10 May 2026

The dire strait

Gilberto Moretti
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The dire strait
foto: Dune, film, 2021

«There’s so many different worlds So many different suns And we have just one world But we live in different ones»

Brothers in Arms, Dire Straits, 1985

Con lo scritto di oggi cerchiamo di fare il punto su un evento che, letto in superficie, sembra una semplice rottura interna a un cartello del petrolio, e che a una lettura più attenta rivela invece la crisi di un intero ordine energetico mondiale. Il 28 aprile 2026, l’agenzia di stampa ufficiale degli Emirati Arabi Uniti, WAM, ha annunciato la decisione di Abu Dhabi di lasciare l’OPEC e l’OPEC+ con effetto dal primo maggio[1]. Erano membri del cartello dal 1967, contribuivano per circa il 12% della produzione totale e disponevano di una capacità di 4.3-4.5 milioni di barili al giorno, con l’obiettivo di salire a 5 entro il 2027[2]. La compagnia petrolifera di stato, ADNOC, ha annunciato contestualmente un piano di investimenti da 200 miliardi di dirham, 55 miliardi di dollari, per il triennio 2026-2028. La risposta dei sette principali produttori OPEC+, comunicata il 3 maggio, è stato un aggiustamento volontario al rialzo di 188 mila barili al giorno a partire da giugno: una mossa simbolica che tradisce l’imbarazzo di un cartello che ha appena perso il suo terzo produttore[3].

Negli ultimi dieci anni Arabia Saudita ed Emirati hanno divaricato le proprie strategie su tre dossier chiave del Medio Oriente, fino a configurare un’incompatibilità strutturale di cui l'uscita dall'OPEC è l’epilogo, non l'inizio.

Yemen. Stessa coalizione dal 2015, obiettivi opposti. Riyadh combatte gli Houthi per ricostituire uno Yemen unitario sotto il governo di Hadi e proteggere il proprio confine settentrionale. Abu Dhabi opera nel sud sostenendo il Southern Transitional Council, organizzazione separatista, e ha acquisito il controllo dell’isola di Socotra e dei porti di Aden e Mukalla. La logica è marittima: Abu Dhabi vuole uno Yemen frammentato per controllare le coste meridionali e il Bab el-Mandeb.

Sudan e Corno d'Africa. Dall’aprile 2023 Riyadh e Abu Dhabi conducono una guerra per procura aperta sul territorio sudanese: i sauditi sostengono l’esercito regolare di al-Burhan, gli emiratini le Rapid Support Forces di Hemedti, eredi dei janjaweed del Darfur. In gioco la costa sudanese del Mar Rosso, l’oro del Darfur (di cui Abu Dhabi è il principale acquirente mondiale) e una rete di basi e porti emiratini in Eritrea, Somaliland e Puntland gestiti da DP World.

Iran. Dopo la mediazione cinese del marzo 2023 Riyadh ha ricostruito i rapporti diplomatici con Teheran, e nella guerra del 2026 ha co-mediato i colloqui di Islamabad con Pakistan, Turchia ed Egitto. Abu Dhabi ha aderito agli Accordi di Abramo nel 2020, ha integrato Israele nella propria architettura di sicurezza e durante il conflitto ha ospitato sul proprio suolo una batteria Iron Dome operata da militari IDF: prima volta in cui truppe israeliane stazionano in un paese arabo.

Mannat Jaspal, direttrice del programma Climate and Energy l’Observer Research Foundation Middle East di Dubai, in un commento del 30 aprile, ha definito la mossa “una rottura strutturale nell’ordine petrolifero globale”: la decisione riflette una scissione profonda nell’architettura di governance energetica, che per decenni si era retta su stabilità geopolitica, incentivi condivisi e ripartizione equa del rischio fra produttori, condizioni che oggi non valgono più[4].

Proviamo qui a tenere insieme i fili: perché è successo proprio adesso, come si sta riassestando il campo di forze del Golfo, quali prezzi e scenari si profilano nei prossimi mesi, quale ordine sta finendo davvero, cosa significa per chi investe e per un’Italia particolarmente esposta. Andiamo con ordine.

