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In Geneva with(out) love

From-Russia-with-Love

“La verità che nessuno osa dire è che la guerra è un piacere, il più grande dei piaceri, altrimenti finirebbe subito. La guerra è come l’eroina: provata una volta, non si può più farne a meno. Parliamo di una guerra vera, naturalmente, non di «bombardamenti chirurgici» e porcate simili, buone per gli americani che vogliono fare i gendarmi in casa altrui senza rischiare i loro preziosi soldatini in combattimenti «di terra». Il piacere della guerra, della guerra vera, è innato negli uomini come quello della pace, ed è un’idiozia volerli mutilare di questo piacere ripetendo virtuosamente: la pace è buona, la guerra è cattiva. In realtà, pace e guerra sono come l’uomo e la donna, lo yin e lo yang: sono necessarie entrambe.” (E. Carrere, Limonov)

Il presidente degli Stati Uniti Joe Biden e il presidente russo Vladimir Putin si incontreranno a Ginevra, in Svizzera, il 16 giugno. La Casa Bianca ha confermato i dettagli del vertice che segnerà il primo incontro faccia a faccia tra i due leader da quando Biden si è insediato.
L’obiettivo emerge chiaro da quanto dichiarato dal segretario stampa della Casa Bianca Jen Psaki: “I leader discuteranno l’intera gamma di questioni urgenti, mentre cerchiamo di ripristinare la prevedibilità e la stabilità delle relazioni USA-Russia“.

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Prima del suo primo incontro con Putin, Biden parteciperà il 14 giugno a un vertice del G7 in Inghilterra e incontrerà i leader della NATO a Bruxelles. Questo dovrebbe consentirgli di parlare per l’Occidente nel suo insieme quando poi si siederà con il leader russo a Ginevra.


Negli ultimi giorni, Putin ha pubblicamente sostenuto il premier bielorusso Alyaksandr Lukashenka per l’incidente di “pirateria aerea” del 23 maggio che ha visto le autorità bielorusse costringere un aereo della Ryanair ad atterrare a Minsk per arrestare un passeggero che compariva nella lista dei ricercati per atti di terrorismo ai danni della Bielorussia. Metodi poco ortodossi finalizzati a scongiurare rivoluzioni colorate come in Ucraina. Da questa crisi Mosca ottiene due risultati non indifferenti: da un lato, la conferma che il duro contrasto a quella che viene percepita come propaganda esogena paga; dall’altro, l’impossibilità per Lukashenka di riaprire all’Occidente rimanendo nello spazio di influenza russo.


La piena portata della discussione non è stata rivelata. Non è ancora chiaro se le tensioni riguardanti la Bielorussia entreranno nell’agenda, certamente i colloqui riguarderanno, secondo quanto riferito, l’Ucraina, le questioni relative al controllo degli armamenti nucleari, il rispetto dei diritti umani e il destino di Alexei Navalny. Tutti elementi di tensione che, assieme al completamento del gasdotto Nord Stream 2, si inquadrano in un grande gioco energetico nel quale si intrecciano la strategia russa, le esigenze statunitensi, gli interessi tedeschi e l’urgenza climatica.

Temi tattici di grande importanza che fanno da sfondo al vero punto strategico dell’agenda di Biden: compattare l’Europa e organizzare una risposta congiunta dell’Occidente all’espansionismo cinese.

Biden è stato criticato per una serie di concessioni nei confronti di Putin che sembrano contraddire il suo duro discorso di ristabilire il ruolo di leadership globale dell’America dopo la presidenza Trump nonché i toni tutt’altro che concilianti usati per attaccare personalmente il presidente russo.
Il Presidente americano, infatti, ha deciso di ammorbidire le sanzioni statunitensi contro il progetto del gasdotto russo Nord Stream 2. Questa mossa ha colto molti di sorpresa e sembra minare l’opposizione americana a lungo termine a un progetto di infrastrutture energetiche ampiamente riconosciuto come una delle priorità strategiche del Cremlino. Non solo, un’altra mossa bene accolta a Mosca è stata la decisione di non invitare l’Ucraina al vertice della NATO in Belgio, interpretata come un tentativo di evitare di provocare il Cremlino.
Vale anche la pena sottolineare che molti a Mosca hanno salutato la notizia del prossimo vertice come una vittoria: l’incontro è stato descritto dai media russi come riconoscimento dello status di superpotenza della Federazione Russa e prova dell’importanza personale di Putin come leader mondiale in un momento in cui Mosca è particolarmente sensibile al crescente isolamento internazionale.

Qual è, dunque, il senso di questo incontro e delle sorprendenti concessioni fatte da Washington a Mosca?

