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A kind of magic

One dream, one soul

One prize, one goal

One golden glance of what should be

It’s a kind of magic

One shaft of light that shows the way

No mortal man can win this day

It’s a kind of magic

A kind of magic

“A kind of magic” album

Queen, 1986

“Siamo vecchi, Chevalley. Molto vecchi. Sono almeno venticinque secoli che portiamo sulle spalle il peso di magnifiche ed eterogenee civiltà. Tutte venute da fuori, nessuna fatta da noi, nessuna che sia germogliata qui. Da duemilacinquecento anni non siamo che una colonia. Oh, non lo dico per lagnarmi, è colpa nostra. Ma siamo molto stanchi, svuotati, spenti.” (G. Tomasi di Lampedusa, Il Gattopardo)

La settimana appena conclusa ha visto la nascita del governo di Mario Draghi, “the Premier of last resort”. Con questo scritto, vogliamo fare un po’ di chiarezza sulla sua genesi guardando agli equilibri geopolitici che la sottendono.

Facciamo subito chiarezza: l’arrivo di Mario Draghi non è il risultato di un’improvvida crisi determinata dall’egocentrismo dell’ex premier Matteo Renzi ma risponde all’esigenza di trovare un equilibrio tra europeismo ed atlantismo non esattamente coincidenti.

Innanzitutto, con Draghi vi è una sorta di ri-allineamento con la nuova amministrazione statunitense: quanto accade negli Stati Uniti infatti, si ripercuote sempre sulla politica italiana. Guardando agli anni della cosiddetta seconda Repubblica, dal 1994 in poi, possiamo notare come il colore politico del governo italiano tenda ad uniformarsi a quello di Washington.

Con la vittoria di Biden, era facile pensare si generasse un clima favorevole ad un graduale riallineamento degli equilibri politici italiani a quelli statunitensi, soprattutto con l’inasprirsi della lotta politica tra opposte fazioni che in America è culminata con l’irruzione al Congresso ad opera dei sostenitori di Trump.

Ciò ha suscitato un’ondata di condanne nei confronti del magnate newyorkese anche fuori dagli Stati Uniti e in Italia ha spinto alcuni soggetti politici, desiderosi di accreditarsi alla nuova realtà americana, ad avviare la crisi e liquidare il premier Conte, colpevole di aver assecondato l’amministrazione Trump durante il viaggio romano dell’ex procuratore generale William Barr che indagava sul contro-dossier legato al Russiagate e di aver tentennato nel condannare esplicitamente il tycoon durante l’assalto al Campidoglio, come non ha mancato di sottolineare l’ex sindaco di Firenze durante la sua conferenza stampa. Va ricordato anche che nel corso del quadriennio trumpiano, l’Italia ha di fatto permesso alla Cina di accrescere significativamente l’influenza sul nostro paese, suscitando non poca irritazione oltreoceano (ricordiamo che l’Italia è stato l’unico paese europeo a firmare un memorandum di intesa con la Cina).

Il dramma di Capitol Hill, inoltre, introduce un’importante novità: l’allineamento coinvolge tutte le forze politiche, opposizioni comprese, in una sorta di nuovo arco costituzionale che dividerà in futuro gli interlocutori considerati legittimi dagli Stati Uniti e quindi abilitati a governare, da quelli a cui questo status sarà di fatto negato. Emblematico, in tal senso, il riposizionamento di forze sovraniste come la Lega.

Con Draghi le cose dovrebbero cambiare perché non solo è un atlantista ma è anche molto vicino a una parte consistente degli apparati americani.

Rectangle: Rounded Corners: “L’Italia si adopererà per alimentare meccanismi di dialogo con la Federazione Russa. Seguiamo con preoccupazione ciò che sta accadendo in questo e in altri paesi dove i diritti dei cittadini sono spesso violati. Seguiamo anche con preoccupazione l’aumento delle tensioni in Asia intorno alla Cina.” (Mario Draghi, discorso programmatico al Senato)


Melvin Krauss, professore emerito di Economia alla New York University, in un lungo editoriale sulla prestigiosa rivista Project Syndicate dal titolo eloquente: Draghi and the defense of democracy, spiega come all’ex presidente della Banca centrale europea sia stato chiesto di formare un governo di unità nazionale in Italia in un momento cruciale per l’Europa, di fronte a sfide esterne come Russia e Cina e alle minacce interne dei populisti.