Anatomia dello strappo

Occorre fare qualche passo indietro. La frustrazione emiratina nei confronti delle quote OPEC+ va avanti dal 2021. La capacità produttiva di Abu Dhabi è cresciuta in modo costante fino ai 4.3-4.5 milioni di barili al giorno del 2026, mentre la quota assegnata dal cartello è rimasta inchiodata intorno ai 3.4[5]. La differenza, circa un milione di barili al giorno, equivale di fatto a ricavo non realizzato. A questo si aggiunge una logica finanziaria: i fondi sovrani emiratini sono legati più alle borse mondiali che al prezzo del petrolio, e la politica OPEC di limitare l’offerta era ormai contraria all’interesse di Abu Dhabi. Sul piano strategico, la rivalità Riyadh-Abu Dhabi su Yemen e Corno d’Africa è esplosa nel dicembre 2025, quando l’aeronautica saudita ha colpito in Yemen le forze del Southern Transitional Council, alleate degli Emirati[6]. A questo si è aggiunto l’avvicinamento emiratino a Israele e agli Stati Uniti durante la campagna contro l’Iran[7].

Il momento dello strappo, però, non è casuale. La guerra fra Stati Uniti e l’Iran, esplosa il 28 febbraio con l’attacco congiunto americano-israeliano, ha drasticamente ridotto la convenienza di Abu Dhabi a rimanere nel cartello. Hormuz è stato selettivamente chiuso da Teheran che ha trasformato il transito in un sistema doganale in yuan tramite la Kunlun Bank collegata al circuito CIPS[8]. Restare in un cartello che fa cordata con la Russia, partner strategico dell’Iran, è diventato politicamente insostenibile per Abu Dhabi, schierata di fatto con USA e Israele.

Il 4 maggio, tre giorni dopo l’uscita formale degli Emirati dall’OPEC, droni iraniani hanno colpito la Zona petrolifera industriale di Fujairah, causando un incendio al terminal VTTI e ferendo tre lavoratori indiani[9]. L’UAE ha intercettato quattro droni e quindici missili nella stessa giornata. Il dettaglio è decisivo.Fujairah, che era il terminal che avrebbe dovuto consentire agli Emirati di aggirare Hormuz, è diventato una vulnerabile. Patricia Marins, tra i più quotati analisti militari, in un aggiornamento dello stesso giorno, segnala che la pipeline è ora in grado di convogliare al massimo il 40% delle esportazioni precedenti, che l’Iran ha esteso la zona di chiusura includendo il porto, e che una nave emiratina è stata colpita a settantacinque miglia nautiche dalla costa[10]. Sull’interpretazione dell’attacco circolano due letture non incompatibili. L’ex ambasciatore Marco Carnelos, basandosi sull’analisi di Marins, in ricorda che il 3 maggio Teheran aveva accusato le forze emiratine di aver partecipato al bombardamento del territorio iraniano: l’attacco del 4 sarebbe dunque una risposta mirata a quella partecipazione[11]. Larry C. Johnson, ex analista CIA, muove invece dalla smentita ufficiale dell’IRGC di aver lanciato droni o missili contro gli UAE, suggerendo un’ipotesi di false flag israeliana, per spingere Abu Dhabi in guerra aperta con l’Iran proprio mentre Trump segnalava l’intenzione di sospendere le operazioni[12].

La nuova geografia del Golfo

La prima a uscirne avvantaggiata è l’Arabia Saudita. Mentre l’attenzione si è concentrata sulle mosse di Abu Dhabi, Riyadh aveva già operato silenziosamente la propria transizione. Bloomberg ha documentato il 28 marzo che il gasdotto Est-Ovest saudita, che collega i campi orientali al porto di Yanbu sul Mar Rosso, aveva raggiunto la propria capacità massima di 7 milioni di barili al giorno. È la prima volta nella storia di quel gasdotto. Dal 28 febbraio, giorno di inizio della guerra, Riyadh ha reindirizzato circa quattro milioni di barili al giorno sull’infrastruttura nord-ovest, bypassando Hormuz senza alcuna dipendenza da Fujairah o da altri terminal esterni. La conseguenza finanziaria è stata documentata da Goldman Sachs: i ricavi petroliferi sauditi sono aumentati del 10% rispetto ai livelli pre-guerra, mentre quelli emiratini sono calati del 25%[13].

