Con lo scritto di oggi, a dieci giorni dall’inizio dell’operazione Epic Fury, facciamo il punto sulla guerra tra Stati Uniti, Israele e Iran. Il Medio Oriente, come ha osservato Pierluigi Fagan in un recente intervento a Roma, è un “frattale di complessità”: come tale, della guerra in corso ci sono molte ragioni e cause, sbaglieremmo a pensare di aver identificato la ragione. Cerchiamo, tuttavia, di orientarci andando con ordine.
Dalla Guerra dei 12 Giorni a Epic Fury
Per un corretto inquadramento dobbiamo partire dalla cosiddetta Guerra dei 12 Giorni dell’estate scorsa[1]. Il conflitto si era concluso con un cessate il fuoco, non con una pace: per Israele niente più di una vittoria tattica ma un fallimento strategico in relazione alla realizzazione dei piani di Netanyahu verso il primato mediorientale del Grande Israele. Per quanto riguarda l’Iran, la guerra del 12 giorni rivela una serie di vulnerabilità cruciali. Nei mesi successivi, Teheran si riarma e passa l’architettura di guida al sistema cinese BeiDou (resistente al jamming), integra radar anti-stealth e accelera la produzione del missile ipersonico Fattah-2 (Mach 15, al momento non intercettabile)[2].

Il 28 dicembre 2025 esplodono proteste in tutte le trentuno province iraniane. L’origine è economica, e in larga parte provocata dall'esterno: il Segretario al Tesoro americano Scott Bessent, testimoniando davanti al Senate Banking Committee il 5 febbraio 2026, lo ha ammesso senza imbarazzo: “What we have done has created a dollar shortage in the country”[3]. L’operazione di pressione massima ha fatto crollare la banca Ayandeh in ottobre, costretto la banca centrale a stampare moneta e provocato una svalutazione del rial nell'ordine del 30-40%, secondo l’analista ed ex diplomatico britannico Alastair Crooke, probabilmente accelerata da operazioni di short-selling orchestrate da Dubai. I commercianti del bazar, colpiti nel vivo, scendono in piazza: proteste economiche legittime e come tali inizialmente tollerate dal governo. Su questa base legittima, tuttavia, si innesta rapidamente un’operazione di intelligence. Il giorno dopo l’inizio delle proteste, il 29 dicembre, l’account ufficiale in farsi del Mossad pubblica su X un messaggio che vale come ammissione. Nelle settimane successive le autorità iraniane arrestano un agente del Mossad tra i rivoltosi, che confessa il reclutamento e descrive la rete: combattenti curdi addestrati da USA e Israele attraversano il confine dall'Iraq e dalla Siria; rivoltosi professionisti attaccano forze dell'ordine, danno fuoco a banche e moschee. Dodici persone vengono uccise, tra cui agenti di polizia e membri dei Basij. Quando l’Iran blocca le connessioni Starlink le rivolte cessano nel giro di ore, a conferma che la regia era esterna[4].

A Washington, però, la lettura prevalente resta quella di un Iran fragile e il programma nucleare diventa ulteriore pretesto per l’azione, nonostante le agenzie di intelligence americane concludessero che l’Iran non stesse perseguendo attivamente lo sviluppo di armi atomiche e il ministro degli Esteri dell’Oman, Badr al-Busaidi, dichiarasse che si era ad un passo dall’accordo[5]. Il 28 febbraio 2026 Trump annuncia l’operazione Epic Fury. In quarantotto ore, oltre 3.800 bombe colpiscono il territorio iraniano, la Guida Suprema Ali Khamenei viene uccisa. Il crollo atteso non si verifica e un consiglio provvisorio assume il comando, in poche ore viene dichiarata la mobilitazione generale e oltre milleduecento tra missili e droni colpiscono Israele e le basi americane nel Golfo, Hezbollah riapre il fronte libanese. Il 2 marzo l’Iran chiude lo Stretto di Hormuz, bloccando il 20% del petrolio mondiale.
