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The Americans

(foto: The Americans, serie tv, stagione 3,2018)

«L’America non ha amici, non ha alleati, ha interessi. Essere nemici dell’America è pericoloso, ma essere amici dell’America è letale.» (Henry Kissinger)

Come abbiamo già avuto modo di dire, i primi mesi del secondo mandato Trump hanno condensato in poche settimane una quantità di strappi all’ordine internazionale che avrebbe richiesto, in tempi normali, anni di gestazione: minacce di annessione alla Groenlandia e al Canada, rivendicazioni sul Canale di Panama, rapimento di Maduro in Venezuela, rinegoziazione brutale dei rapporti con gli alleati europei, diktat sulla spesa militare NATO.

Con lo scritto di oggi, al fine di fornire un ulteriore contributo alla comprensione di questo nuovo paesaggio geopolitico che ci si sta aprendo davanti agli occhi, vi proponiamo l’intervista a Gianandrea Gaiani, raccolta in occasione di un incontro pubblico tenutosi di recente a Lugano a commento del rilascio della National Security Strategy americana.

Gianandrea Gaiani dirige Analisi Difesa, il principale portale italiano di analisi strategica e militare, ed è autore di numerosi saggi, tra cui il recente L’ultima guerra contro l’Europa, un libro che, scritto nel 2023 prima dell’accelerazione trumpiana, si rivela oggi quasi profetico nella sua tesi centrale: il conflitto in Ucraina non è tanto una guerra contro la Russia, quanto una guerra contro l’Europa, funzionale a riportarla definitivamente nell’orbita americana.

Molti osservatori sono rimasti disorientati dalla brutalità dell’approccio trumpiano verso gli alleati europei. Lei vede in questa aggressività una rottura rispetto alle amministrazioni precedenti, oppure ritiene che Trump stia semplicemente rendendo esplicita una strategia americana di lungo periodo?

Trump ha il merito, se vogliamo chiamarlo così, della chiarezza. Ma la strategia è in atto da tempo. Per capirla bisogna partire da una data che pochi ricordano: il 2010. È l’anno in cui gli Stati Uniti, grazie al fracking, diventano autosufficienti sul piano energetico. Poi esportatori netti. Questo ha cambiato tutte le carte in tavola. Quello che aveva tenuto insieme la NATO dopo la caduta dell’URSS era la necessità reciproca di mantenere stabili e sicure le aree energetiche. Serviva agli europei e serviva anche agli americani. Quando l’America diventa autosufficiente, succedono cose che definiscono chiaramente il mutamento della strategia americana. Guardi la sequenza: 2010, autosufficienza energetica. Nel 2011, Obama sostiene le primavere arabe – con grande scorno dei regimi arabi filoamericani, penso a Mubarak in Egitto, a Ben Ali in Tunisia. Guerra alla Libia, insurrezione jihadista in Siria. Nel 2014, colpo di Stato in Ucraina – io lo chiamo così perché la stessa Victoria Nuland, sottosegretario al Dipartimento di Stato, al Congresso disse: “certo, noi abbiamo investito 5 miliardi di dollari per fare il regime change a Kiev”.

La destabilizzazione delle aree energetiche – Nord Africa, Medio Oriente, ora la rotta del gas russo verso l’Europa – chi mette in difficoltà? Gli europei. Gli americani sono autosufficienti. Tuttavia, il loro petrolio da fracking ha un problema: sotto i 65 dollari al barile non è conveniente. Inoltre, hanno due oceani ai lati, quindi esportare energia richiede navi, non oleodotti. Hanno bisogno che l’energia degli altri non sia disponibile, o sia in zone troppo instabili per essere sfruttata.

Trump rende esplicito ciò che prima era implicito. I documenti strategici della sua amministrazione – la National Security Strategy e la National Defense Strategy – sanciscono nero su bianco che l’America rinuncia a essere il gendarme del mondo. Trump riconosce che l’America non ce la può più fare a fare il padrone del mondo. Dovrà tenere a bada i cinesi nel Pacifico, tenere gli europei succubi, e finora ci sta riuscendo benissimo, ma soprattutto concentrarsi sull’emisfero occidentale.

Ha citato la Groenlandia. Alcuni analisti suggeriscono che la fretta di Trump sia legata alle terre rare, in vista della corsa tecnologica con la Cina. Altri vedono nel progetto di annessione il ritorno di un vecchio progetto americano risalente agli anni ’30 che prevedeva Canada, Groenlandia e Canale di Panama sotto controllo statunitense. Lei come legge questa vicenda?