Patricia Marins nella già citata analisi aggiunge che Riyadh ha ottenuto dagli Houthi un accordo di non aggressione, ha partecipato con Pakistan, Turchia ed Egitto ai colloqui di Islamabad dell’11 e 12 aprile, e mantiene intatta la pipeline verso Yanbu (Teheran non l’ha presa di mira, a differenza di Fujairah, segno tangibile che l’accordo Riyadh-Iran tiene). Riyadh sta intanto premendo su Washington per togliere il blocco navale ai porti iraniani, e scongiurare così una rappresaglia Houthi sullo stretto di Bab el-Mandeb, dove transita parte rilevante delle esportazioni saudite reindirizzate sul Mar Rosso. L’uscita UAE, comunicata a Riyadh solo via comunicato stampa, è stata letta come conferma di una divergenza già operativa, non come un fulmine a ciel sereno.

Il secondo vincitore è la Cina. Demostenes Floros, responsabile dell’area energia del Centro Europa Ricerche, ha documentato come Pechino abbia aumentato del 15.8% le importazioni di greggio nei mesi di gennaio e febbraio 2026, due mesi prima dell’esplosione del conflitto[14]. Lo stockpile cinese ha raggiunto un livello sufficiente a coprire circa cento giorni di consumo. Una volta esplosa la crisi, Pechino ha negoziato condizioni vantaggiose, pagando in yuan tramite il proprio sistema CIPS, e diventando il principale acquirente del greggio iraniano.

Sul versante opposto, dove vi sono state letture che hanno dipinto gli Emirati come vincitori (libertà di produzione, cinque milioni di barili al giorno entro il 2027, asse con Washington), il quadro reale ci appare più complesso.

Se la diversificazione di Abu Dhabi ha ridotto il peso degli idrocarburi a circa un quarto del PIL (Q1 2025), trainata da manifattura, finanza, AI e data center[15], la sua fragilità non è tanto economica ma strategica: il modello presuppone stabilità regionale e garanzie di sicurezza che la guerra ha messo in discussione. Israele ha trasferito agli UAE batterie Iron Dome e Iron Beam con operatori IDF, oltre al sistema anti-drone Spectro. È la prima volta che truppe israeliane stazionano ufficialmente in un paese arabo. Inoltre, nella recente visita di Zelensky nel Golfo, Abu Dhabi ha siglato un accordo di difesa con Kiev sul know-how ucraino dei droni, segnale del depauperamento degli intercettori USA e dell’assenza di difesa coordinata nel Golfo. Sicurezza tradotta in militari stranieri sul territorio e in un partner ucraino che evidenziano la subordinazione strategica. L’isolamento si misura, dunque, su tre fronti convergenti. Sul piano diplomatico, Abu Dhabi era assente ai colloqui di Islamabad, dove Riyadh era seduta con Pakistan, Turchia ed Egitto. Secondo Pepe Escobar, “Saudi Arabia desidera nominalmente una soluzione pacifica con l’Iran; Abu Dhabi, di fatto, è in guerra”. Sul piano finanziario, le grandi istituzioni internazionali presenti in massa negli Emirati hanno spostato fondi verso Hong Kong a un ritmo di circa 40 miliardi di dollari alla settimana[16] . Sul piano interno, una postilla da maneggiare con cautela: secondo indiscrezioni rilanciate da Floros, la scelta di campo di Abu Dhabi avrebbe esasperato le tensioni nella federazione emiratina, con l’emirato di Sharjah che starebbe valutando l’ipotesi di secessione. Lo stesso Floros qualifica il dato come ipotetico e speculativo, ma se anche solo una parte di quelle voci trovasse conferma, l’isolamento non sarebbe più solo esterno[17] .

Il secondo perdente è l’OPEC come istituzione. L’organizzazione ha perso il proprio terzo produttore senza riuscire a opporre una risposta credibile che conferma la perdita di potere regolatorio.