Al giorno dieci, momento in cui scriviamo queste righe, i missili iraniani continuano a raggiungere Tel Aviv, il traffico nello Stretto è crollato del 95%, il Brent è sopra i 119 dollari. Non sono in corso negoziati e il regime non è caduto.
Il quadro strategico: Grande Israele, IMEC e frammentazione
Per andare oltre i pretesti, occorre risalire innanzitutto al quadro strategico di riferimento: il piano israelo-americano noto come IMEC (India-Middle East-Europe Corridor), presentato al G20 di Nuova Delhi nel 2023. Tale piano prevede di fare della penisola arabica il tratto di congiunzione tra India ed Europa, con sbocco in Israele come costa sul Mediterraneo. Come avevamo scritto, la conditio sine qua non di questo progetto è triplice: cacciare i palestinesi da Gaza, distruggere Hezbollah in Libano e “tagliare la testa del serpente iraniano”[6]. Questo disegno ha un antefatto nel Piano Yinon del 1982: la sicurezza di Israele richiede la dissoluzione degli Stati arabi e musulmani circostanti in entità più piccole, divise lungo linee etniche e confessionali. L’Iraq è stato il primo laboratorio, la Siria il secondo. L’Iran è il terzo, e il più ambizioso. La preparazione dell’attacco appartiene a quella trasversale progettualità neocon che, secondo la nota testimonianza del generale Wesley Clark, si era prefissata di distruggere sette paesi in cinque anni. I tempi si sono dilatati, ma il programma è rimasto[7].

Un elemento raramente discusso, che è tuttavia bene sottolineare, è il grado di condizionamento che Israele esercita sulla politica estera americana. John Mearsheimer, nel suo libro The Israel Lobby and US Foreign Policy, ha documentato come l’AIPAC sia la lobby più potente di Washington: nel solo ciclo elettorale 2024 ha investito oltre 100 milioni di dollari per sostenere candidati allineati. L’influenza opera attraverso una rete capillare di think tank, media e, come documentato da giornalisti investigativi in relazione al caso Epstein e alle sue implicazioni con i servizi israeliani, anche attraverso meccanismi di compromissione sistematica della classe dirigente americana[8].
Gli obiettivi dichiarati dell’operazione sono due: il regime change a Teheran e la neutralizzazione del programma nucleare. In altre parole, eliminare l’unico attore statale che sfida l’egemonia dell’asse Washington-Tel Aviv: se l’Iran cade, Russia e Cina possono dire addio al multipolarismo. In tal senso, vale la pena ricordare il ruolo dell’imprenditore Peter Thiel, mentore del vicepresidente Vance, il cui presunto isolazionismo si tradurrebbe in realtà in una destabilizzazione del pianeta rimanendo immuni dal caos, per poi riemergere come unica potenza. Lo stesso Mearsheimer ha sostenuto che per ripristinare la propria forza unipolare gli USA avrebbero dovuto frenare la crescita cinese: la disarticolazione delle forniture energetiche cinesi e la decrescita strutturale dell’Europa sarebbero il volano per il rafforzamento interno[9].
A metà dell'Ottocento, millenarismo anglicano e messianismo ebraico convergono sull'idea che il ritorno degli ebrei in Terra Santa sia necessario per accelerare la Redenzione, e queste correnti si integrano nel sionismo politico. La dottrina, sviluppata da Rav Kook, primo rabbino capo ashkenazita della Palestina mandataria, resta marginale finché la guerra del 1967, con la conquista di Gerusalemme est e della Giudea e Samaria bibliche, non viene letta come esecuzione di un piano divino. Il fallimento dello Yom Kippur e i negoziati di Oslo radicalizzano il movimento: la generazione di Smotrich e Ben Gvir, che oggi siede ai vertici del potere israeliano, nasce in quegli anni. Sul versante americano si innesta il dispensazionalismo evangelico, secondo cui il Grande Israele e la ricostruzione del Terzo Tempio sono precondizioni per il ritorno di Cristo. Millenarismo evangelico e messianismo sionista convergono nello stesso obiettivo geopolitico, rendendo questa guerra un'impresa percepita come sacra da entrambi i lati dell'Atlantico.
