12 April 2026

Tu quoque?

Gilberto Moretti
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Tu quoque?

«Non che amassi Cesare di meno, ma che amavo Roma di più. Avreste preferito che Cesare vivesse e voi moriste tutti schiavi, o piuttosto che Cesare morisse perché voi poteste vivere da uomini liberi?»

Giulio Cesare, Atto III, Scena II, W. Shakespeare

(foto: Giulio Cesare., film, 1953)

Con lo scritto di oggi, a quaranta giorni dall’inizio dell’operazione Epic Fury e all’indomani di un cessate il fuoco che non riesce a mascherare la sconfitta strategica degli Stati Uniti, cerchiamo di fare il punto non più sulla guerra in sé ma su ciò che la guerra potrebbe produrre al di fuori del campo di battaglia. Si ravvisano, infatti, i segnali di una possibile diserzione degli alleati su tre continenti, dall’Europa al Golfo all’Asia, che non si limita alla protesta ma, per la prima volta, va nella direzione di costruire un’architettura di sicurezza alternativa che non passa per Washington.

L’analista Alexander Campbell, in un saggio pubblicato il 4 aprile con il titolo Waking the Hegemon, ha offerto una lente che riteniamo utile per leggere ciò che sta accadendo. Campbell distingue tra due concetti greci di potere: hegemonia, la leadership guadagnata portando i costi dell’ordine, e arkhé, il controllo imposto con la forza. Stephen Walt, su Foreign Affairs, ha chiamato questo stesso fenomeno “egemonia predatoria”: una grande potenza che struttura le relazioni con i propri alleati come giochi a somma zero, estraendo valore invece di fornire ordine. La misura della differenza, scrive Campbell, è semplice: come si comportano gli alleati quando arriva il conto. Finché l’egemone forniva beni pubblici, sicurezza, accesso ai mercati e stabilità monetaria, il costo di stare nel sistema era inferiore al beneficio. Per ottant’anni gli Stati Uniti hanno esercitato hegemonia. Quando l’egemone passa all’arkhé e comincia a estrarre più di quanto offre, a imporre guerre non condivise, sanzioni secondarie ai propri alleati e dazi punitivi), il calcolo si inverte: restare diventa più costoso che andarsene. Oggi il conto è arrivato, e gli alleati stanno andando via dal tavolo. Non solo quelli europei: anche quelli mediorientali, anche quelli asiatici, mentre con Israele si apre una crisi dentro l’alleanza stessa[1].

Proviamo dunque a tracciare una mappa dei cedimenti del sistema di alleanze occidentale.

Il “cessate il fuoco” e chi lo ha ottenuto

Conviene partire dalla fine, perché la fine è rivelatrice. Il 7 aprile, meno di due ore prima della scadenza fissata dallo stesso Trump per la distruzione di centrali elettriche e ponti iraniani, quello che lui stesso aveva chiamato “Power Plant and Bridge Day”, gli Stati Uniti e l’Iran hanno raggiunto un cessate il fuoco di due settimane. Le condizioni meritano attenzione. L’Iran ha accettato la riapertura dello Stretto di Hormuz, ma sotto coordinamento delle proprie forze armate: non una resa, una concessione negoziata che mantiene Teheran nel ruolo di gestore del traffico. Teheran ha presentato il cessate il fuoco come una vittoria, rivendicando il raggiungimento dei propri obiettivi di guerra. I negoziati per un accordo complessivo iniziano venerdì 10 aprile a Islamabad, non a Washington, non a Ginevra, non a New York.

Le 10 condizioni dettate dall'Iran

Il dato più significativo non è il cessate il fuoco in sé, ma chi lo ha prodotto. Non gli Stati Uniti. Non Israele. Il Pakistan. L’accordo è stato costruito dal primo ministro Shehbaz Sharif e dal capo dell’esercito Asim Munir, che hanno parlato direttamente sia con il vicepresidente Vance sia con il ministro degli Esteri iraniano Araghchi. Vance era pronto a volare a Islamabad in due occasioni distinte, tra fine marzo e inizio aprile, per colloqui faccia a faccia con funzionari iraniani: entrambe le volte il viaggio è saltato all’ultimo minuto. Il fatto che Teheran abbia accettato Vance come interlocutore, preferendolo ad altri funzionari americani, la dice lunga sulle fratture interne all’amministrazione Trump. Il 29 marzo, i ministri degli Esteri di Turchia, Arabia Saudita, Egitto e Pakistan si erano riuniti a Islamabad per quello che è stato definito lo sforzo regionale più coordinato della guerra: quattro paesi, nessuno dei quali è un alleato formale dell’Iran, che costruiscono la pace senza chiedere il permesso a Washington[2].