Il terzo perdente è l’UE, con l’Italia in primo piano: dipendenza energetica del 75%[18]. La conferma istituzionale è arrivata dalla presidente della Commissione Europea Ursula von der Leyen, che alla plenaria dell’Eurocamera ha dichiarato: “in soli sessanta giorni di conflitto, la nostra spesa per l’import di combustibili fossili è aumentata di oltre ventisette miliardi di euro. Stiamo perdendo quasi cinquecento milioni al giorno”. Floros definisce l’Italia “la vittima designata della crisi del fossile” e prevede blocco di Hormuz per l’estate con doppio costo: bollette alte e perdita di competitività rispetto agli asiatici già stoccati.

La trappola

La conferma istituzionale di questa frammentazione viene da JP Morgan Asset Management. Nel suo Eye on the Market del 4 maggio, Michael Cembalest mette in fila due dati che convergono nel chiudere ogni via d’uscita rapida alla crisi: le scorte fisiche si si stanno esaurendo, mentre nessun bypass infrastrutturale è politicamente disponibile. Sul piano dei flussi, la nota Kaneva calcola che le scorte globali stanno scendendo a un ritmo di 8 milioni di barili al giorno e raggiungeranno lo stress operativo entro luglio; se Hormuz non riaprirà entro settembre, potranno toccare il piano minimo di 6.7 miliardi di barili, oltre il quale partirebbe un razionamento globale che colpirebbe in modo sproporzionato Asia ed Europa, mentre gli USA resterebbero relativamente protetti. La proposta del Baker Institute di una pipeline da dieci milioni di barili Iraq-Oman, capace di bypassare Hormuz, viene definita da Cembalest un “pipe dream”: la cooperazione tra Stati del Golfo è strutturalmente impossibile, soprattutto con l’uscita degli Emirati dall’OPEC[19].

Si capisce allora perché la reazione dei mercati, nei giorni successivi all’annuncio, sia stata controintuitiva. Il 28 aprile, all’annuncio dell’uscita, il Brent ha rimbalzato del sei per cento. Il 30 aprile ha toccato un picco intraday di centoventisei virgola quarantuno dollari. Il primo maggio, giorno effettivo dell’uscita, il Brent ha aperto sopra i centodieci dollari, il WTI sopra i cento. Al quattro maggio, giorno dell’attacco a Fujairah, entrambi i benchmark hanno subito un rimbalzo al rialzo. La logica dei mercati è stata leggibile: la frammentazione del cartello aggiunge rischio geopolitico, non offerta materiale, perché la capacità extra emiratina non può uscire dal Golfo finché Hormuz è bloccato e finché Fujairah è sotto attacco. A questo si aggiunge un dato di struttura sul mercato fisico: anche in caso di riapertura immediata di Hormuz, i mercati potrebbero metterci mesi a normalizzarsi, perché un volume stimato in oltre 150-180 milioni di barili è fermo su petroliere in attesa, e il tempo di scarico e ritorno nel Golfo è stimato in 60-65 giorni complessivi.

La fine di un ordine

Tornando alla rottura strutturale anticipata in apertura, l’ordine in questione è quello costruito alla fine degli anni Settanta sull’asse Riyadh-Washington: prezzo del greggio in dollari, ricavi reinvestiti in titoli del Tesoro americano, sicurezza militare USA in cambio di fedeltà monetaria. Tutti e tre i pilastri sono adesso sotto pressione.

Il petrodollaro non crolla, ma perde l’automaticità di quarant’anni. Il pedaggio iraniano nello stretto è già in yuan e in criptovalute, segnale che si va verso un sistema multipolare in cui non è più pensabile un’unica infrastruttura finanziaria dominante. Limes aggiunge un esito intra-Golfo: Riyadh, che nel 2020 costrinse Mosca alle quote OPEC+ con il crollo dei prezzi, oggi non può ripetere l’operazione contro Abu Dhabi per le proprie difficoltà economiche, resta però verosimile una risposta di natura economica destinata ad approfondire il solco fra i due paesi[20].