Sul versante opposto, l’escatologia sciita fornisce una lettura speculare: nella tradizione dell’Islam duodecimano, la lotta contro le forze del Dajjal, il Grande Ingannatore, precede il ritorno del Mahdi e la restaurazione della giustizia. Per la Repubblica Islamica, il conflitto si inscrive in questa cornice cosmica, rendendo ogni compromesso non solo politicamente ma teologicamente inaccettabile.
A tutto ciò si aggiunge una dimensione religiosa che non è marginale: millenarismo evangelico e messianismo sionista convergono nello stesso obiettivo geopolitico, rendendo questa guerra un’impresa percepita come sacra da entrambi i lati dell’Atlantico.
Il miraggio del colpo rapido
L’operazione Epic Fury è stata concepita come un colpo rapido: bombardamento massiccio, decapitazione della leadership, collasso del regime. Il via libera definitivo viene dato il 27 febbraio, mentre negoziati sono ancora in corso a Ginevra, un particolare che, alla luce della dichiarazione del ministro degli Esteri omanita, assume un significato grave: la guerra era già decisa nonostante un accordo fosse a portata di mano.
Tuttavia, ci sono alcuni dati che vale la pena tenere a mente in ordine alla possibilità di una rapida soluzione del conflitto. L'Iran copre 1,6 milioni di km² (4 volte l'Iraq), ha circa 540.000 militari attivi (Artesh + IRGC) più 600.000 Basij mobilitabili, secondo il Military Balance 2026[10]. Con 89 milioni di abitanti, una guerra puramente aerea non può rovesciare il regime e, come nota il direttore di Analisi Difesa Gianandrea Gaiani, è “assolutamente improponibile” un’invasione di terra dopo il fallimento afghano.
In realtà, secondo l’analista Elijah Magnier, sembra emergere una differenza di vedute strutturale tra gli alleati: Netanyahu persegue una strategia di lungo periodo, volta a distruggere il programma missilistico, l’economia e le infrastrutture iraniane anche senza regime change, mentre Trump vorrebbe un’uscita veloce. I segnali contraddittori di Trump tradiscono questa tensione: il 9 marzo dichiara alla CBS che la guerra è praticamente finita ma contemporaneamente il Pentagono sposta batterie Patriot dalla base di Osan in Corea del Sud verso il Golfo, e la NBC parla di impiego di truppe di terra[11].

La frammentazione etnica è lo strumento privilegiato del disegno di destabilizzazione, tuttavia, le strategie attuate in tal senso sembra stiano fallendo una dopo l’altra. L’invasione curda dal Kurdistan iracheno è stata tenuta a bada dall’Iraq e dalla Turchia. L’Azerbaijan, spesso usato da Israele per operazioni sotto copertura in Iran, non si è attivato nonostante l’episodio di Nakhchivan, probabilmente frenato da Ankara. E soprattutto, la carta più dirompente, ossia l’adesione dei Paesi del Golfo alla crociata anti-Iran, sembra sfumata: tanto che il senatore Lindsey Graham ha minacciato Riad di “conseguenze” se non farà guerra all’Iran, una dichiarazione che denota una certa frustrazione[12].

La realtà è che L’Iran non è una costruzione artificiale come l’Iraq di Sykes-Picot, ma una civiltà millenaria con un’identità nazionale forgiata da venticinque secoli di storia imperiale[13].
La risposta dell’Iran: difesa mosaico e aritmetica degli intercettori
Secondo Mohammad Marandi, docente a Teheran, l’Iran si è preparato a questo scenario per decenni. Le infrastrutture militari critiche sono in profondità sotterranea, la popolazione si è compattata, il fronte interno su cui Washington contava tiene. La ragione strutturale di questa resilienza ha un nome: difesa mosaico, elaborata nel 2005 dal generale Jafari dopo vent’anni di studio delle guerre americane, ed è un’architettura deliberatamente concepita per sopravvivere alla distruzione del centro. L’IRGC è stato riorganizzato in 31 unità provinciali autonome, ciascuna dotata di proprio arsenale, catena logistica, intelligence e milizie Basij: se il quartier generale viene eliminato, scatta un protocollo di autonomia operativa. Non un esercito centralizzato, ma trenta eserciti locali che operano in parallelo, appoggiati a una fortezza naturale fatta di catene montuose, deserti e 1,6 milioni di chilometri quadrati di territorio impervio[14]. Il ministro degli Esteri Araghchi lo ha dichiarato pubblicamente: i bombardamenti nella capitale non hanno alcun impatto sulla capacità di condurre la guerra.

