crosssearchwhat-assetwhat-handwhat-infinitywhat-mathwhat-packagewhat-paperwhat-tree
| | Geopolitica

La variante indiana

“Dio sa che abbiamo sempre più bisogno di uomini nel Gioco.”

(Rudyard Kipling, Kim)

Con questo scritto continuiamo l’approfondimento sull’Asia iniziato a marzo e dedichiamo un focus ad uno dei paesi strategicamente più importanti dei prossimi anni nel Grande Gioco tra potenze: l’India.

Come abbiamo già visto, tra marzo e aprile l’amministrazione Biden ha intrapreso un’intensa attività diplomatica con alleati e partner in tutta la regione indo-pacifica. Uno dei suoi obiettivi più importanti è quello di far progredire le relazioni degli Stati Uniti con l’India, centrale per controbilanciare la crescente potenza cinese.

Proprio per preservare questo avvicinamento, con l’India fortemente colpita da una nuova variante di Coronavirus, l’amministrazione Biden ha allentato i divieti di esportazione di materiale sanitario per fornire le materie prime necessarie alla produzione di vaccini, medicinali, tamponi, respiratori e strumenti protettivi. In tal senso, la lobby indiana negli USA ha chiesto e ottenuto anche l’invio dei vaccini inutilizzati di AstraZeneca, gli stessi chiesti inutilmente dall’Europa, mettendo l’esecutivo statunitense nell’imbarazzante posizione di dover contravvenire alla promessa di fornire i vaccini prima agli americani pur di perseguire la priorità strategica di contenere Pechino grazie all’India.

Infatti, come hanno osservato molti analisti prima che Biden annunciasse i suoi piani di aiuto, la strada verso un sempre più stretto partenariato strategico tra i due Paesi sarebbe gravemente minata se Washington dovesse fallire in un momento del genere.

A ulteriore conferma dell’importanza dell’India nella strategia statunitense, in questi giorni Biden ha annunciato di voler aprire alla condivisione dei brevetti sui vaccini anti-Covid. All’indicazione di Washington si è immediatamente allineata anche l’Ue, con la sola voce critica di Angela Merkel (Pfizer e BioNtech sono partner nella produzione di vaccini) che, en passant, rivela un ulteriore strappo nel sempre piu’ logorato rapporto tra Germania e Stati Uniti. Così, l’8 maggio scorso in Portogallo, i leader europei, dopo aver congelato la ratifica del recente accordo sugli investimenti con la Cina, non solo hanno discusso della questione brevetti ma hanno anche tenuto un summit Ue-India per rilanciare i negoziati per un accordo sul libero scambio, cogliendo l’invito della presidenza USA di immaginare delle soluzioni alternative alla Belt and Road Iniziative cinese. Questa decisione in ordine ai brevetti soddisfa una richiesta già avanzata ad ottobre da India e Sudafrica e rappresenta una svolta estremamente significativa perché mira a sottrarre Nuova Delhi all’influenza di Pechino che, mediante un messaggio del Presidente Xi Jinpin al premier indiano, si è immediatamente resa disponibile a prestare il suo aiuto. A tal proposito, è bene ricordare che Nuova Delhi dipende per il 70% dalle forniture medico-farmaceutiche cinesi e che, a fine 2019, gli investimenti cinesi in India erano pari 8 miliardi di dollari, di cui solo 4.22 miliardi verso il comparto del tech, principale volano dell’economia indiana.

In realtà, i rapporti tra i due paesi sono tutt’altro che animati da buoni sentimenti e lo stesso soft power cinese ne ha fortemente risentito dopo la pubblicazione in questi giorni di un post sui social media da parte di Weibo, un account legato al Partito Comunista Cinese. Il post, rimosso nel giro di ventiquattr’ore, ironizza sulla grave emergenza indiana e mostra l’immagine di un lancio di razzi in Cina insieme a una foto dei corpi delle vittime del Covid che vengono cremati in India, accompagnata dal testo: “Accendere un fuoco in Cina e accendere un fuoco in India.”

Di fatto, l’India stava già affrontando una minaccia alla sua sicurezza nazionale prima di questa nuova ondata virale: un anno di accresciute tensioni e insoliti livelli di violenza lungo il confine con la Cina.