L’apparente vantaggio dell’amministrazione Trump si rivela illusorio, e la cronologia delle ultime ore lo rende evidente. Il 5 maggio, in un post su Truth Social, Trump ha annunciato la pausa breve dell’Operation Project Freedom, l’operazione navale lanciata appena il giorno prima per scortare le navi commerciali attraverso Hormuz: “paused for a short period of time”, ha scritto, citando “progressi” verso un accordo con l’Iran, mentre il blocco navale resta in pieno vigore. Il giorno successivo Marco Rubio, intervenuto come portavoce alla Casa Bianca, ha dichiarato che Operation Epic Fury, il nome in codice dell’attacco congiunto americano-israeliano di febbraio, è conclusa perché ha raggiunto tutti i suoi obiettivi, senza però dichiarare la fine del conflitto. Il timing non è casuale: Trump è atteso a Pechino per il summit con Xi Jinping il 14-15 maggio, summit già rinviato dalla data originaria di marzo proprio per la guerra contro l’Iran. Larry C. Johnson, su questo passaggio, ha rilevato che nell’arco di ventiquattro ore i voli militari americani in Europa e Asia occidentale sono scesi da ventisette a sette, solo logistica e tanker, e ha riportato un’ipotesi che lui stesso qualifica come non verificata ma coerente con la cronologia: Pechino avrebbe posto un ultimatum implicito a Washington, minacciando di cancellare o ridimensionare il summit in caso di ulteriore escalation USA contro l’Iran. Il generale Marco Bertolini ne dà la chiave: “con il blocco di Hormuz, Trump vuole sfiancare la Cina e l’Unione Europea, non l’Iran”. Alastair Crooke completa: le condizioni iraniane per un accordo che non leda la propria sovranità sono “vicino all’impossibile”, perché l’Iran pretende in cambio la cessazione degli attacchi israeliani a Libano, Cisgiordania e Gaza, condizioni che Washington non può accettare. L’impasse è strutturale, non tattica[21].

In conclusione

Per gli investitori, per i governi europei e per i consumatori finali, il punto da tenere fisso è uno: il prezzo del petrolio nei prossimi mesi non sarà determinato dalle quote di produzione, ma da tre variabili. La prima è l’andamento della guerra in Iran. La seconda è il calendario di riapertura dello stretto di Hormuz. La terza è la velocità con cui la struttura del petrodollaro continuerà a essere erosa. L’ordine monetario costruito sull’asse Riyadh-Washington dopo il 1973 non sta crollando per essere sostituito da un altro egemone unico, ma frammentandosi in un’architettura finanziaria multipolare in cui dollaro, yuan, sistema CIPS in parallelo a SWIFT, swap lines bilaterali fra banche centrali, cryptovalute e riserve auree al posto dei Treasury americani coesistono senza che nessuna singola infrastruttura faccia più da padrone.

Per il blocco del dollaro, di cui l’Italia fa parte, l’effetto netto della transizione è al rialzo: il dollaro più debole e il maggior potere negoziale di produttori che possono scegliere fra valute multiple, si scaricano sul prezzo in euro del barile. Le tre variabili sono geopolitiche, non economiche.

Approfondimento a cura di Gilberto Moretti

Lugano, 10 maggio 2026


[1]Cfr. WAM, UAE announces decision to exit OPEC & OPEC+, in wam.ae, 28.04.2026.

[2]Cfr. Pietromarchi, V., UAE quits OPEC: What that means for the Gulf, energy markets and beyond, in Al Jazeera, 29.04.2026; Gnana, J., No more quotas: UAE's exit from Opec paves way for independent oil strategy,in The National, 29.04.2026.

[3]Cfr. Zapponini, G., Più petrolio per tutti. La risposta dell’Opec+ agli Emirati, in Formiche, 03.05.2026.

[4]Cfr. Jaspal, M., UAE's Exit From OPEC+: A Structural Break In The Global Oil Order, in Observer Research Foundation Middle East, 30.04.2026.

[5]Cfr. Aa.Vv., UAE’s exit rattles OPEC’s grip on the oil market, in Wood Mackenzie, 29 aprile 2026.