L’aritmetica degli intercettori rende il quadro esplicito. Secondo il fact-sheet ufficiale del Pentagono del 9 marzo 2026, nelle prime 72 ore di Epic Fury sono stati consumati ca. 400 missili Tomahawk da cacciatorpediniere e sottomarini US Navy, equivalenti a ca. 4-5 anni di produzione annua (90-100 unità/anno nel FY25).Le scorte di Patriot/THAAD sono a ca. 66% residuo post-consumi, con produzione annua di soli 96 THAAD.
Sul fronte opposto, l’Iran produce centinaia di nuovi vettori al mese in impianti sotterranei dispersi, a una frazione del costo: un intercettore PAC-3 MSE costa tra 4 e 6 milioni di dollari, un drone Shahed-136 tra ventimila e cinquantamila. L’analista Patricia Marins osserva che l’Iran sta conducendo una guerra asimmetrica quasi perfetta, rendendo inutilizzabili le basi circostanti e distruggendo i radar, conservando al contempo la propria capacità di lancio — compresa quella dei sistemi più sofisticati, tra cui il Fattah-2 ipersonico. Al ritmo attuale, le scorte di intercettori della coalizione basterebbero per altri quattro-cinque giorni. Immagini satellitari confermano la distruzione di un radar AN/TPY-2 alla base di Muwaffaq Salti in Giordania, componente chiave del sistema THAAD. Circa il 25% dell’intero stockpile THAAD americano era stato già consumato nella Guerra dei 12 Giorni del giugno 2025[15].
Alastair Crooke delinea una strategia iraniana in tre fasi: prima, assalto sostenuto alle basi americane nel Golfo con droni e missili a corto raggio per esaurire le difese; seconda, impiego progressivo di sistemi balistici avanzati; terza, colpire le portaerei, ossia il centro di gravità della proiezione di potenza americana[16]. Il 9 marzo, il comandante delle Forze Aerospaziali dei Pasdaran ha annunciato la transizione alla fase antinave.
Lo sviluppo strategico più significativo non è però un bombardamento ma la chiusura dello Stretto di Hormuz. Oggi quella che è sempre stata solo una minaccia si è materializzata in una forma più raffinata del blocco totale: una chiusura selettiva. Le navi iraniane, russe, pakistane e cinesi continuano a transitare, tutto il resto è fermo. L’8 marzo, i dati Kpler e Bloomberg registrano due soli transiti in uscita, entrambi iraniani. Di fatto, l’Iran ha trasformato il 24% del petrolio mondiale in una leva negoziale, senza nemmeno dover minare fisicamente il canale: è bastato il ritiro delle compagnie assicurative a paralizzare il traffico. Il 5 marzo i club P&I, le assicurazioni marittime, che coprono il 90% del traffico globale, hanno revocato la copertura per il Golfo Persico. Senza assicurazione, nessun armatore rischia una petroliera[17].
Un fronte anti-turco sta emergendo apertamente in Israele. L’ex primo ministro Naftali Bennett ha definito la Turchia “il nuovo Iran” che cerca di circondare Israele attraverso un’alleanza con Arabia Saudita, Pakistan e Qatar. Yoni Ben Menachem, analista del Jerusalem Center, lo ha detto con ancora maggiore chiarezza: dopo aver sconfitto l’Iran, dovremo ritenere il Qatar responsabile del 7 ottobre e poi passare alla Turchia. Il Wall Street Journal ha pubblicato un’analisi dal titolo eloquente: An Urgent Need to Contain Turkey.