Il rapporto tra Stati Uniti e Federazione Russa è sempre al centro delle analisi per via della sua imprevedibilità e della sua importanza nel quadro degli equilibri mondiali alla luce degli orientamenti strategici che guidano la geopolitica statunitense.

Sebbene la Russia sia una potenza in declino e non sia in grado di impensierire Washington, ruolo oggi ricoperto dalla Cina, tuttavia rappresenta il nemico per eccellenza, è il soggetto esterno verso il quale è più facile convogliare il malessere interno della società americana. Mentre la Cina è il rivale strategico che pone una minaccia esistenziale, la Russia viene percepita come un avversario tattico, utilizzabile anche a fini di politica interna. Ciò non significa che ne venga sottovalutato il potenziale destabilizzatore ma si ritiene di poterlo neutralizzare e gestire più facilmente.
Sicché, scemata la tensione ai confini dell’Ucraina e con l’economia tornata fortemente a crescere, in America c’è illusione che anche il fronte interno si sia stemperato e per questo si possa fare un passo indietro e dialogare con il nemico di sempre per stabilizzare le relazioni.
Washington non crede alla convergenza sino-russa. Infatti, la grammatica della strategia prevede che tra due potenze in lotta si scelga di stare dalla parte di quella più lontana dai propri confini, in quanto se dal confronto risultasse vincitrice quella confinante, questa alla lunga potrebbe rappresentare un concorrente molto più insidioso proprio perché sulla soglia di casa. Pertanto, Washington è convinta di poter riportare a tempo debito la Russia all’interno di un fronte occidentale in funzione anticinese. È una scommessa rischiosa ma non avventata, date le difficoltà economiche, le crescenti tensioni interne ed il fatto che Putin si avvia ormai all’ultima fase del suo mandato e probabilmente dopo di lui la Russia sarà diversa da come la conosciamo. Mosca, costretta dall’ostilità occidentale all’alleanza con Pechino, sembra cercare costantemente il riconoscimento americano del suo status di potenza. È chiaro che rafforzare la dipendenza dalla Cina non è nell’interesse della Russia dal punto di vista della sicurezza nazionale e questo è, presumibilmente, il messaggio che Biden trasmetterà a Putin a Ginevra.


GAS E GEOPOLITICA
Il conflitto tra Russia e Ucraina, la questione del gasdotto Nord Stream 2 e le tensioni nel Mar Mediterraneo intorno ai giacimenti di gas a Cipro hanno proiettato la produzione e la fornitura di gas naturale al centro del gioco geopolitico, proprio mentre la questione ambientale è diventata una preoccupazione crescente per i governi. Si tratta di una risorsa non rinnovabile ma comunque meno inquinante del petrolio e del carbone e consente di produrre elettricità a basso costo. Con l’emergere del gas naturale liquefatto (Gnl), che viene trasportato nelle metaniere, il settore, un tempo fortemente regionalizzato, diventa internazionale e si svincola dalla reciproca dipendenza di esportatori e importatori imposta dai gasdotti. Il Gnl, la cui produzione è in continuo aumento sebbene la maggior parte delle esportazioni mondiali avvenga tuttora via gasdotto, è più conveniente: gli operatori giocano sui prezzi dei vari mercati e concludono sempre più spesso contratti a breve termine (contratti spot) che permettono di effettuare transazioni giornaliere. Al contrario, i contratti relativi ai gasdotti hanno spesso durata ventennale o trentennale. Gli Usa sono diventati i primi produttori mondiali di gas grazie alla scoperta nei primi anni del 2000 del gas non convenzionale, estratto dal sottosuolo con la tecnica altamente inquinante della fratturazione idraulica. Pur essendo i primi consumatori, gli Usa registrano surplus crescenti. Pertanto, Washington ha esercitato varie forme di pressione su Bruxelles (la Ue è il primo importatore mondiale) per ridurre il ruolo della Russia nelle forniture di gas.