Come ricostruito su InsideOver, la Cina è stata il convitato di pietra dell’intero processo, sostenendo il lavoro diplomatico pakistano attraverso i canali tra i servizi di Islamabad e i Guardiani della Rivoluzione. Vi è poi un fattore che la cronaca ha sottaciuto ma che ha avuto un peso considerevole: il Pakistan è l’unica potenza nucleare islamica, e la sua deterrenza, mai brandita esplicitamente, ha contribuito a contenere il rischio di un’escalation atomica che nelle ultime ore di conflitto era diventato tutt’altro che teorico[3].

Il più grande disastro politico della storia di Israele

La reazione israeliana è forse il dato più eloquente di tutti. Yair Lapid, leader dell’opposizione israeliana, ha definito il cessate il fuoco “il più grande disastro politico nella storia di Israele”, aggiungendo che Israele “non era nemmeno vicino al tavolo quando sono state prese le decisioni che riguardano il cuore della nostra sicurezza nazionale”. È una dichiarazione che conferma ciò che gli analisti indipendenti scrivevano da settimane: questa guerra è stata fortemente voluta da Israele, un Israele che oggi non controlla più il processo che ha messo in moto. Se la lettura è corretta, non è da escludere che il framework di Campbell si applichi anche al rapporto tra Washington e il suo alleato più stretto: la transizione da hegemonia ad arkhé potrebbe non riguardare solo gli alleati che se ne vanno, ma anche quello per cui la guerra è stata combattuta.

Il traffico sullo Stretto di Hormuz

La diserzione europea

La frattura europea si è nel frattempo cristallizzata in una serie di atti formali che non hanno precedenti nella storia dell’alleanza transatlantica.

Il 3 aprile la nave portacontainer CMA CGM Kribi, di proprietà del gruppo francese CMA CGM, ha attraversato lo Stretto seguendo il corridoio tra le isole di Qeshm e Larak: è la prima nave riconducibile all'Europa occidentale a transitare dall'inizio del conflitto. Non esiste un accordo formale Francia-Iran: CMA CGM ha coordinato direttamente con le autorità marittime iraniane e ha pagato un pedaggio di circa due milioni di dollari in yuan. Il governo francese non ha confermato. Il transito è avvenuto lo stesso giorno in cui la Francia si è unita a Russia e Cina nel bloccare al Consiglio di Sicurezza la bozza di risoluzione che avrebbe autorizzato l’uso della forza per riaprire lo Stretto: la correlazione è evidente, la causalità diretta non è dimostrabile, ma la lettura è quella di una convergenza di interessi pragmatici che Teheran sa sfruttare[4].

Come nota l’analista militare Patricia Marins, nessun comandante militare può accettare di forzare lo Stretto nelle condizioni attuali: l’Iran dispone di 250-300 motovedette d’assalto, minisommergibili, droni subacquei e di superficie, e il terreno, con montagne a ridosso e fondali di 35-50 metri, favorisce enormemente la difesa asimmetrica[5]. Macron lo ha detto apertamente il 2 aprile: è irrealistico riaprire Hormuz con la forza, come richiesto dal Presidente Trump. Il punto non è se l'Iran può tenere lo Stretto chiuso: è che lo sta facendo, e che chi vuole passare deve chiedere il permesso e pagare il pedaggio, un rovesciamento dell'ordine marittimo che non ha precedenti dalla Seconda guerra mondiale[6].

La sequenza delle mosse francesi compone un disegno coerente che va ben oltre la singola nave: Parigi ha ristretto lo spazio aereo ai sorvoli militari americani, ha bloccato la risoluzione che avrebbe legittimato l’intervento armato nello Stretto, ha negoziato un passaggio commerciale separato con l’Iran pagando il pedaggio in yuan all'IRGC, e ha proposto quella che Macron chiama una “coalizione degli indipendenti”. Ma c'è un ultimo tassello, il più significativo: tra luglio 2025 e gennaio 2026, con una tempistica che a posteriori appare tutto fuorché casuale, la Banque de France ha rimpatriato 129 tonnellate d’oro dalla Federal Reserve di New York a Parigi, completando il trasferimento dell'intero stock sovrano francese, 2.437 tonnellate, in territorio nazionale. Il governatore Villeroy de Galhau ha dichiarato che la decisione “non è politica”. Tuttavia, a ben guardare, è la decisione più politica che una banca centrale possa prendere: riportare a casa l’oro significa non fidarsi più di chi lo custodiva[7].

