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| | Geopolitica

SHURA NO HANA

On the behalf of heaven, they’re our soldiers,

the loyal, invincible and brave.

Now it’s time for them to leave the country of their

Parents

their hearts buoyed by encouraging voices.

They are solemnly resolved not to return alive, without victory. Here at home, the citizens wait for you.

Shura no hana (Flower of carnage)

“Kill Bill I” soundtrack

Meiko Kaji

(foto: L’urlo di Chen terrorizza anche l’Occidente, film)

“Se conosci il nemico e conosci te stesso, nemmeno in cento battaglie ti troverai in pericolo.

Se non conosci il nemico ma conosci te stesso, le tue possibilità di vittoria sono pari a quelle di sconfitta.

Se non conosci né il nemico né te stesso, ogni battaglia significherà per te sconfitta certa.”

(Sun Tzu, L’Arte della Guerra)

In questa fase storica è convinzione diffusa che il destino del pianeta si deciderà in Asia: qui vivono oltre quattro miliardi di persone sugli oltre sette totali della popolazione mondiale.

La settimana in cui scriviamo queste righe è stata scandita dalle visite del Segretario di Stato americano Antony Blinken a Tokyo e a Seoul e si è chiusa con il primo incontro bilaterale dell’era Biden in Alaska tra le delegazioni di Stati Uniti e Cina. 

Con questo intervento cerchiamo di fare una panoramica generale delle questioni strategiche legate al Sud Est asiatico dalla prospettiva degli Stati Uniti.

In primis: quali sono i sistemi che regolano le alleanze in quest’area?

In termini generali, quello che viene definito l’Indo-Pacifico (espressione anglosassone che descrive l’area del Sud Est asiatico dal punto di vista marittimo) oggi presenta una condizione di ascesa simile a quello dell’Europa del diciannovesimo secolo: grandi potenze rivali, molteplici conflitti, nazionalismi crescenti, scontri tra liberalismo e autoritarismo e istituzioni fragili.

Il sistema della regione è una complessa combinazione di accordi legali, di sicurezza ed economici. L’organizzazione più importante che raggruppa oggi dieci paesi di quest’area è l’ASEAN (l’Associazione delle Nazioni del Sud-est asiatico nata nel 1967): un’organizzazione intergovernativa che ambisce a promuovere la crescita economica degli Stati membri e la stabilità regionale. Al momento, sono dieci le nazioni che ne fanno parte: Myanmar, Thailandia, Malesia, Cambogia, Laos, Vietnam, Singapore, Brunei, Filippine ed Indonesia. L’ASEAN, tendenzialmente ha una grande rilevanza strategica ed economica tanto sullo scenario asiatico quanto nel contesto mondiale e consente agli Stati membri di poter espandere ancora di più il proprio peso politico in numerosi contesti internazionali. Protetta dalla sicurezza statunitense, l’Associazione non si è apertamente schierata nello scontro tra Washington e Pechino ma ha tratto vantaggio da entrambi.

Nel 2012 Pechino e l’ASEAN concordano la nascita di un’area di libero scambio e, dopo otto anni di negoziati, nel 2020 viene firmata l’intesa RCEP: un’intesa che riguarda un’area con un PIL combinato di circa 26,2 trillioni di dollari.  Ai negoziati partecipava anche l’India che perònon ha aderito all’iniziativa a causa delle condizioni relative all’abbattimento delle tariffe doganali che avrebbe favorito le importazioni cinesi. Il RCEP prevede infatti l’abbassamento o l’eliminazione delle tariffe su oltre il 90% delle merci scambiate tra i Paesi membri ed elimina le tasse sul 61% delle importazioni di prodotti agricoli e pesce da ASEAN, Australia e Nuova Zelanda. Uno dei maggiori vantaggi è rappresentato dalle cosiddette “regole di origine” (importanti a fini doganali per l’applicazione dei dazi) che rendono più facile per le aziende creare catene di approvvigionamento in più Paesi con un solo certificato ma, al contempo, disincentivano la concorrenza con imprese di Paesi al di fuori del RCEP.

Con la ratifica del RCEP, dunque, l’Asia ha due grandi accordi commerciali. L’altro è il CPTPP (Comprensive and Progressive Trans-Pacific Partnership), progetto di libero scambio fra Asia e paesi delle Americhe affacciati sul Pacifico, firmato nel 2016 che esclude la Cina e originariamente comprendeva gli Stati Uniti, fino al ritiro voluto da Trump nel 2017. È stato stimato che RCEP e CPTPP insieme siano in grado di compensare le perdite globali dalla guerra commerciale USA-Cina. I nuovi accordi renderanno più efficienti le economie del nord e del sud-est asiatico, collegando i loro punti di forza in tecnologia, produzione, agricoltura e risorse naturali.

