, cioè il 31 dicembre 2020, Unione Europea e Regno Unito sono ancora lontani da un accordo e si continua a trattare.

In questi giorni, ci sembra opportuno fare il punto sulla situazione e sottoporvi quella che ci appare come la questione geopolitica di fondo alla base della Brexit e delle difficoltà giungere ad un accordo: il futuro del Regno Unito.

Il Regno Unito non è come gli altri Stati nazione europei, è un unicum: il nucleo residuo del più vasto impero della storia. Al suo interno convivono diverse nazioni (Inghilterra, Galles, Scozia e Irlanda) e, da questo punto di vista, il Paese europeo più simile ad esso è la Spagna con la Catalogna. En passant, ricordiamo che tradizionalmente si parla infatti di “Spagne”.

Il Regno Unito, oggi, vive una situazione simile a quella della Russia postsovietica, intenta a salvaguardare ad ogni costo la propria influenza sul suo estero vicino. In Inghilterra, infatti, è forte la preoccupazione che le forze centrifughe dei nazionalismi portino progressivamente alla sua scomparsa. Mentre il Galles è allineato alla nazione dominante, i problemi vengono da Scozia e Irlanda del Nord:

– la Scozia ha tentato la strada dell’indipendenza via referendum il 18 settembre 2014: pur imponendosi il “no” col 55% dei voti, è questo il momento in cui gli inglesi si rendono conto che la Scozia potrebbe lasciare concretamente il Regno Unito e diventare una nazione indipendente

– per quanto riguarda l’Irlanda, ricordiamo che i cosiddetti accordi del Venerdì Santo, siglati nel 1998 per porre fine ai Troubles (l’insieme delle violenze e delle divisioni che hanno causato la morte di 3.600 persone in Irlanda del Nord dalla fine degli anni Sessanta), prevedono che venga concesso un referendum per l’adesione dell’Ulster alla Repubblica di Dublino qualora la maggioranza lo chiedesse (secondo le proiezioni demografiche, i cattolici favorevoli all’unificazione potrebbero diventare maggioranza nei prossimi anni).

Gli inglesi sono impegnati a mantenere unito ciò che resta dell’impero e la Brexit non è altro che un mezzo, seppur azzardato, per riaffermare il dominio inglese ed escludere ogni possibilità che la costruzione europea venga utilizzata per perseguire finalità indipendentiste.

In altri termini, la Brexit è solo un tassello della risposta inglese al pericolo che tra 10 o 15 anni il Regno Unito così come lo conosciamo non esista più.

La risposta politicamente più articolata alle tendenze disgregatrici si chiama Global Britain. Con questa espressione si indica l’idea di riposizionamento del Regno Unito nello scenario mondiale a seguito della Brexit. L’idea di fondo è che il Regno Unito non si troverà isolato e sarà in grado di utilizzare appieno il suo potenziale seguendo direttrici diverse, prima tra tutte quella atlantica e quella che lo lega alle ex colonie del Commonwealth.

Il Global Britain serve, quindi, a cementare l’unità del Paese: offre una narrativa alternativa a quella dell’indipendenza, nonché la prospettiva di benefici materiali. La premessa perché questo succeda è un Regno Unito compatto intorno al suo centro nevralgico: l’Inghilterra.

L’idea del Global Britain risale a Theresa May che in essa aveva condensato una serie di obiettivi oltre al recupero della piena sovranità politica.

Sul piano internazionale, il Global Britain viene declinato come una sorta di neoimperialismo con il rafforzamento delle relazioni con il Commonwealth in nome dei legami storici. Per quanto possa apparire conveniente, si tratta di una scommessa rischiosa in quanto non si può ignorare che l’Impero sia ormai un retaggio del passato: le ex colonie appartenenti all’anglosfera guardano maggiormente agli Stati Uniti e vogliono essere trattate da attori alla pari.

Per quanto riguarda i rapporti con gli Stati Uniti, nel pieno delle tensioni con la Cina, il tentativo di muoversi autonomamente ha messo in crisi lo storico asse tra Londra e Washington. In gennaio, infatti, il Regno Unito aveva concesso a Huawei di partecipare alla costruzione della rete 5G. Mossa non gradita dalla Casa Bianca che ha fatto pressioni per far cambiare idea al governo Johnson e Londra si è prontamente riallineata con Washington facendo dietrofront. I rapporti con Pechino si sono ulteriormente raffreddati su Hong Kong dopo l’apertura di Johnson alla possibilità di concedere la cittadinanza britannica agli abitanti della città asiatica e la modifica dell’accordo di estradizione.

Ciò fa capire come il Global Britain vada letto perlomeno come ridimensionato rispetto ai desiderata iniziali, in quanto Londra, in nome dell’alleanza atlantica, fatica a riaffermarsi come attore globale indipendente.

In tal senso, in attesa di definire i suoi rapporti con l’UE, il Regno Unito sta cercando di siglare accordi commerciali con altri paesi per reggere l’urto economico della Brexit e dimostrare la bontà della propria scelta al suo interno. Con un no deal, infatti, dal 1 gennaio 2021 il Regno Unito dovrà affidarsi solo alle condizioni dettate dal WTO e sugli agreement bilaterali.

Il punto fondamentale, la vera questione strategica, dei negoziati sulla Brexit è il confine che separa Irlanda del Nord e Repubblica d’Irlanda. È qui che entra in gioco il controverso “backstop”: una clausola che serve a mantenere senza barriere il confine qualora il Regno Unito lasci l’Ue senza un accordo. Questo manterrebbe le due Irlande in un unico territorio doganale con l’UE.