La Spagna ha chiuso le basi di Rota e Morón e il proprio spazio aereo agli aerei americani. Sánchez ha definito la guerra “assurda, illegale e crudele”, paragonandola all’Iraq del 2003 “ma peggio”. L’Italia ha negato Sigonella, pur inviando sistemi di difesa aerea nel Golfo e offrendo il programma GCAP ai sauditi: una mossa che non passa inosservata. La Germania ha dichiarato che il conflitto “non ha nulla a che fare con la NATO”. Il direttore di Analisi Difesa, Gianandrea Gaiani, ha sintetizzato il clima con una frase che sarebbe stata impensabile un anno fa: “…non ha alcun senso per le nazioni europee oggi ribadire che siamo alleati con USA e Israele perché tra alleati ci si confronta, si prendono decisioni congiunte o condivise, soprattutto si evita di compiere azioni unilaterali che danneggino i partner. Invece gli europei vengono trattati come “utili idioti” per sostenere campagne militari e iniziative che vanno contro i loro interessi e tacciono, proni al padrone”.

Chi ci libererà dai liberatori?

Nessuno di questi atti è stato coordinato. Ogni capitale ha agito secondo i propri calcoli, ma la direzione è la stessa e la simultaneità è il dato più significativo: quando il costo dell’alleanza supera il beneficio, gli alleati se ne vanno[8].

La diserzione mediorientale

La diserzione non è solo europea, al momento solo timidamente accennata. È questo il dato che cambia la portata dell’analisi. Arabia Saudita, Qatar, Kuwait, Emirati Arabi Uniti e Turchia hanno tutti rifiutato formalmente di permettere l’uso del proprio territorio o spazio aereo per attacchi all’Iran. Il Ministero degli Esteri saudita lo ha confermato formalmente. Si tratta dei paesi che per decenni hanno ospitato le basi americane nel Golfo, che hanno acquistato centinaia di miliardi in armamenti statunitensi, che costituivano il pilastro della proiezione di potenza americana nella regione. Nelle prime 48 ore del conflitto, l’Iran ha colpito tutti i paesi GCC, dimostrando che ospitare basi americane rende bersagli, non protetti. La lezione sembra essere stata recepita.

Il riallineamento è già in corso. L’Arabia Saudita ha firmato un patto di difesa strategica con il Pakistan nel settembre 2025, il cosiddetto SMDA. Sta acquistando sistemi di difesa aerea sudcoreani, esplorando piattaforme cinesi e sino-pakistane, e trattando con Ankara per il caccia stealth turco KAAN di quinta generazione. Il sondaggio Arab Opinion Index 2024-2025, inoltre, indica che il 77% degli intervistati ritiene che le politiche statunitensi minaccino la sicurezza regionale. Come scrive la Carnegie Endowment, gli Stati del Golfo stanno dicendo a Washington che il vecchio patto, in cui l’ospitare basi equivaleva a ricevere protezione, è stato smascherato dalla guerra, e che la prossima versione dell’alleanza dovrà includere condizionalità, obblighi difensivi condivisi e meccanismi di consultazione che oggi non esistono[9].

La Turchia merita un discorso a parte, perché si sta posizionando come il nuovo pilastro di sicurezza regionale alternativo agli Stati Uniti. Erdogan ha offerto fin dall’inizio del conflitto la mediazione turca, e il ministro degli Esteri Fidan conduce da allora una diplomazia navetta tra tutte le capitali. La Turchia ha impedito la pista curda, ha premuto il Golfo a non entrare in guerra, media attivamente tra le parti. Sul piano industriale-militare, le vendite di armi turche al Golfo si moltiplicano e Ankara negozia un accordo di libero scambio con l’intero blocco GCC. Come titolava Haaretz, la guerra in Iran potrebbe produrre un nuovo ordine regionale: meno America, più Turchia[10].