Krauss indica in un approccio “trade first” nei confronti della Russia e della Cina il cambiamento necessario: sulla falsariga americana, l’Europa dovrebbe dunque allinearsi e colpire commercialmente i due blocchi antagonisti. I numeri non sono però banali. La Russia è il quinto partner commerciale dell’UE e l’UE è il principale partner commerciale della Russia, con un fatturato di beni pari a 232 miliardi di EUR (279 miliardi di dollari) nel 2019. Il disavanzo commerciale dell’UE con la Russia (57 miliardi di EUR nel 2019) è secondo solo al suo deficit con la Cina. L’Unione europea ha invece bisogno di una politica commerciale che riconosca che il commercio è la miglior leva per la sicurezza della regione. Secondo Krauss, dunque, Merkel dovrebbe ad esempio chiarire a Putin che la continua persecuzione di Navalny metterà a repentaglio il completamento di Nord Stream 2. Inoltre, il trattamento riservato agli stati membri sempre più autoritari dell’UE, Ungheria e Polonia, dovrebbe essere altrettanto duro. Il mancato rispetto dello Stato di diritto dovrebbe significare una limitazione dell’accesso non solo ai finanziamenti dal bilancio dell’Unione europea, ma anche al mercato stesso dell’Unione.

Sempre secondo Krauss, saranno richiesti negoziati molto delicati per convincere i paesi meridionali dell’UE, restii ad accettare politiche restrittive nei confronti della Federazione Russa (Macron, ad esempio, fin dall’inizio del suo mandato ha attribuito grande importanza alle relazioni della Francia con la Russia: ha ospitato Putin al Palazzo di Versailles, ha guidato una delegazione di affari al Forum economico internazionale di San Pietroburgo e ha sottolineato l’importanza della Russia nel risolvere la crisi siriana e la crisi nucleare dell’Iran in molte occasioni), ad avviare una politica commerciale che rifletta gli interessi N.A.T.O. (di cui i paesi europei sono parte) in materia di sicurezza. Ma ci sono cose che gli Stati membri dell’Europa meridionale vogliono – come gli eurobond, regole di bilancio più indulgenti, protezione per le loro banche o persino uno stimolo fiscale nordeuropeo – e che potrebbero essere messe in gioco. Qui è dove Draghi potrebbe dare un enorme contributo. L’uomo del “whatever it takes” che ha salvato l’euro ha l’esperienza e la conoscenza per mediare tra il nord e il sud dell’Europa: concessioni economiche in cambio di una politica commerciale dura nei confronti della Russia e della Cina.

Infatti, Roma è parte importante di un’Unione Europea i cui assi geopolitici di riferimento stanno accentuando la propria divergenza da quelli statunitensi, come provano la firma del CAI (Comprehensive agreement on investments), cioè il maxi-accordo sugli investimenti siglato fra Cina e UE a dicembre su spinta della Germania senza aspettare un confronto con l’alleato americano (consultazioni “sarebbero gradite”, aveva twittato infastidito il neo-Consigliere per la Sicurezza nazionale Jake Sullivan) e l’elezione di Armin Laschet a guida della CDU e probabile successore di Angela Merkel, già distintosi per il favore accordato al dialogo con la Federazione Russa e all’approfondimento del dialogo con Pechino.

Altro elemento importante è, dunque, il rapporto tra Stati Uniti e Germania. Nonostante la vittoria di Biden, in Germania la diffidenza nei confronti degli Stati Uniti è forte: per il 51% dei tedeschi Berlino e UE devono rendersi più indipendenti da Washington (cfr. Nach US-Wahlen: Deutsche verlieren Vertrauen in US-Demokratie, Körber-Stiftung, 23.11.2020). Tale atteggiamento deriva da almeno due fattori: la sfiducia crescente nella stabilità degli Stati Uniti e nella legittimità della democrazia americana; l’ampio disallineamento tra le prospettive tedesche e americane, che apre lo scenario della riaffermazione della Germania come soggetto politico geopolitico compiuto. Scenario che risveglia il grande incubo degli USA ovvero che la Germania possa creare nel Vecchio Continente un proprio spazio di influenza geopolitica e geoeconomica che alimenti potenziali terreni di intesa con Cina e Russia. Vanificando l’impegno di Washington in Europa, teso a prevenire tale eventualità.

Draghi assicura gli Usa che questo scenario verrà scongiurato e che l’Italia terrà ben saldo l’asse con gli Usa.