Quando nel novembre 2018, l’allora primo ministro Theresa May, aveva dichiarato di sostenere un accordo che includeva il backstop, aveva determinato il dissenso da parte di molti parlamentari di Westminster, i quali temevano che sarebbe stato utilizzato per intrappolare permanentemente il Regno Unito nell’unione doganale dell’UE, impedendo al paese di raggiungere i propri accordi commerciali e, con il confine doganale spostato nel tratto di mare che separa Irlanda e Gran Bretagna, di controllare il Mare d’Irlanda.

Così, qualche mese fa, Boris Johnson ha presentato in Parlamento una legge, chiamata Internal Market Bill, che ripudia l’accordo sulla Brexit siglato con la UE, abbattendo il confine commerciale nel mare d’Irlanda. In pratica: se l’Irlanda del Nord fa parte del mercato europeo, le merci in arrivo dalla Gran Bretagna dovrebbero essere controllate ma l’Internal Market Bill impedisce simili controlli. Questo ha suscitato una certa preoccupazione in America per la situazione irlandese, provocando perfino un monito di Joe Biden (di origini irlandesi): “Nessun patto commerciale fra Usa e Regno Unito, se la Brexit mette a repentaglio la pace in Irlanda”.

Pertanto, Boris Johnson prima di presentarsi alle trattative con Ursula von der Leyen ha eliminato le clausole dell’Internal Market Bill che apparivano a molti come una violazione del diritto internazionale.

Tuttavia, anche se il Regno Unito e l’Unione Europea raggiungessero un accordo, questo non coprirebbe il settore più importante della Gran Bretagna e molto ambito dall’UE: la finanza.

L’uscita del Regno Unito dal mercato unico europeo significa che le banche, le borse e le società finanziarie con sede a Londra perderanno l’accesso automatico ai mercati dell’UE a partire dal 1 gennaio. Per servire i clienti nell’UE il prossimo anno, le istituzioni con sede nel Regno Unito dovranno ottenere diritti di equivalenza, in base ai quali l’UE permette loro di svolgere determinate attività finanziarie.

Londra, però, potrebbe conservare il primato come hub finanziario grazie ad un regime normativo più favorevole. La deregolamentazione dopo la Brexit potrebbe contribuire a persuadere le imprese di servizi finanziari a rimanere nel Regno Unito. Secondo molti analisti, potenziando l’attività offshore, Londra punterà a drenare capitali sul suo territorio, alimentando così un sistema economico fondato sull’interconnessione ai mercati finanziari.  Si tratta della cosiddetta opzione “Singapore sul Tamigi”: un approccio leggero alla regolamentazione sul modello iperliberista della città Stato, una politica di sconti fiscali, costruzione di zone economiche speciali, deregolamentazione bancaria e stimolo monetario all’afflusso di capitali. La Brexit, dunque, intesa non come una chiusura autarchica ma come la premessa di una più ampia apertura al mondo e, soprattutto, alla finanza.

Il voto degli sconfitti della globalizzazione premierà dunque la finanza londinese?

Johnson è conscio di questo rischio ed è probabile che cercherà di declinare il modello Singapore in maniera diversa. Sebbene il conservatorismo inglese sia orientato verso un’economia leggera, è vero anche che è definito da un forte senso della nazione e di difesa del Regno. Quest’ultimo tratto spiega perché Johnson abbia avviato il suo governo con il rilancio del salario minimo e la nazionalizzazione della ferrovia Northern Rail, due mosse che consolidano la presa dei conservatori sul nuovo bacino elettorale fatto anche di ex elettori laburisti della classe operaia.

Il premier, fin dall’inizio del suo mandato, ha chiarito che Brexit significa soprattutto autonomia normativa. Così, il suo capo negoziatore Lord Frost in un’udienza a Bruxelles ha spiegato che regolamentare l’agricoltura nel Regno Unito significa produrre regole più adatte al Regno Unito “piuttosto che essere costretti a lavorare con regole progettate per condizioni di crescita nella Francia centrale”. Il governo, quindi, non appare del tutto propenso a trasformare il Regno Unito in un paradiso fiscale ma più a favorire l’attivismo di Stato per promuovere le imprese del futuro. È interessante notare che si tratta di un ordine del giorno che di solito associamo ai laburisti, non ai conservatori.

Il riferimento a Singapore, che ricostruì la sua economia dalle ceneri della Seconda guerra mondiale, rimane valido in quanto Downing Street vede nel Take back control e nel Global Britain un modo per riavviare l’economia britannica senza ingerenze da parte di Bruxelles. In altri termini, il futuro del Regno Unito sembra più orientato verso uno “Stato imprenditoriale” che al modello Thatcher. “Alla Singapore” forse, ma non esattamente quello di Singapore.

In conclusione, la sfida di Boris Johnson è quella di salvaguardare gli interessi strategici del Regno Unito e di trovare un equilibrio tra realtà ed aspirazioni, tra conservazione dell’integrità del Regno e proiezione globale.

Attendiamo l’esito di questa trattativa leggendo l’Amleto. Con la sua anima ferita e tormentata, il giovane principe di Danimarca s’interroga sul comportamento più giusto da seguire per assolvere il dovere della vendetta, sul confine tra il bene e il male, sulle ragioni per vivere il presente e per comprendere il destino ultimo dell’uomo. I suoi dubbi lo spingono ad avere dei comportamenti contraddittori: a volte è un sognatore erudito e indolente, a volte è un assassino impulsivo e brutale; in alcune occasioni è tenero, amorevole, sensibile, raffinato, in altre è spietato, beffardo e perfino volgare. In Amleto vi è l’incertezza tra essere e apparire, tra pensiero e azione.


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