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Dervishes Tourners

«Com’è folle che ognun non faccia che elogiare la propria personale opinione! Se Islam significa “sottomissione a Dio”, tutti noi viviamo e moriamo nell’Islam»

J. W. Goethe, Divano occidentale-orientale

Con lo scritto di oggi ci occupiamo delle recenti elezioni presidenziali iraniane del 18 giugno che hanno visto il conservatore Sayyid Ebrahim Raisi trionfare al primo turno con il 62% dei consensi. Elezioni di importanza globale non indifferente soprattutto per quanto riguarda l’accordo sul nucleare e le sue ricadute.

I media occidentali sono soliti travisare o, comunque, guardare in modo prevenuto a ciò che avviene in Iran. È opportuno, quindi, cercare di capire chi è il nuovo Presidente che entrerà in carica ad agosto.
La stampa ha dipinto Raisi come un ultraconservatore radicale, paragonandolo all’ex Presidente Mahmud Ahmadinejad in contrapposizione al moderato Rouhani. In realtà, nella vasta area del conservatorismo iraniano, Raisi non è per niente riconducibile alle frange più estreme e radicali ma deve essere collocato nell’area maggioritaria dei tradizionalisti, caratterizzati dalla difesa dei valori della Rivoluzione islamica e della teocrazia e da un pragmatismo orientato a preservare lo status quo.

Membro dell’Associazione del clero combattente, Raisi è anche un Pubblico Ministero della Corte speciale del clero – tribunale competente per i reati commessi dalle autorità religiose sciite – nonché membro dell’Assemblea degli esperti, l’organo di governo incaricato di scegliere e nominare la Guida Suprema. Questo suo ruolo nella giustizia iraniana è causa dell’aura negativa che lo circonda: è stato accusato, infatti, di essere tra coloro che hanno comminato la pena capitale a migliaia di prigionieri politici nell’estate del 1988.  

Collaboratore stretto per anni di Khamenei, Raisi ne condivide in pieno la linea politica: visione conservatrice della società, nessuna apertura agli Stati Uniti ma pieno sostegno all’accordo del 2015 sul programma nucleare, nessuna provocazione a Washington ma sostegno al programma missilistico iraniano ritenuto fondamentale per la capacità di deterrenza.


GLI SCIITI DUODECIMANI
La diatriba tra le due principali  correnti dell’Islam, sunniti e sciiti, affonda le radici nel 632 d.C., l’anno della morte del profeta Maometto. Le tribù arabe che lo seguivano si divisero sulla questione di chi avrebbe dovuto essere il successore ed ereditare quella che a tutti gli effetti era una carica sia politica che religiosa. La maggioranza dei suoi seguaci, che sarebbero in seguito divenuti noti come sunniti e che oggi rappresentano l’80% dei musulmani, appoggiarono Abu Bakr, amico del profeta e padre della moglie Aisha. Secondo gli altri, il legittimo successore andava individuato tra i consanguinei di Maometto e sostenevano che il profeta avesse designato a succedergli suo cugino e genero Alì, da lui nominato primo Imam, e diventarono noti come sciiti, una forma contratta dell’espressione “shiaat Alì”, i partigiani di Alì.
Così i discendenti di Alì dovevano essere i successivi Imam. Questa rivendicazione in origine possedeva un carattere esclusivamente politico-religioso, ma nel tempo è venuta a rappresentare un aspetto fondamentale della teologia sciita. La concezione dell’Imamato da parte degli sciiti, diversamente dal Califfato contemplato dagli altri musulmani, incarna sia l’autorità temporale che quella spirituale, ed è considerato la continuazione del ciclo della profezia.
Con l’occultamento del dodicesimo Imam, che tornerà alla fine dei tempi, la guida dell’Islam è assunta dall’Ayatollah, letteralmente “Colui che è guidato dall’Imam (nascosto)”.


Per quanto riguarda il ruolo di Teheran nella regione mediorientale, il neoeletto presidente sembra propenso a trovare una soluzione ai rapporti conflittuali con Arabia Saudita e monarchie del Golfo in generale. Infatti, sebbene l’Iran abbia una percezione di sé come impero e abbia raggiunto una certa influenza nella regione, ciò è avvenuto investendo enormi quantità di denaro. L’Iran si sente un corpo estraneo circondato da nemici e, pertanto, la sua strategia va interpretata come una sorta di deterrenza attiva, una difesa avanzata, proiettata verso l’esterno grazie alla capacità di generare sinergie con gli alleati.