Sulle terre rare sono d’accordo fino a un certo punto. Gli americani sulla Groenlandia avevano già la possibilità di fare quello che volevano. Trump le poteva avere con delle semplici concessioni minerarie. Così come ha fatto un accordo con l’Ucraina: noi continuiamo a dare armi, le pagano gli europei, però intanto le risorse minerarie ucraine le controlliamo noi.

Nel 1951 fecero un accordo con la Danimarca: potevano tenerci tutte le basi militari che volevano. Durante la Guerra Fredda l’avevano fatto – la Groenlandia si trova sulle rotte di avvicinamento agli Stati Uniti che i bombardieri sovietici avrebbero percorso. Finita la Guerra Fredda, hanno smantellato quasi tutto, ne hanno giusto una per il controllo satellitare. Ma l’accordo del ’51 è ancora valido.

Quando Trump dice che ci serve la Groenlandia per proteggerla dalle flotte russe e cinesi, noi di Analisi Difesa abbiamo pubblicato l’intervento del generale danese Søren Andersen, comandante del comando artico danese, che ha dichiarato di non aver mai visto una nave russa o cinese in due anni e mezzo di comando.  È lo stesso schema delle “basi cinesi a Panama” che Trump denuncia, ma a Panama non ci sono basi cinesi. La Cina ha una sola base militare all’estero, a Gibuti, per proteggere i mercantili dai pirati.

​L’episodio più significativo è la risposta europea: mandiamo 80‑100 soldati in esercitazione, cifra ridicola militarmente, e alla minaccia di dazi Trump costringe la Germania a ritirare i suoi 15 soldati in meno di 40 ore. È forse la disfatta militare più umiliante della storia tedesca, proprio perché senza sangue.

Il punto, dunque, è un altro. L’obiettivo di Trump non era la Groenlandia in sé: era umiliare gli europei, come quando ci impone 750 miliardi di euro di acquisti di energia americana cinque volte più cara di quella russa e spese militari al 5% del PIL, di fatto per comprare armamenti USA.

La nuova NSS americana fa riferimento esplicitamente al “Corollario Trump” alla dottrina Monroe. Cosa significa?

Trump si ispira a due predecessori: Monroe, con la sua dottrina del 1824 – “l’America agli americani” – e Theodore Roosevelt, quello che fece la guerra agli spagnoli per strappare loro le Filippine e Cuba. L’amministrazione Trump sostiene che l’area americana deve essere sotto totale egemonia americana. Quindi le potenze che hanno un’influenza nel continente – pensiamo alla Russia o alla Cina sul piano economico – devono andarsene.

Ma c’è una differenza fondamentale. La dottrina Monroe del 1823 si rivolgeva a un’America che voleva liberarsi dal giogo coloniale europeo: gli Stati Uniti, indipendenti da appena cinquant’anni, dicevano agli europei di tornarsene a casa, promettendo in cambio di non fare ingerenza negli affari europei. Era una dottrina difensiva, e gli Stati Uniti dell’epoca non erano nemmeno in grado, sul piano militare, di contrastare le potenze europee.

Applicata oggi, questa dottrina, che qualcuno ha già ribattezzato “Donroe”, ha una connotazione decisamente imperialista. Ti rivolgi a nazioni dell’America Latina che non solo sono sovrane da due secoli, ma che hanno, come tutti i paesi ispanici, un sano orgoglio patriottico, in alcuni casi una forma di nazionalismo anche abbastanza spinto. Infatti, a parte Milei in Argentina, non mi pare ci siano state grandi ovazioni rispetto alle linee strategiche di Trump sull’emisfero americano.

Il Venezuela vende petrolio alla Cina in yuan, l’India compra petrolio russo in rupie, l’Arabia Saudita non ha rinnovato l’accordo scaduto nel giugno 2024 per il quale il petrolio veniva prezzato solo in dollari. I BRICS si stanno allargando. Lei vede in questa de-dollarizzazione una delle ragioni profonde dell’aggressività americana verso paesi come Venezuela, Iran, Russia?

Assolutamente sì. Guardi, i BRICS erano 5 nel 2009, sono rimasti 5 fino alla guerra in Ucraina. L’America ha detto: isoliamo la Russia. E i BRICS stanno diventando 25. Tutte nazioni ricche di materie prime, disposte a commerciare senza usare il dollaro. Un paese che ha 38mila miliardi di dollari di debito pubblico che continua a crescere, sta in piedi finché il mondo utilizza il dollaro. Nel momento in cui il mondo molla il dollaro, ha qualche difficoltà.