Quali sono, in sintesi, le ragioni delle tensioni sino-indiane?

Il confine contestato

Negli ultimi due anni si è riacceso lo scontro tra i due Paesi dopo le reciproche accuse di sconfinamento lungo la cosiddetta “linea di attuale controllo” (LAC), una frontiera di 3500 km contesa dal 1962. Le origini della disputa tra cinesi e indiani risalgono agli inizi del XX secolo, nella divisione territoriale realizzatasi a seguito dell’Accordo di Simla (1913) tra l’Impero britannico ed il Tibet. L’accordo sanciva l’indipendenza del Tibet e definiva i confini tra Cina e Tibet stesso nonché tra Cina e India britannica, lungo quella che venne definita Linea McMahon. Non riconoscendone l’indipendenza, in seguito la Cina di Mao riprende il controllo del Tibet e il confine diviene oggetto di scontro tra indiani e cinesi. I crescenti attriti sfociano nel 1962 nella “guerra dei trenta giorni”, che vede un’umiliante sconfitta dell’India: a fine conflitto, i cinesi si ritirano su quasi tutto il fronte dietro la linea del confine prebellico, tranne che nell’area dell’Akhsai Chin, ad oggi ancora occupata dall’esercito cinese. Dunque, dal 1962 quel tratto di confine tra Cina e India è delimitato appunto dalla LAC, Line of Actual Control, contestata dagli indiani che considerano come linea di confine quella stabilita dall’Impero britannico.

Dopo una seconda guerra nel 1967 ed una sparatoria nel 1975, i rapporti iniziano a normalizzarsi grazie ad una serie di incontri e di accordi che però non fermano le schermaglie di confine. Tuttavia, il miglioramento delle relazioni diplomatiche e commerciali tra i due Paesi fanno sì che i rispettivi leader non diano a cio’ molto peso o addirittura marginalizzino il tutto, tanto che negli anni 2007/2008 alcuni analisti, per descrivere la crescente importanza economica e geopolitica dei due Paesi, non esitano a parlare di “Cindia”.

Il Kashmir

Pechino non ha gradito due mosse compiute dall’India e che sono la costruzione di infrastrutture nell’area del Kashmir, in grado di migliorare la capacità di approvvigionamento militare in caso di conflitto, e la modifica della Costituzione Indiana con cui il Kashmir è stato diviso in due diversi Stati: Jammu e Kashmir (il nome formale del Kashmir), dotato di un proprio organo parlamentare, e Ladakh, privo di parlamento. In particolare, il Dragone è preoccupato per la presenza buddista proprio in quest’ultima area amministrativa, che potrebbe indirettamente rafforzare i tibetani guidati dal Dalai Lama in chiave anticinese e, a catena, rafforzare la minoranza degli uiguri musulmani dello Xinjiang.


La questione del Kashmir tra Pakistan e India. Quando, il 15 agosto 1947, l’Unione Indiana e il Pakistan sorsero sulle ceneri del colonialismo inglese, lo Jammu e Kashmir, al pari degli altri principati, si trovò di fatto a dover optare per l’adesione a uno dei due nuovi stati indipendenti. Se la logica prevalente voleva che i principati aderissero allo stato in cui ricadeva  il proprio territorio, nel caso dello Jammu e Kashmir la questione era complessa poiché esso confinava sia con l’India sia con il Pakistan. A ciò si aggiungeva il fatto che la maggioranza della popolazione di tale principato era di religione musulmana, mentre il sovrano, il maharaja Hari Singh, era di religione indù e optò per l’India.  

Il Pakistan

Nuova Delhi mal digerisce le ottime relazioni tra Pakistan e Cina. Pechino e Islamabad collaborano grazie ad un accordo di libero scambio ratificato nel 2006 e al Corridoio economico sino-pakistano rientrante nella Via della Seta. I timori dell’India sono legati al fatto che Islamabad possa approfittare di un eventuale conflitto contro Pechino per avanzare nel suo stesso territorio. Inoltre, in questi giorni, con ritiro degli Stati Uniti dall’Afghanistan, l’India si trova in prima linea nel cercare di impedire che quest’ultimo ricada nelle mani dei Talebani con l’aiuto del Pakistan. In tal senso, il rapporto storico con la Russia aiuta l’India a contrastare l’agenda Pakistan-Cina, riuscendo così a tenere a bada i Talebani e altre forze estremiste legate al jihadismo, molto presenti nella zona.