[6]Cfr. Maronta, F., Opec-Emirati Arabi Uniti, cronaca di un addio annunciato, in Limes, 29.04.2026.

[7]Cfr. Weshsler, W.F., ‘A long time coming’: How to understand the UAE’s decision to leave OPEC, in Atlantic Council, 28.04.2026; Shalev, T., Israel and the UAE find common cause as the Iran war cracks old Middle East alliances, in CNN, 01.05.2026.

[8]Cfr. Moretti, G., Tu Quoque?, in Side Views, brightside-capital.com, 12.04.2026.

[9]Cfr. Liao, R., Di Paola, A., Fujairah Oil Terminal Hit by Drone Strike in UAE, Fire Reported at Facility, in Bloomberg, 04.05.206; Aa.Vv., UAE accuses Iran of attacks as ‘large fire’ breaks out at oil refinery, in Al Jazeera, 04.05.2026.

[10]Cfr. Marins, P., Trump, Between the Announcement and the Impotence of Escorting Ships in the Strait, in Global21 Substack, 04.05.2026.

[11]Cfr. Carnelos, M., Golfo Persico: tutti hanno il dito sul grilletto, intervista del 06.05.2026 su Il Contesto, https://www.youtube.com/watch?v=3SipbdLZS7U&t=1357s

[12]Cfr. Johnson, L.C., Ball of Confusion… Trump's Mixed Signals on Iran, in Son of the New American Revolution (Substack), 06.05.2026.

[13]Cfr. Ross-Thomas, E., Saudi pipeline to bypass Hormuz hits 7 million barrel goal, in Bloomberg, 28.06.2026; Biryukov, A., Saudi Arabia Set for Oil Windfall After Hormuz Boosts Prices, in Bloomberg, 01.05.2026.

[14]Cfr. Floros, D., Noi non informati sull’Iran? La Cina sul petrolio sapeva tutto due mesi prima, intervento Radio Radio, 12.03.2026.

[15]Cfr. Farraj, Y.A., UAE economy to grow 4.8 percent in 2025 with balance across oil and non-oil sectors, in Middle East Economy, 05.12.2025.

[16]Cfr. Escobar, P., Il gioco di potere degli Emirati Arabi Uniti, in L’Antidiplomatico, 02.05.2026.

[17]Cfr. Floros, D., L'energia è il principale campo di battaglia geopolitico, interviste del 02.05.2026 a Il Contesto, https://www.youtube.com/watch?v=S3ymPREwD84

[18]Cfr. Eurostat, Energy in Europe – 2026 edition, in https://ec.europa.eu/eurostat/web/interactive-publications/energy-2026

[19]Cfr. Cembalest, M., Abandon Ship!, in Eye on the Market, JP Morgan Asset Management, 04.05.2026.

[20]Cfr. Maronta, F., Opec-Emirati Arabi Uniti, cronaca di un addio annunciato, in Limes, 29.04.2026.

[21] Cfr. Aa.Vv., Trump to visit Xi Jinping in China on May 14 and 15 after Iran war delay, in Al Jazeera, 25.03.2026; Drigo, L., Stretto di Hormuz, generale Bertolini: “Con il blocco Trump vuole sfiancare la Cina e l’UE, non l’Iran, in Il Sussidiario TV, 29.04.2026; Crooke, A., A Negotiated Settlement for a Sovereign Iran Is Nigh Impossible, in Strategic Culture, 04.05.2026.

Dune

Come di consueto, chiudiamo con un suggerimento di lettura: Frank Herbert, Dune, il romanzo in cui la spezia mélange, risorsa rara che muove l’intero universo conosciuto, è oggetto di scontro perpetuo fra le Grandi Casate, mentre l’Imperatore osserva e il Bene Gesserit lavora per secoli sottotraccia. Chi controlla la spezia, controlla l’universo, scrive Herbert. Le mosse di Arabia Saudita, Iran e Cina sembrano confermare il presagio: il petrolio non è una merce, è il nome operativo del potere che muta. Arrakis si scrive Hormuz.

Dune

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