Tuttavia, il governo Draghi non è gradito solo agli Stati Uniti ma anche alla stessa Germania. Ma da dove giunge la “solidarietà” tedesca nei confronti del nostro Paese?

Con buona pace degli idealismi che tanto ci appassionano, è difficile ipotizzare di trovare la risposta nello spirito di solidarietà europea. Il filo che unisce i due Paesi è, infatti, principalmente economico. L’Italia del nord è quella che la Germania vuole salvare, la sezione della nostra penisola che deve rimanere agganciata alla catena del valore tedesca.

Italia e Germania non si scambiano solamente prodotti finiti, cibo e vestiti in cambio di macchine e birra. Questi scambi sono importanti, certo, ma l’alleanza strategica si fonda su un altro concetto, molto pratico: quello delle catene globali del valore.

Roma e Berlino, in questo senso, sono complementari: la manifattura tedesca eccelle anche grazie ai macchinari italiani, che compongono il 14,8% dell’export italiano verso la Germania. Ma l’Italia esporta in Germania anche molti semilavorati, come prodotti in metallo, che valgono il 16,3% del totale dell’export, e materie prime, come prodotti chimici (7%), gomme e plastiche (5,2%) e minerali (2%). Questi beni, che compongono buona parte delle fasi intermedie della catena globale del valore del manifatturiero, valgono insieme il 45,3% delle esportazioni italiane in Germania. Si supera la metà dell’export se si aggiunge il comparto farmaceutico, che vale il 6%.

Visto l’aumento degli scambi commerciali tra i due Paesi e il ruolo centrale della manifattura, non c’è da stupirsi se proprio questo settore abbia assunto negli ultimi anni un andamento praticamente coincidente, come riportato nel grafico.

La locomotiva d’Europa perde quota e rischia di trascinare con sé l’Italia. La Germania ha chiuso il 2020 con il Pil in calo del 5% e ha aggiornato al ribasso (dal +4,4% al +3%) le stime sulla crescita del 2021, indebolita dalla recrudescenza del virus e dal secondo severo lockdown. Questa è una pessima notizia per l’industria e per il Pil italiano: i due sistemi di produzione sono fortemente interconnessi.

In tal senso, con il Recovery Fund la Germania compie uno scatto in avanti decisivo per salvare l’Italia e l’eurozona ed il ministero della Transizione ecologica è una mossa geopolitica che arriva direttamente da Berlino. L’impressione tedesca è che gli Usa vogliano usare la rivoluzione green per colpire la manifattura tedesca, e dunque anche quella italiana. La Germania se n’è resa conto e vuole fare prima di Washington, non vuole subire le regole del gioco. Per questo chiede all’Italia di mettere una parte dei fondi garantiti grazie alla tripla A tedesca sulla transizione ecologica.

Da qui, le nomine dei ministri, molti del nord Italia, che connotano infatti la trazione settentrionale del governo Draghi.

In questo senso, il governo del “proconsole” Draghi è solo una mossa che fa parte di un disegno geo-economico e geopolitico di lungo respiro e che comincia a delinearsi nei suoi tratti essenziali, tra tutela degli interessi statunitensi e tedeschi. Il rischio, qualora non riuscisse, è che l’Italia diventi progressivamente meno interessante agli occhi dei nostri alleati, con conseguenze potenzialmente disastrose.

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Descrizione generata automaticamenteIn chiusura consigliamo di riprendere in mano “Il Gattopardo” di Giuseppe Tomasi di Lampedusa. Indubbiamente, uno dei grandi libri del ‘900 italiano, sullo sfondo della trasformazione di un antico sistema che si dilegua. Il libro racconta di una Sicilia borbonica, occupata e civilizzata nei secoli dai Greci, dai Romani, dagli arabi, dai Normanni e dagli spagnoli. Con il Risorgimento, avanzano i garibaldini e i Savoia e si cambiano regno e sistema politico. Il principe Fabrizio di Salina (alter ego del nonno dell’autore) è intelligente, e malinconicamente scettico e non vuole cedere alle frenesie dell’illusione del nuovo: sa che il vecchio regime è decadente e ormai a fine corsa ma anche che il nuovo che avanza è pieno di demagogia e velleità giacobine e ideologiche. Il suo affascinante e amato nipote Tancredi invece ci crede, anche se per intuizione quasi genetica, capisce la relativizzazione di tutto: sarà lui a dire allo zio la celebre frase secondo la quale bisogna che tutto cambi perché tutto rimanga come prima.


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