Dal suo punto di vista, questo serve a spostare la linea di difesa da un’eventuale invasione fuori dal territorio nazionale: una strategia ritenuta necessaria a causa dell’inferiorità che contraddistingue l’Iran rispetto agli Stati Uniti e relativi alleati regionali. Dal punto di vista dei suoi detrattori, Washington in primis, tale postura viene da sempre percepita, invece, come estremamente aggressiva.

In altri termini, come accennato fin dall’inizio, si tratta di un malinteso per cui viene letto come offensivo un atteggiamento che è in realtà sinonimo di debolezza e senso di accerchiamento. Tuttavia, tale strategia inizia a diventare un problema e, come riportano molti analisti, a Teheran ci si domanda se la spesa militare necessaria al mantenimento di questa proiezione esterna sia ancora non solo necessaria ma anche possibile. Infatti, la crisi economica, aggravata dalle sanzioni e dall’epidemia di coronavirus, deve trovare in tempi brevi una soluzione. La vera sfida di Raisi è tutta interna: dare respiro all’industria locale e favorire la crescita dell’occupazione, che rappresenta il vero flagello soprattutto delle generazioni più giovani. In Iran, infatti, c’è una enorme massa giovanile under quaranta completamente diversa dalla generazione rivoluzionaria e da quella immediatamente successiva, che guarda alle riforme ed è disillusa dalla politica e perciò ha disertato le urne manifestando così il proprio dissenso.

Per Raisi, quindi, il punto fondamentale è ottenere un accordo sul nucleare con un allentamento delle sanzioni, riprendere l’esportazione di greggio e così determinare una ricaduta positiva sull’economia e consolidare la sua presidenza. Oltretutto, la stabilità così ottenuta faciliterebbe la sua probabile candidatura a Guida Suprema, quando questo incarico sarà vacante.

Cambierà qualcosa da parte americana?
Secondo alcuni analisti, l’elezione dell’“ultraconservatore” Raisi potrebbe portare alla sospensione delle trattative, procrastinarle o addirittura farle saltare. Infatti, se per caso, nel corso dell’estate, esplodessero manifestazioni di piazza come quelle dell’inverno 2019 e l’amministrazione dovesse dar vita a una repressione, la possibilità di un accordo a Vienna verrebbe quasi certamente annullata dall’indignazione internazionale. Ciò farebbe ottenere obiettivi importanti: da un lato, evitare il rischio di un nuovo tonfo del prezzo del petrolio, a seguito dell’aumento di offerta con la reintroduzione sul mercato ufficiale del greggio iraniano; dall’altro, inviare un segnale politico alla Cina, rispetto al suo atteggiamento sprezzante verso le sanzioni Usa.

Inoltre, in rapporto con questo scenario, vi è la questione, per nulla secondaria, legata al mining di Bitcoin.

Nel 2019 l’Iran ha riconosciuto ufficialmente l’estrazione di criptovalute, stabilendo in seguito un regime di licenza che richiedeva ai minatori di identificarsi, pagare una tariffa più alta (ma ancora molto bassa) per l’elettricità e vendere i loro Bitcoin alla Banca Centrale iraniana. Migliaia di aziende di mining senza licenza sono state successivamente identificate e chiuse. In base ad uno studio dell’azienda di analisi sulle criptovalute Elliptic, il 4,5% di tutti i Bitcoin mondiali sarebbe frutto proprio del mining in Iran, nonostante abbia recentemente bloccato tutte le attività di estrazione sul proprio territorio a causa dei continui black-out che stavano colpendo i centri urbani. La prospettiva di energia a basso costo per l’estrazione di Bitcoin ha attratto significativi investimenti dalla Cina, leader nel settore. L’elettricità utilizzata dai minatori in Iran richiederebbe l’equivalente di circa 10 milioni di barili di petrolio greggio ogni anno pari a circa il 4% delle esportazioni totali di petrolio iraniano nel 2020. Lo stato iraniano starebbe quindi vendendo di fatto le sue riserve energetiche sui mercati globali, utilizzando il processo di mining Bitcoin per aggirare gli embarghi commerciali. I minatori con sede in Iran vengono pagati direttamente in Bitcoin, che possono quindi essere utilizzati per pagare le importazioni, consentendo di eludere le sanzioni sui pagamenti tramite istituzioni finanziarie iraniane.