La questione turca si interseca con il conflitto in corso attraverso l’episodio di Nakhchivan: il 5 marzo droni colpiscono l’aeroporto dell’exclave azerbaigiana. Baku accusa l’Iran, ma l’esperto di sicurezza turco Mete Yarar offre un’analisi diversa: forze speciali americane e israeliane avrebbero lanciato droni kamikaze sull’aeroporto azero e missili poi abbattuti dalla NATO contro il territorio turco, in un’operazione di false flag progettata per creare ostilità tra Turchia e Iran. Il presidente iraniano ha telefonato a Erdogan smentendo ogni responsabilità. L’episodio non ha provocato fratture tra Ankara e Teheran, ma rivela la complessità delle manovre in corso.
Ma il blocco di Hormuz non è solo petrolio. Come segnala Enrico Tomaselli, circa un terzo delle forniture mondiali di urea transita dallo Stretto: il costo dei fertilizzanti è già salito del 36%, in un momento cruciale per i cicli di semina e con l’Europa che ha già vietato i fertilizzanti russi. I paesi del Golfo, inoltre, importano fino al 90% del cibo consumato. La leva più critica, tuttavia, è l’acqua: le monarchie del Golfo e Israele dipendono in misura vitale dalla desalinizzazione. Negli Emirati il 42% dell’acqua proviene da impianti di trattamento, in Arabia Saudita il 70%, in Oman l’86%, in Kuwait e Bahrain il 90%, in Qatar il 99%. In Israele, dato particolarmente significativo, tra l’85% e il 90% dell’acqua potabile domestica è acqua di mare trattata. Risultano già colpiti tre impianti: quello sull’isola iraniana di Keshm, uno in Bahrain per ritorsione, e, notizia non confermata ma plausibile data la stretta censura militare, l’impianto israeliano di Sorek, il più grande del paese, che produce circa il 20% dell’acqua nazionale. Se il conflitto si prolunga, sono proprio i paesi schierati dalla parte dell’aggressore a rischiare di più sui livelli asimmetrici della guerra[18].
Lo scacchiere internazionale
Russia. Il ruolo di Mosca nel conflitto è un esercizio di ambiguità calcolata. Da un lato, la Russia fornisce all’Iran immagini satellitari in tempo reale sulle posizioni di truppe, navi e aerei americani, un fatto confermato dall'intelligence USA. Dall’altro, Putin si muove come mediatore. La telefonata del 9 marzo con Trump, la prima dal dicembre precedente, richiesta dalla Casa Bianca, ha prodotto diverse proposte per una soluzione diplomatica. Il giorno stesso, l’inviato Dmitriev è sbarcato negli Stati Uniti, ufficialmente per tutt’altro. Come osserva Malacaria, il sottotesto è trasparente: la guerra all’Iran apre uno spazio negoziale sull’Ucraina.
L’aspetto più significativo è un altro. Nel momento esatto in cui i prezzi del petrolio esplodono, Putin annuncia che la Russia è pronta a garantire all’Europa le forniture energetiche necessarie a condizione di una cooperazione libera da pressioni politiche. Come immediata conseguenza, va segnalato che l’Ungheria ha già chiesto alla Commissione di sospendere le sanzioni sull’energia russa, mentre Bruxelles, dal canto suo, ha risposto che sarebbe un errore strategico. Il punto non è se l’UE accetta oggi: è che ogni settimana di chiusura di Hormuz, la proposta diventa più difficile da rifiutare. Putin non ha bisogno di vincere la guerra: gli basta che duri[19].
Cina. È il giocatore più importante e il meno visibile. La costellazione di oltre 500 satelliti Yaogan e Jilin-1 fornisce intelligence in tempo reale, il sistema BeiDou ha sostituito il GPS nei sistemi d’arma iraniani, e Pechino ha vietato l’export di terre rare per uso militare. Su questo punto vale la pena soffermarsi, perché rivela una contraddizione strutturale che l’analista macro Luke Gromen segnala da anni: gli Stati Uniti dipendono dalle fabbriche cinesi per produrre le proprie armi. Come scriveva Gromen già nel 2023: l’esercito americano deve dipendere da prestiti cinesi per comprare componenti cinesi per costruire armi con cui fronteggiare la Cina. La situazione è diventata concreta: i nuovi F-35 escono dalla catena di montaggio senza radar operativo per carenza di terre rare. L’8 marzo, in piena guerra, Gromen ha scritto: gli USA hanno preso i soldi per gestire un racket di protezione, ma non possono proteggere nessuno senza le fabbriche cinesi.