Perché gli americani, che hanno tanto petrolio, vogliono il petrolio del Venezuela o della Siria? Perché il Venezuela lo vende ai cinesi in cambio di yuan. Non a caso le truppe americane sono ancora nella Siria orientale, un migliaio di soldati, in maniera totalmente illegittima, senza mandato ONU. Cosa fanno? Presidiano i pozzi di petrolio, per impedire al governo siriano di trovare le risorse per ricostruire il paese.

Il tentativo che è in atto di confondere gli aspetti commerciali con gli aspetti militari vede in Trump il suo più grande attore, in grado di presentare gli aspetti commerciali come minacce.

Sulla questione iraniana, Lei vede i movimenti di portaerei americane nel Golfo come funzionali a una strategia anticinese – tagliare le forniture energetiche a Pechino – più che a una logica di contenimento regionale legata a Israele?

L’Iran è una potenza energetica e, come il Venezuela, va tenuto soggiogato, oppure deve accettare che le sue risorse vengano gestite dagli americani. Però c’è un problema: se l’America vuole attaccare l’Iran, deve mandare le portaerei, perché tutti i paesi arabi del Golfo che ospitano basi americane – il Qatar, gli Emirati – hanno detto che non le metteranno a disposizione. Le monarchie del Golfo, nel febbraio 2023, hanno chiuso la lunga epoca di conflittualità con l’Iran con un accordo mediato dalla Cina. La Cina ha un grande fabbisogno di energia dall’Iran, ma anche dai paesi arabi. Quando Biden disse agli emiratini: vi diamo gli F-35, ma dovete rinunciare alla rete 5G di Huawei e comprarla da noi – gli emiratini risposero: noi siamo un paese sovrano e compriamo da chi pare a noi. Se non ci date l’F-35, pazienza. Telefonarono a Macron, che se c’è una cosa che sa fare bene è il venditore, il quale si fiondò ad Abu Dhabi e dopo due ore aveva firmato un contratto per 80 caccia Rafale, il più grande contratto di sempre dell’export militare francese.

È un segnale geopolitico importante: se l’America attacca l’Iran, si gioca completamente il supporto dei paesi arabi più ricchi, che sono grandi investitori anche negli Stati Uniti.

Veniamo all’Europa. Lei nel suo libro sostiene che la guerra in Ucraina sia in realtà una guerra contro l’Europa. La strategia Obama-Biden di logorare la Russia indebolendo l’Europa è fallita?

È fallita completamente. I russi sono molto più forti del 2021, stanno vincendo la guerra. Le forze di Mosca controllano per intero la Crimea e l’oblast di Luhansk, mentre l’Ucraina mantiene ormai solo il 15% della regione di Donetsk, il 20% di Zaporizhia e il 24% di Kherson. I russi conquistano in media una dozzina di centri abitati ogni settimana e stanno guadagnando terreno anche nelle regioni di Sumy, Kharkiv e Dnipro. Non a caso il 27 dicembre Putin ha affermato di trovare sempre meno utili i negoziati: i russi stanno prendendo armi in pugno i territori oggetto di trattativa.

Il rapporto russo-cinese si è rinsaldato, il che non è una bella cosa per i russi, mettersi in braccio a un paese demograficamente ed economicamente molto più forte, ma è il fallimento della strategia Obama-Biden. Trump ne trae delle conclusioni: per Washington è fondamentale ripristinare le relazioni con la Russia e, in tal senso, l’Ucraina è spendibile e sacrificabile. Come lo fu il Vietnam. A un certo punto Nixon si sveglia e dice: questa non è la mia guerra. Con conseguenti Accordi di Parigi coi nord-vietnamiti e abbandono del teatro di guerra. L’ho visto da reporter due volte con gli iracheni, l’ho visto in Afghanistan. Con l’Ucraina sta accadendo lo stesso: Trump parla della NATO come se fosse un soggetto di cui l’America non fa più parte.

Zelensky stesso, in un colloquio con i giornalisti il 7 febbraio scorso, ha denunciato l’esistenza di un possibile accordo USA-Russia da 12 trilioni di dollari – il cosiddetto “pacchetto Dmitriev” – un piano di cooperazione economica che potrebbe includere questioni relative all’Ucraina senza nemmeno consultare Kiev: “L’Ucraina non sosterrà eventuali accordi tra le parti che ci riguardano senza essere consultati”, ha affermato il presidente ucraino, che evidentemente teme di venire sacrificato sull’altare della ripresa in grande stile delle relazioni tra Stati Uniti e Russia. Gli Stati Uniti, infatti, hanno fretta di ristabilire relazioni economiche e politiche con Mosca, lasciando all’Europa il fardello della crisi energetica e della ricostruzione ucraina.