Per quanto sia possibile vedere una sospensione del tutto dei colloqui con l’amministrazione americana, questo appare uno scenario estremo ed improbabile. Tutto dipenderà, appunto, da come l’amministrazione Raisi si comporterà nei suoi primi giorni.

In realtà, l’amministrazione Biden ha di fatto espresso interesse a ripristinare l’accordo. Washington, infatti, è impegnata nello scontro con Pechino e necessita di tranquillizzare la situazione in Medioriente allentando le tensioni nell’area. Pertanto, lo scenario più probabile è che si appresti a fare delle concessioni a Teheran.

Indubbiamente, le relazioni con gli Stati Uniti impiegheranno del tempo a normalizzarsi dopo quattro decenni di reciproca ostilità ufficiale. Le sanzioni statunitensi a Raisi, imposte solo due anni fa per il suo presunto ruolo nelle violazioni dei diritti umani, non aiuteranno a migliorare le relazioni a breve termine.

Tuttavia, da sempre, la strategia degli Stati Uniti in Medioriente è evitare che ci sia una sola potenza a dominare la regione. Oggi, l’Iran è sempre in vantaggio ma in declino, mentre la potenza in fase ascendente che Washington mira a contenere è la Turchia. L’accordo sul nucleare, dunque, può rappresentare una tregua per dare fiato all’Iran in chiave antiturca.

Detto questo, in conclusione, è importante ricordare che le relazioni Ovest-Est non sono affatto statiche e, nei prossimi mesi, l’Iran si troverà nella condizione di sorvegliato speciale. Attendendo di vedere cosa accadrà nei prossimi mesi, chiudiamo, come di consueto, con un libro. Tra i tanti romanzi che raccontano criticamente la società iraniana evidenziandone le storture, alimentando però i malintesi di cui abbiamo accennato, la preferenza va questa volta alla poesia e ad un classico poco noto come il Divano occidentale – orientale di J.W. Goethe. Nella primavera del 1814 l’editore Cotta manda a Goethe il canzoniere del poeta persiano Hafiz (sec. XIV), da lui pubblicato nella traduzione dell’orientalista Hammer-Purgstall. Goethe legge il libro e ne rimane folgorato. Si immerge nella lettura della poesia persiana e nella mistica islamica e ne trae ispirazione trovandovi elementi poetici nuovi e diversi da quelli che caratterizzavano la poetica occidentale. La fantasia, infatti, si mette in moto: perché non Attendendo di vedere cosa accadrà nei prossimi mesi, chiudiamo, come di consueto, con un libro. Tra i tanti romanzi che raccontano criticamente la società iraniana evidenziandone le storture, alimentando però i malintesi di cui abbiamo accennato, la preferenza va questa volta alla poesia e ad un classico poco noto come il Divano occidentale – orientale di J.W. Goethe. Nella primavera del 1814 l’editore Cotta manda a Goethe il canzoniere del poeta persiano Hafiz (sec. XIV), da lui pubblicato nella traduzione dell’orientalista Hammer-Purgstall. Goethe legge il libro e ne rimane folgorato. Si immerge nella lettura della poesia persiana e nella mistica islamica e ne trae ispirazione trovandovi elementi poetici nuovi e diversi da quelli che caratterizzavano la poetica occidentale. La fantasia, infatti, si mette in moto: perché non rivaleggiare, a modo suo, con quel “fratello” iranico? Goethe compone “Il divano occidentale orientale” tra il 1814 e il 1827 e lo definisce così: “Incondizionato abbandono all’insondabile volontà di Dio, contemplazione serena della mobile attività terrena, che si ripete sempre in cerchio o a spirale, amore, inclinazione che ondeggia tra due mondi, tutto il reale spiegato e risolto nel simbolo.”


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