I dati forniti da Fagan completano il quadro: nel 2025 la Cina ha investito nel Golfo 15,7 miliardi di dollari, ma dopo l’inizio del conflitto banche e assicurazioni cinesi governative hanno sospeso le linee di credito ai paesi del Golfo e venduto bond dell’Arabia Saudita e di Aramco. Pechino utilizza la leva finanziaria come arma strategica. La Cina importa il 70% del fabbisogno energetico fossile e dispone di riserve stimate a 115 giorni, ma un blocco perdurante peserebbe molto di più su India, Corea, Taiwan e Giappone. Appuntamento cruciale: il 31 marzo è previsto l’incontro Xi-Trump.
India. A fine febbraio Modi ha visitato Israele tenendo un discorso alla Knesset e impegnandosi a inviare fino a 50.000 lavoratori. L’India è il terminale del progetto IMEC ma è anche membro dei BRICS e della SCO: una posizione di equilibrismo che la guerra rende sempre più difficile.
Golfo. Bin Salman ha telefonato ai paesi del CCG con un invito pressante a invocare la de-escalation. Il Qatar ha avvertito che si paventa petrolio a 150 dollari e collasso economico mondiale. I dubbi delle monarchie, come li elenca Fagan, sono molteplici: origine di alcuni attacchi (addebitati da più parti a false flag israeliane), consumazione degli arsenali, rischio che l’Iran colpisca le strutture idriche di desalinizzazione, opinioni pubbliche musulmane dopo Gaza. Russia e Cina hanno probabilmente contribuito a frenare l’adesione delle monarchie alla coalizione[20].
Conclusione e scenario
In conclusione, lo scenario attualmente più probabile appare quello di una guerra di attrito. Per Israele e per l’Iran, infatti, questa è una guerra esistenziale e lo è per entrambi in senso non metaforico. Per il sionismo l’eliminazione della minaccia iraniana rappresenta, come abbiamo visto, il compimento di un progetto non solo strategico ma anche escatologico che precede Netanyahu e gli sopravvivrà: non si spiega il 93% di consenso tra gli ebrei israeliani senza comprendere che l’Iran non è percepito come un avversario geopolitico ma come un ostacolo finale. Per l’Iran è il proprio territorio sotto attacco, la propria leadership assassinata, la propria sopravvivenza come Stato e come civiltà. Due volontà assolute, nessuna delle quali ha ragione di cedere.
L’unico attore che potrebbe fermare il meccanismo sono gli Stati Uniti e sono anche l’unico che non ha una posta esistenziale nel conflitto. Washington è entrata sulla spinta di consiglieri con agende proprie. Il fatto che Trump in queste ore abbia elencato pubblicamente quattro nomi come artefici della decisione, Kushner, Witkoff, Rubio, Hegseth, tradisce il bisogno di distribuire le responsabilità prima ancora che il conto arrivi. E il conto sta arrivando: sei punti di vantaggio democratico per le midterm, Brent sopra i 100 dollari, il 61% degli americani che disapprova la gestione economica. Intanto il perimetro del conflitto si allarga, Akrotiri colpita, basi francesi aperte agli strike, missili intercettati su spazio aereo turco e ogni settimana che passa rende più difficile uscirne. Il presidente dell’America First appare sempre più intrappolato in un conflitto dal quale non intravede uscita[21].

Approfondimento a cura di Gilberto Moretti
Lugano, 15 marzo 2026
[1] Cfr. Moretti, G., Krav M.A.G.A., in Side Views, brightside-capital.com, 29.06.2025.