L’Oceano Indiano

La Cina, oltre al progetto della Via delle Seta terrestre, vuole costruire la Via della Seta marittima con una serie di presidi e avamposti militari lungo la linea Golfo Persico – Cina. Si tratta della cosiddetta “strategia del filo di perle” che, mediante il rafforzamento della marina militare cinese, dovrebbe garantire le rotte commerciali attraverso quegli snodi dai quali transita la maggior parte del commercio globale, compresi gli idrocarburi che alimentano la crescita cinese. Ciò spiega perché Pechino stia consolidando rapporti con Paesi quali Pakistan, Sri Lanka, Cambogia, Bangladesh, Myanmar, Thailandia, tutti strategicamente disposti lungo le linee di rifornimento dell’Oceano Indiano. Anche l’India ha l’ambizione di diventare a sua volta una potenza navale in grado di proteggere le rotte commerciali del “suo” oceano. Tramite le isole indiane dell’oceano, Nuova Delhi è in grado di sorvegliare le rotte commerciali in direzione dello Stretto di Malacca, crocevia fondamentale. L’India però non è in grado di controllare l’intero oceano da sola e, per contrastare le ambizioni cinesi, dovrà inevitabilmente abbandonare la storica posizione di Paese “non allineato” intensificando la cooperazione con gli Stati Uniti, come si evince dalla partecipazione al vertice Quad del 12 marzo scorso.


Importanza dell’Asia Centrale per l’India: L’Asia Centrale è strategicamente posizionata come punto di accesso tra Europa e Asia . Offre un ampio potenziale per il commercio, gli investimenti e la crescita. La regione è riccamente dotata di materie prime come petrolio, gas naturale, cotone, oro, rame, alluminio e ferro. La crescente importanza delle risorse di petrolio e gas della regione ha generato nuove rivalità tra potenze esterne. Sicurezza nazionale: l’unica base aerea d’oltremare dell’India si trova a Farkhor, in Tagikistan.

L’Asia Centrale e la Connect Central Asia Policy

Con questa definizione del 2012 viene indicata la strategia dell’India nei confronti del suo cosiddetto “vicinato esteso” ovvero l’Asia centrale, composta da cinque nazioni: Kazakistan, Kirghizistan, Tagikistan, Turkmenistan e Uzbekistan, diventate indipendenti dopo il crollo dell’URSS nel 1991. L’India e la regione dell’Asia Centrale condividono una lunga storia di legami commerciali e culturali i cui inizi possono essere fatti risalire alla civiltà della valle dell’Indo. La regione è cresciuta in importanza strategica per l’India durante gli anni ’90 e nell’ultimo decennio, sia come mezzo per mantenere la stabilità nelle zone di confine tra Pakistan e Afghanistan, in particolare è stata vista come una via per rifornire la coalizione anti-talebana (Alleanza del Nord) in Afghanistan, sia per l’approvvigionamento energetico. Poiché l’Asia centrale non fa parte delle immediate vicinanze dell’India e quindi non condivide con questa i confini e non esiste rotta marittima che le colleghi, la questione della connettività tra le due regioni diventa di fondamentale importanza.

Dal canto suo, la Cina ha fatto passi da gigante con la BRI nelle repubbliche dell’Asia centrale in termini di investimenti e la convergenza di Mosca e Pechino ha cambiato le dinamiche delle relazioni con l’Asia centrale a sfavore dell’India. Sebbene la Cina abbia adottato una linea cauta nei confronti dell’India, in quanto non solo perché rappresenta un partner commerciale importante ma anche perché una profonda destabilizzazione delle relazioni comporterebbe una perdita di controllo sulle ambizioni indipendentiste del Tibet la cui popolazione si potrebbe avvicinare a Nuova Delhi, sono evidenti i motivi per i quali i due Paesi sembrano destinati a scontrarsi in un futuro prossimo e, parimenti, perché l’India e gli Stati Uniti abbiano interesse a stabilire una stretta alleanza.