È opinione diffusa che la firma della RCEP sia una vittoria della Cina e che Stati Uniti e India escano come i maggiori sconfitti: a questo punto si trovano al di fuori dei due principali accordi regionali e interregionali più importanti degli ultimi anni.  

È chiaro che in questa situazione Biden, recuperando la dottrina Obama (Pivot to Asia), voglia rilanciare il multilateralismo e non è detto che gli Stati Uniti nei prossimi quattro anni non rientrino nel CPTTP, dove sono presenti i suoi maggiori alleati nell’area, quali il Giappone, il Canada e l’Australia.

In tal senso, Kurt Campbell, coordinatore per l’Indo-Pacifico nel Consiglio di sicurezza nazionale (NSC) come vice di Jake Sullivan, scelto da Biden come suo consigliere per la sicurezza nazionale, in un recente articolo su Foreign Affairs ha affermato che “Trump stesso ha messo a dura prova praticamente ogni elemento del sistema operativo nella regione”: le azioni dell’ex- presidente hanno consentito alla Cina di ritornare centrale, aggiungendo che è necessario “un serio re-impegno degli Stati Uniti”. Secondo Campbell, invece di formare una “grande coalizione focalizzata su ogni questione”, gli Stati Uniti dovrebbero concentrarsi su “organismi ad hoc incentrati sui singoli problemi”, cercando di espandere le coalizioni esistenti come il Quad per rafforzare la deterrenza militare e lasciando una porta aperta ad un dialogo selettivo con Pechino su temi convergenti.

Ma che cosa è il Quad? È un dialogo strategico a livello informale (Quadrilateral Security Dialogue) tra Stati Uniti, Australia, Giappone e India con particolare focus su temi legati alla sicurezza.

Il 12 marzo 2021 c’è stato il primo vertice tra i leader dei quattro paesi: a riunirsi, in modalità virtuale a causa del Covid-19, sono stati, rispettivamente, il Presidente Joe Biden e i Primi Ministri Scott Morrison, Yoshihide Suga e Narendra Modi.

Originariamente nata nel 2007 per iniziativa dell’allora premier giapponese Shinzo Abe con la funzione di contenere l’espansione della Cina nella regione dell’Asia-Pacifico mediante la cooperazione interstatale, l’organizzazione di incontri periodici tra le parti e lo svolgimento di esercitazioni militari congiunte, questa iniziativa subisce una battuta d’arresto lunga dieci anni a causa di disaccordi.

I dieci anni intercorsi tra la scomparsa del Quad e la sua rinascita sono serviti a rafforzare le relazioni tra i paesi interessati, in particolare quelli tra India e Giappone in seguito alla firma dell’accordo di cooperazione nucleare in ambito civile del maggio 2017, due Paesi che non si sono intesi per tutto il Novecento. I giapponesi hanno iniziato a collaborare solo quando hanno visto l’India avvicinarsi agli Stati Uniti con un chiaro intento strategico perfettamente descritto dalle parole di Kanehara Nobukatsu, consigliere del premier Abe: «Solo con l’India dalla nostra possiamo garantire un equilibrio strategico su scala globale con la Cina».

È sicuramente questo lo strumento con cui Washington conta di contenere la proiezione imperiale cinese e imporre la sua presenza nell’Indo Pacifico. Già la precedente amministrazione di Donald Trump aveva individuato nel Quad un gruppo fondamentale per il successo della strategia anticinese.

Cosa è emerso dal vertice Quad?

I leader hanno affermato di voler costruire una filiera delle terre rare ovvero dell’insieme di diciassette metalli utilizzati nella produzione di dispositivi tecnologici, veicoli militari e componenti per le energie pulite (la Cina ne controlla circa l’80% dell’offerta). Il Quad non si focalizzerà soltanto sull’estrazione di queste risorse dal sottosuolo, ma sulla loro raffinazione.

I quattro Paesi istituiranno dei gruppi di lavoro sugli standard tecnologici e sullo sviluppo congiunto di tecnologie emergenti. Inoltre, è emersa l’intenzione di sostenere economicamente l’India nella produzione di vaccini contro il coronavirus in modo da rispondere alla cosiddetta “diplomazia dei vaccini” cinese in Asia. Come ha avuto modo di dichiarare in una delle sue prime uscite Jake Sullivan il super-piano vaccinale per l’ASEAN è realistico grazie a una combinazione formidabile: “Indian manufacturing, US technology, Japanese and American financing and Australian logistics capability”.