[2]Cfr. Aa.Vv., Iran Abandons US GPS for China’s BeiDou, Redrawing the Strategic Map of Middle East Electronic Warfare, in Defence Security Asia, 05.02.2026; Cfr. Helmy, N., How Iran Gained the Ability to Track Stealth Aircraft: China Deal and the YLC-8B system, in Modern Diplomacy, 10.02.2026; Aa.Vv., Hypersonic Glide Vehicle and Fattah-2 Strike on Israel, in Military Watch Magazine, 03.03.2026.
[3]Cfr. Aa.Vv., US treasury head admits creating 'dollar shortage' in Iran to spark December protests, in The Cradle, 06.02.2026.
[4]Cfr. Crooke, A., Deciphering Trump’s ‘externalised internal thinking’ on Iran, in TheAltWord, 19.01.2026.
[5] Cfr. Brennan, M., Walsh, J., U.S.-Iran deal is "within our reach," Omani mediator says, in CBS News, 27.02.2026.
[6] Cfr. Moretti, G., Folie a deux, in Side Views, brightside-capital.com, 20.10.2024.
[7]Cfr. Perra, D., L’Armageddon americano, in Eurasia. Rivista di studi geopolitici, 5 marzo 2026.
[8] Cfr. Mearsheimer, J., Walt, S.,M., La lobby israeliana e la politica estera degli USA, Asterios, 2007.
[9]Cfr. Perra, D., Ibidem.
[10]Cfr. The Military Balance 2026, IISS (International Institute for Strategic Studies).
[11]Cfr. Magnier, E.J., An existential war on all fronts except the United States, in ejmagnier.com, 09.03.2026.
[12] Cfr. Malacaria, D., Telefonata Trump-Putin sull'Iran: prove di Endgame, in Piccole Note, 10 marzo 2026.
[13]Cfr. Perra, D., Ibidem.
[14]Cfr. Mini, F., Usa-Israele nei guai. E sono già pentiti, Il Fatto Quotidiano, 11.03.2026.
[15]Cfr. Cfr. Gagliano, G., Missili a 2 milioni di dollari, droni a 20.000: la guerra dei conti che l'Iran sta vincendo, in InsideOver, 7 marzo 2026; Marins, P., post su X (@pati_marins64), 5 e 12 marzo 2026; CNN, Radar systems for US THAAD missile batteries hit in Jordan and UAE, satellite images show, 05.03.2026; CNN, US used about 25% of its THAAD missile interceptors during Israel-Iran war, 28.07.2025.
[16]Cfr. Crooke, A., Can Israel & the U.S. Sustain Iran's Military Power?, in The Chris Hedges Report, Substack, 07.03.2026.
[17]Cfr.Bloomberg, Hormuz Tracker: Iran-Linked Ships Are the Only Ones to Transit, 08.03.2026; Kpler, US-Iran Conflict: Strait of Hormuz Crisis Reshapes Global Oil Markets, 01.03.2026.
[18]Cfr. Tomaselli, E., I rischi asimmetrici, in Blitz News #216, Giubbe Rosse News, 11.03.2026.
[19] Cfr. Washington Post, Russia is giving Iran intelligence to target U.S. forces, officials say, 06.03.2026; Bloomberg, Trump, Putin Phone Call: Iran, Ukraine Discussed in First Call of 2026, 09.03.2026; Malacaria, D., Guerra all'Iran: il blocco di Hormuz e l'attivismo di Putin, in InsideOver, 12.03.2026; Al Jazeera, Putin says Russia can supply oil, gas to Europe as energy prices soar, 09.03.2026; Euronews, Hungary demands EU lift sanctions on Russian energy as prices spike amid Iran war, 09.03.2026.
[20]Cfr. Fagan, P., Guerra e tempo, in Arianna editrice, 07.03.2026.
[21]Cfr. Napiza, C.M., Trump 'Throws Allies Under The Bus' As He Blames Hegseth, Jared, Witkoff And Rubio Over Decision To Bomb Iran, in International Business Times, 12.03.2026; Bowman, B., Kamisar,B., Poll: Trump Struggles on Immigration, Prices and Iran, in NBC News, 12.03.2026.