Il disimpegno americano è ormai evidente: il segretario alla Difesa Hegseth ha disertato la riunione dei ministri della difesa NATO di Bruxelles e sarà assente dalla Conferenza sulla Sicurezza di Monaco, così come il vicepresidente Vance. Rubio ha saltato l’ultima riunione dei ministri degli Esteri NATO; sarà presente a Monaco, ma probabilmente attribuisce più rilevanza alle visite nei giorni successivi in Slovacchia e Ungheria, dove incontrerà Orbán e Fico, i leader ostracizzati da Bruxelles ma tenuti in grande considerazione da Washington.

La vicenda della Groenlandia ha ucciso la NATO. Possiamo tenere le bandiere, tenere aperti gli uffici, pagare gli stipendi, ma la NATO è finita. L’interscambio di informazioni di intelligence si è già rallentato. Non c’è nessuna fiducia. Come ha ammesso la stessa ex portavoce della NATO Oana Lungescu, l’assenza di Hegseth «rappresenta un segnale negativo in una fase di forte stress delle relazioni transatlantiche». Ma prima o poi occorrerà tenere conto che Washington non ha alcun interesse a difendere l’Europa ed è molto più interessata a sviluppare le relazioni con la Russia. Insomma, c’è la consapevolezza che gli americani non sono i nostri alleati. Ormai l’hanno capito tutti.

In chiusura, Le chiedo: quale strada vede per l’Europa? L’Unione Europea può essere la risposta, oppure Lei ritiene che debbano essere le singole nazioni a ridefinire i propri interessi?

L’Unione Europea è diventata un’organizzazione di lobbisti. Una nomenclatura, non eletta dai cittadini, che gestisce tutto in ambito economico e finanziario. Non fa gli interessi dei cittadini. Se li facesse, non avrebbe comprato dalla Pfizer dieci vaccini Covid per ogni cittadino europeo, inclusi i neonati. Non avrebbe firmato il Mercosur, che riempie l’Europa di prodotti agricoli realizzati con pesticidi e OGM vietati da noi. Le politiche sull’automotive hanno spianato il mercato alle auto elettriche cinesi, distruggendo il nostro settore. A fine gennaio, la UE ha sancito lo stop alle forniture di gas russo dal 2027 proprio nel momento di massima tensione con Trump, quando si poteva almeno rinviare, come segnale di apertura verso Mosca, per avere più strumenti negoziali.

Orbán ha detto una cosa all’inizio della guerra: io non sono russo, non sono ucraino, sono ungherese e faccio gli interessi degli ungheresi. Perché dovrebbe esserci qualcosa di male in questa posizione?

L’Europa, non essendo una potenza nucleare, se non per gli arsenali britannico e francese, deve giocare un ruolo bilanciato, ripristinare le relazioni con la Russia. Tornare a giocare su più tavoli. Solo così potremmo trattare con Trump usando come arma di pressione il tornare a comprare gas russo. Questa dovrebbe essere la postura dell’Europa.

La storia ci dice che, da Napoleone alle due guerre mondiali, quando in Europa sta per nascere una superpotenza, o una saldatura tra potenze che potrebbe crearne una, gli angloamericani sbarcano. Dal 2014 volevano evitare la saldatura tra la grande potenza energetica russa e la grande potenza economica europea. Avrebbe creato una superpotenza. I nemici dell’Europa sono spesso quelli considerati alleati.

Non faccio mai discorsi di buoni e cattivi. È legittimo che gli americani facciano i loro interessi. Quello che è sorprendente è che gli europei non abbiano fatto i propri.

Il suggerimento letterario che chiude questa Side View è L’americano tranquillo, di Graham Greene. Si tratta di un romanzo che tratta con grande lucidità il tema dell’ingerenza statunitense mascherata da missione idealista in Indocina. Greene lo ambienta nel Vietnam dei primi anni ’50, quando la Francia tenta ancora di tenere in piedi il proprio impero coloniale. L’americano tranquillo è Alden Pyle, convinto di poter salvare il Vietnam con la famosa “terza forza” teorizzata dal politologo immaginario York Harding: né colonialismo francese né comunismo vietnamita, ma un nuovo regime filoccidentale, pulito, democratico, razionale. Settant’anni dopo, molti critici hanno visto nel romanzo una sorta di Cassandra geopolitica: Greene anticipa lo schema che tornerà in Vietnam negli anni ’60 (massiccio intervento USA), e poi in altri teatri, dall’Iraq alla “guerra al terrorismo”, dove l’idea di imporre una terza forza moderata, armando milizie locali e praticando operazioni coperte, ha prodotto esiti caotici.

Approfondimento a cura di Gilberto Moretti

Lugano, 15 febbraio 2026

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