L’India, inoltre, è pronta ad acquistare dagli USA i suoi primi droni armati mandando un messaggio ai vicini Pakistan e Cina. Il 2020, infatti, è stato caratterizzato da una crescente ostilità tra la Cina e l’India, l’unica nazione tra quelle partecipanti a condividere una lunga frontiera terrestre con Pechino: l’emergenza sanitaria globale ha provocato un deterioramento delle relazioni economiche tra Nuova Delhi e Pechino e gli scontri svoltosi al confine tra i due paesi hanno aggravato un quadro già compromesso.

L’aspetto militare, però, è stato volutamente messo in secondo piano durante il vertice del 12 marzo perché gli alleati non sono propensi ad un atteggiamento deciso nei confronti della Cina che possa portare ad un conflitto aperto e preferirebbero che l’America competesse con Pechino investendo nell’Indo-Pacifico ma evitando lo scontro. In particolare, l’India, che dai giorni della Guerra Fredda ha mantenuto una posizione di “non allineamento”, è preoccupata per l’influenza cinese nella regione ma teme altresì conseguenze sulla sua partnership di lunga data con la Russia, che in precedenza aveva denunciato il Quad come uno strumento “divisivo” ed “esclusivista” utilizzato dagli Stati Uniti per coinvolgere Nuova Delhi in azioni contro la Cina e per minare la stretta collaborazione con Mosca.

 In ogni caso, l’obiettivo comune delle nazioni del Quad è quello di tutelare “l’apertura, la libertà e la prosperità” della regione Indo-Pacifica. Questo scopo può essere realizzato unicamente con il presidio delle vie di navigazione di questa parte del mondo e con una stretta collaborazione con l’ASEAN. Si tratta di un obiettivo in linea con quanto affermato nella strategia navale di Washington per il decennio 2020-’30: infatti, sarà il dominio delle rotte marine a decretare la bilancia di potenza nel XXI secolo, rifacendosi così sostanzialmente agli imperativi strategici già evidenziati dall’opera del Contrammiraglio Alfred Thayler Mahan nel 1900 nel suo The Problem of Asia.

Questo oscillare tra posizioni hard e soft fa rendere il Quad più simile ad un laboratorio di idee in fieri che ad una specie di Nato asiatica. Tuttavia, non è escluso che, nel prossimo futuro, altre nazioni decidano di aderire al Quad, in particolare Corea del Sud e Vietnam rafforzandone le posizioni e rendendone più stabili le fondamenta, mentre le nazioni dell’ASEAN potrebbero divenire partner economici di questa organizzazione.

 Certamente, anche se non dovesse istituzionalizzarsi, questa intesa potrebbe essere in grado di bilanciare l’ascesa della Cina, attaccandola su Hong Kong e Xinjiang, sottraendole capitali, contrastando le vie della seta e presidiando gli stretti di mare.

Sono esattamente questi i giorni in cui la strategia complessiva di Washington va delineandosi sempre di più: a fronte della sbandierata apertura al dialogo con Pechino, negli incontri di questi giorni l’atteggiamento americano è stato quello di rimarcare la necessità di una difesa fortificata contro l'”aggressione cinese”, inclusa l’espansione militare della Repubblica Popolare nel Mar Cinese meridionale e le minacce contro Taiwan, con il via libera alle prime forniture militari a Taipei e la conferma della possibile riattivazione della I Flotta (basata probabilmente a Singapore), in sostanziale continuità con i piani della precedente amministrazione. Washington, inoltre, sta ottenendo anche un allineamento degli europei su temi sensibili alla Cina come il trattamento della minoranza degli Uigiri nello Xinjiang e il Mar Cinese meridionale, questioni che in futuro potrebbero fungere da giustificazioni ad azioni particolarmente risolute da parte americana. In chiusura, molti sono i libri che, fuori dalla saggistica di settore come nostra consuetudine, potrebbero raccontarci qualcosa dell’Asia ma non potevamo non partire con un classico, che non è solo il più conosciuto trattato di arte militare al mondo ma un autentico libro culto per chiunque voglia raggiungere un obiettivo nella vita. E il messaggio fondamentale di Sun Tzu è che il modo migliore per essere certi di vincere una guerra è assicurarsi la vittoria ancora prima di iniziare a combattere. Un obiettivo raggiungibile studiando i punti di forza e di debolezza dell’avversario, mantenendo la consapevolezza dei propri limiti ma anche la fiducia nelle proprie potenzialità, sorprendendo continuamente il nemico; e prima di ogni altra cosa, controllando le informazioni, perché grazie alla conoscenza il destino della battaglia può davvero essere scritto prima che lo scontro cominci.


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