La questione ucraina sarà inevitabilmente tra i temi chiave in discussione, ma pochi osservatori si aspettano sviluppi importanti. Invece, è probabile che l’attuale status quo venga riaffermato da entrambe le parti. In questo momento, l’urgenza degli Stati Uniti è il mantenimento della stabilità in Europa che, tradotto, significa evitare che la Germania si affermi come un polo di riferimento autonomo in contrapposizione a Washington e che si inveri l’incubo geopolitico di un asse eurasiatico nel cuore del continente, non solo russo-tedesco ma anche sino-tedesco. Fino a pochi giorni fa la reazione americana a questa doppia minaccia consisteva in un’opposizione ferma sia al completamento del Nord Stream 2 che agli accordi commerciali con la Cina promossi da Berlino (CAI). Incassato il congelamento del CAI da parte del Parlamento europeo, il rischio era di assestare un colpo letale all’alleanza transatlantica perseguendo la linea dura sul Nord Stream 2, dal momento che il governo della cancelliera tedesca Angela Merkel considera il gas russo come una tappa nel percorso del paese verso la decarbonizzazione. L’ammorbidimento delle posizioni sul gasdotto è, dunque, al centro degli sforzi del Presidente degli Stati Uniti volti a corteggiare l’Europa, in particolare la Germania, per allontanarla dalla Cina, a costo di favorire gli interessi economici russi.  Così, con l’inatteso voltafaccia del mese scorso, gli Stati Uniti hanno revocato le sanzioni nei confronti dell’azienda che sta costruendo il gasdotto incassando il cauto entusiasmo di Mosca e la soddisfazione della Germania che per bocca del ministro degli esteri Heiko Maas loda “i rapporti davvero ottimi che abbiamo instaurato con l’amministrazione Biden”.

Il risultato appare chiaro: la Germania otterrà il gasdotto e la possibilità di perseguire la politica climatica che desidera; gli Usa avranno il sostegno della Germania nell’attuare una nuova strategia verso la Cina, mentre il Cremlino potrà tagliare i rifornimenti a paesi di transito come l’Ucraina e rimpinguare le casse. Inoltre, Washington valuta che i recenti fatti lungo la nuova cortina di ferro (Bielorussia, Donbass e Mar Nero) abbiano provocato in Germania una diffidenza verso Mosca sufficiente a smorzare l’avvicinamento tra russi e tedeschi.

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Tuttavia, l’abbandono da parte degli Stati Uniti della linea dura sul gasdotto russo-tedesco non significa che Oltreoceano non accarezzino più l’obiettivo di fermarlo. Infatti, molti analisti consigliano di rivolgere l’attenzione alle elezioni federali tedesche del 26 settembre, che potrebbero essere la chiave del destino finale del gasdotto.

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I sondaggi attuali indicano che la CDU di Angela Merkel, che sostiene il Nord Stream 2, come probabile primo partito. I Verdi sono dietro ma ampiamente in predicato di entrare in una coalizione di governo dopo il voto. Il programma elettorale dei Verdi bolla l’oleodotto come “dannoso geopoliticamente” e chiede che venga fermato. Il politico tedesco Reinhard Buetikofer, che attualmente è membro del Parlamento europeo e co-portavoce del Partito dei Verdi europei, ha pubblicato una serie di tweet in risposta alla nuova posizione sulle sanzioni degli Stati Uniti minacciando, una volta al governo, di ritirare il sostegno politico di cui il progetto ha goduto finora affossandolo definitivamente.

Il percorso così delineato non è privo di ostacoli. L’attuale presidenza Usa tenta di fare quello che a Trump non è stato concesso sul piano del dialogo con la Russia ma gli apparati statunitensi continuano a temere l’allentamento delle tensioni con la Russia in quanto ritenuto controproducente al fine del controllo americano sull’Europa e a muoversi in direzione contraria: Washington, proprio mentre fervono i preparativi del vertice ginevrino, ha annunciato l’apertura di quattro nuove basi in Norvegia ed esercitazioni comuni con Oslo in chiave antirussa. Dal canto suo, attraverso il suo Ministro delle finanze Anton Siluanov, Mosca ha annunciato che rimuoverà il dollaro dalle sue riserve del Fondo di previdenza nazionale entro un mese. Anche Pechino non resta a guardare, rivendicando la propria sintonia con Mosca. Emblematico il titolo di un articolo apparso sul quotidiano cinese Global Times: “I legami più stretti tra Cina e Russia formano il nuovo ordine mondiale sfidando gli Stati Uniti”.

Non è difficile prevedere che per Biden sarà complicato, per il momento, scalfire l’asse sino-russo.

Come sempre, ci lasciamo con un libro. Quello che segnaliamo oggi è davvero un testo particolare a firma di Emmanuel Carrère, pubblicato in Francia nel 2011. Si tratta della biografia romanzata di un personaggio affascinante e controverso, Eduard Veniaminovic Savenko, in arte Eduard Limonov.  Il tomo racconta lo scrittore e fondatore, insieme ad Aleksandr Dugin, del Partito Nazional Bolscevico, le sue contraddizioni e le sue metamorfosi: da delinquente di provincia in Ucraina a poeta emergente a Mosca, da immigrato nullatenente a New York a giornalista bohémien a Parigi, a oppositore politico nella Federazione Russa. Il libro, inoltre, offre sofisticate riflessioni politiche e sociali, osservazioni non convenzionali che riguardano non solo l’Unione Sovietica e la Federazione Russa, ma anche gli Stati Uniti, la Francia, l’ex Jugoslavia e l’Asia centrale.


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