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Bambolina barracuda

Già…
Perché c’é sempre
una parte da recitare.
Si farebbe molto prima
se lei tornasse vestita
soltanto del bicchiere

Bambolina e Barracuda
“Ligabue” Album
Ligabue, 1990

“D’altra parte, non nutrivano per gli eventi pubblici neanche quell’interesse minimo per capire che cosa stava succedendo. L’incapacità di comprendere salvaguardava la loro integrità mentale. Ingoiavano tutto, senza batter ciglio, e ciò che ingoiavano non le faceva soffrire perché non lasciava traccia alcuna, allo stesso modo in cui un chicco di grano passa indigerito attraverso il corpo di un uccello”.
(G. Orwell, 1984)

Nonostante il dibattito democratico si nutra di dialettica, facendo quindi della pluralità il perno principale della res publica, è un’evidenza conclamata il fatto che qualsiasi cosa ci venga rappresentata oggi tramite media e social, va sempre più presa con le pinze, studiata, valutata e vivisezionata prima di farla propria. 

Il contributo di oggi mira a rimarcare quanto anche la finanza ed i mercati siano uno dei tavoli su cui si giochi la partita del “decriptare la notizia”, incoraggiando chi legge a costruirsi una propria visione equilibrata degli eventi, ascoltando più fonti, per riuscire nella sempre più complicata missione della preservazione del proprio patrimonio in tempi così incerti.

Ormai penso sia evidente che chi “ha tutto chiaro”, lo fa solo perché “c’è sempre una parte da recitare” (Cit. Luciano Ligabue, “Bambolina e Barracuda”). Serve un’evidenza? Eccola:

Più di 200 PHD lavorano alla Federal Reserve… tantissimo capitale intellettuale per arrivare, con grande ritardo, ad ammettere qualcosa che era ormai evidente anche alla persona della strada. Non diventa poi così complicato capire come mai il mondo continui a polarizzarsi e radicalizzarsi: se le élite sostengono di detenere il monopolio su verità e giustizia, quando sbagliano è normale che si instilli sempre più il seme del dubbio tra i popoli, non solo circa il fatto che il re sia nudo, ma che i propri interessi non siano perorati come da mandato e che gli errori non avvengano in bona fide.

Lungi dall’arrogarsi il diritto di aver coniato l’adage ironico degli ultimi mesi per cui “inflation is transitory” sia il nuovo “subprime has been contained”, occorre tuttavia osservare attentamente il moto delle maree del dissenso civile senza stupirsi: Nielsen riporta ad esempio che il 39% dell’elettorato democratico sceglie di informarsi seguendo la trasmissione del conduttore Carlson su Fox News, tipicamente associato con un audience conservatore. Alcuni strategisti, infatti, si sono spinti ad affermare che l’anchorman goda di un tasso di approvazione maggiore non solo rispetto al presidente Biden ma anche rispetto a Donald J. Trump.

People are leaving institutions” comprensibilmente ancora una volta soprattutto se mettiamo sotto la lente di ingrandimento gli sforzi di manipolazione da parte delle amministrazioni pubbliche; partiamo da un esempio concreto: all’interno del dipartimento di Homeland Security è stata creata una task force denominata Disinformation Board con l’obiettivo di creare uno standard per il trattamento delle fake news. Il finanziamento di questa unità da parte del ramo esecutivo senza un’approvazione da parte del Congresso ha raccolto critiche a livello bipartisan; ma la trama si infittisce ulteriormente: a capo dell’iniziativa troviamo Nina Jankowicz, la cui esperienza come paladina della disinformazione include il suo lavoro con StopFake, un’organizzazione “anti-disinformazione” finanziata dal governo degli Stati Uniti fondata nel marzo 2014 e lodata come modello per combattere le bugie del Cremlino. Oggi, StopFake è un partner ufficiale di Facebook per il fact checking, con il potere di censurare le notizie. Chi è senza peccato scagli la prima pietra…: la stessa Jankowicz è arrivata a criticare pubblicamente la scalata di Elon Musk su Twitter, nonché a screditare lo scandalo legato al computer portatile di Hunter Biden come “un prodotto della campagna di Trump”.

https://twitter.com/wiczipedia/status/1519438518551994369

Il tema delle fake news e il conseguente timore che la manipolazione delle informazioni possa essere utilizzata come arma verso la popolazione non è tuttavia un fenomeno circoscritto agli Stati Uniti, quanto piuttosto una paura che attraversa i confini di Paesi e Continenti, come evidenzia una recente ricerca condotta da Edelman (un ente specializzato in elaborazioni di questo tipo), che riporta come oltre 3 persone su 4 siano preoccupate rispetto a questo tema, 4 punti percentuali in più rispetto allo scorso anno. In Italia questo dato sfiora un poco rassicurante 80%.