Nonostante Nuova Delhi veda di molto ridimensionata l’immagine propagandata fino a marzo di paese in grado di fornire una soluzione alla pandemia e ciò per colpa della sottovalutazione dell’emergenza da parte del premier Modi (tanto da subire una sconfitta in tre dei cinque stati chiave chiamati alle urne a inizio maggio), il fatto che sia strategicamente importante per USA e UE, a nostro giudizio, ne salvaguarda comunque le prospettive di crescita.

Come riporta The Diplomat, il FMI ha aggiornato le previsioni del PIL indiano per l’anno 2021-22 al 12,5%, evidenziando al contempo i rischi al ribasso per la crescita. La Reserve Bank of India, nella riunione di politica monetaria di aprile, ha mantenuto invariate le sue previsioni prudenti sul PIL del 10,5% per l’anno fiscale 2021-22 e ha lasciato invariati i tassi di riferimento.


È opinione condivisa che il sistema educativo dell’India, rigoroso e meritocratico, sia un vero e proprio asso nella manica del Paese. Le scuole indiane, infatti, hanno formato “executives” di fama internazionale come il Ceo di Google, Sundar Pichai, e quello di Microsoft, Satya Nadella: una ricerca della National Foundation for American Policy ha svelato che proprio l’India è il Paese che oggi fornisce più dirigenti all’industria globale dell’innovazione. Vale la pensa ricordare anche Mukesh Ambani, uno degli imprenditori più ricchi del mondo, CEO di Reliance Industries Limited, la più grande compagnia privata indiana che ha collaborato con Facebook Inc, Google e il player fintech Infibeam per creare una rete nazionale di pagamento digitale.  

La ripresa dell’India sarà probabilmente ostacolata dal recente aumento di infezioni ma, in ogni caso, questa è supportata da una serie di indicatori come: l’età media della popolazione (in tutto oltre 1,4 miliardi di abitanti) al di sotto dei 30 anni; l’aumento dell’alfabetizzazione digitale che porterà gli attuali utilizzatori regolari di internet da 665 milioni ad almeno 830 milioni tra due anni; l’esplosione dell’e-commerce che registra ogni anno tassi di crescita senza uguali al mondo. Non stupisce che il Fondo Monetario e la Banca Mondiale da qualche tempo considerino l’India non più come un “mercato emergente” ma una vera e propria potenza economica, in grado d’influire sugli assetti globali.

Ed arriviamo, così, al consueto consiglio di lettura ed il più adatto non poteva che essere il romanzo più famoso e letto di Rudyard Kipling: Kim. Il protagonista della storia è il piccolo Kim appunto, un ragazzino orfano di un sergente irlandese e cresciuto come un monello indiano. Durante un pellegrinaggio religioso, il ragazzo incomincia incidentalmente ad apprendere spezzoni del cosiddetto Grande Gioco. Quando si parla del Grande Gioco la mente va immediatamente ad una partita di scacchi, metafora della partita che si disputa sulla scacchiera geopolitica del pianeta e l’espressione è stata resa famosa proprio da Kipling per definire il confronto diplomatico-spionistico che si svolgeva tra russi ed inglesi per il controllo dell’Asia Centrale. Mutati i protagonisti e cambiati gli obiettivi, l’Afghanistan che di quel gioco è stato il cuore geografico e simbolico, è tuttora snodo politico cruciale, teatro dell’ultima guerra espansionistica sovietica (1979), infine culla del più ardito attacco militare agli Stati Uniti (11 settembre 2001). Rileggere Kipling e, scorrendo le pagine, camminare con Kim durante il suo pellegrinaggio è anche un modo per stare al passo coi tempi.  

Lugano, 16 maggio 2021


    Visioni non convenzionali dal mondo della finanza: ogni settimana, analisi e approfondimenti per stimolare riflessioni.

    scrivendomi alla newsletter acconsento al trattamento dei miei dati e dichiaro di aver preso visione della Privacy Policy