Nonostante i tentativi sistematici da parte delle istituzioni per il controllo dello zeitgeist possano apparire più manifesti che mai, anche grazie al ruolo della tecnologia nella diffusione dell’informazione, si noti che non si tratta di episodi recenti e isolati: la Nudge Unit, ad esempio, fu fondata dall’amministrazione Cameron in UK nel 2010 con il fine di applicare la scienza comportamentale alla politica. Nudge lavora al cambiamento comportamentale utilizzando le neuroscienze, passando dalla colpevolizzazione, interiorizzata, del deviante e dalla gratificazione, interiorizzata, della prassi positiva. Le scienze cognitive consentono quindi alle politiche pubbliche di rendere accettabili norme sociali presentandole come morali, altruiste, benefiche per tutti.

In Francia se ne occupa la società Bva Group. Ad ogni modo, il progetto speciale per il controllo della disinformazione a livello centralizzato in USA ha avuto vita breve in quanto il 19 maggio la Jankowicz rassegnava le dimissioni: “la grande ironia qui è che la commissione è stata progettata per proteggere contro la stessa cosa per cui è lei stessa accusata”, ha detto ai giornalisti un funzionario del DHS interpellato per commentare il fatto.

BVA GROUP
Stando al sito di Bva Group, la società offre valutazioni “per capire gli individui e le loro consuetudini emergenti, per prevedere i grandi movimenti”, ma anche “tecniche di comunicazione per creare, emozionare e convertire grazie al formidabile potere delle idee, dell’immaginazione e della creatività”.  Il sito della sua filiale Bva nudge unit precisa con minor lirismo: “Noi attiviamo i fattori di cambiamento che plasmano i comportamenti”.

Il tema dell’inflazione è il terreno perfetto per continuare ad analizzare quanto manipolativo possa essere lo scontro sull’evoluzione delle dinamiche finanziarie. Da dove partire? Certamente da qui, dalla “Putin inflation”, definizione che rubiamo ad una delle portavoce del Presidente Americano.

Ci sono dati che però suggeriscono altre interpretazioni, ad esempio i seguenti:

La battaglia sul tema è davvero senza esclusione di colpi se decidono di essere della partita anche i Tecno-feudatari, Bezos e Musk, forse intimoriti da una ventilata redistribuzione della ricchezza, sicuramente attoniti di fronte ai messaggi della Casa Bianca, secondo cui i livelli attuali di inflazione sarebbero imputabili a Putin e ad una pressione fiscale troppo contenuta per le corporations americane.

In particolare, Jeff Bezos ha passato giorni a stuzzicare il presidente Biden su Twitter in merito alle tasse, spingendo l’Amministrazione a rispondere attaccando la ricchezza di Mr. Amazon.

Il Comitato per la disinformazione appena creato dovrebbe rivedere questo tweet, o forse dovrebbe invece formare un nuovo Consiglio Non Sequitur“, ha affermato Bezos.

La risposta della Casa Bianca non è stata certo tranquillizzante per il tycoon: “Non serve molto per capire il perché uno degli uomini più ricchi del pianeta si oppone a un’agenda economica per la classe media”.

Infatti, Bezos prosegue il cinguettio, ormai tralignato in battibecco, invocando il pacchetto di spesa fiscale in stallo: “ricordatevi che l’amministrazione ha fatto del suo meglio per aggiungere altri $ 3,5 TRILIARDI alla spesa federale. … [Se] ci fossero riusciti, l’inflazione sarebbe persino più alta di quella odierna“.

Di certo il mondo del business continua a restare uno spazio a cui guardare ancora con fiducia da parte di cittadini sempre più smarriti ed attoniti:

E anche in Italia, proprio dal mondo del business, arrivano le uniche e rilevanti voci di dissenso rispetto al dogma politico del “si vis pacem, para bellum” applicato alla civil war russo-ucraina.

Chissà quale sarà lo spazio di investimento dove in Italia potrà scatenarsi “la guerra delle interpretazioni”, magari i movimenti dei tassi a 10 anni sul debito sovrano (BTP) di un paese che ha circa 160% di rapporto debito/PIL?

Per cui: “I tassi salgono perché l’Economia cresce” oppure “l’attacco russo al debito dei paesi periferici”? Si prepara la solita, calda estate…

Lugano 12/06/2022


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