Il giacimento e il pedaggio in yuan e bitcoin

Per comprendere la posta in gioco economica che ha accelerato la diserzione, ricordiamolo, occorre partire dallo Stretto di Hormuz. Il 6 aprile Israele ha colpito il complesso petrolchimico di South Pars ad Asaluyeh, rivendicando la distruzione del più grande impianto petrolchimico iraniano. Come ha riportato l’analista Shanaka Perera, citando il ministro della Difesa israeliano Katz, nelle ore successive l’intero arco petrolchimico del Golfo è andato in fiamme o in sospensione: l’85% della capacità di esportazione petrolchimica iraniana distrutta, due treni LNG del Qatar offline, il 17% della capacità di esportazione qatarina sospesa. South Pars e North Field sono lo stesso giacimento: 1.800 trilioni di piedi cubi sotto il Golfo, il confine è politico, il gas no. Quando si bombarda un lato, l’altro trema[11].

Lo Stretto, chiuso dall’inizio del conflitto, è stato gestito dall’Iran attraverso quello è stato definito “Tehran Toll Booth”: un corridoio a pedaggio la cui architettura operativa, ricostruita in dettaglio da TRM Labs, rivela un livello di sofisticazione che va ben oltre l’improvvisazione. Il piano, annunciato il 30 e 31 marzo con il nome di “Strait of Hormuz Management Plan”, classifica le navi in cinque livelli di nazionalità, da “amichevole” a “ostile”, con tariffe differenziate e condizioni di transito proporzionate. Il corridoio navigabile passa per il canale di Larak, l’unica rotta con fondali sufficienti per le superpetroliere, dove una motovedetta dei Guardiani della Rivoluzione trasmette via VHF un codice alfanumerico che il comandante deve presentare al checkpoint successivo per ottenere il passaggio. Il pagamento avviene in yuan, attraverso la Kunlun Bank collegata al circuito CIPS, oppure in criptovalute, Bitcoin e Tether USDT, con una finestra di conversione di ventiquattro ore gestita sull’isola di Qeshm, dove operatori autorizzati convertono gli asset digitali in rial iraniano. TRM Labs stima un ricavo potenziale di circa 2 milioni di dollari per ogni VLCC in transito, per un flusso che nelle giornate di maggiore traffico ha raggiunto i 20 milioni di dollari al giorno[12].

Come ha osservato Andrea Muratore su InsideOver, il dato più rilevante non è l’entità delle cifre ma il principio che esse stabiliscono: l’Iran ha trasformato una chiusura militare in un sistema doganale funzionante, con infrastruttura blockchain, classificazione diplomatica e procedure di pagamento che replicano, su scala ridotta ma operativa, l’architettura di un casello autostradale sovrano. In tale senso, il sistema Hormuz rappresenta il primo caso nella storia moderna in cui uno Stato impone un pedaggio su un passaggio internazionale riscuotendolo in valuta di un paese terzo e in criptovaluta, aggirando interamente il circuito SWIFT e il sistema bancario occidentale. I dati di Chainalysis confermano flussi significativi verso wallet riconducibili a entità iraniane nelle settimane di chiusura dello Stretto[13].

L’ironia finale è che la US Navy si appresta a fornire scorta alle navi commerciali che passano attraverso un casello che riscuote in yuan cinesi. Trump stesso ha scritto che “gli Stati Uniti aiuteranno con il traffico nello Stretto di Hormuz”.

Da hegemonia ad arkhé

Torniamo dunque al punto di partenza. Demostenes Floros individua nella de-dollarizzazione del mercato petrolifero il fattore chiave per comprendere la guerra: circa 40 milioni di barili al giorno su 100 non vengono più scambiati in dollari ma in yuan, rupie, rubli. L’obiettivo degli Stati Uniti era bloccare questo processo. Ma la guerra ha prodotto l’effetto opposto: la Francia paga in yuan per transitare nello Stretto, la Cina rafforza le proprie infrastrutture di pagamento alternative, e la US Navy fornisce scorta a navi che pagano in valuta del suo rivale strategico[14].

Floros individua tre scenari temporali per le conseguenze europee qualora il conflitto proseguisse: uno shock breve di tre mesi, uno di medio periodo fino a fine estate, e uno lungo di un anno. In tutti e tre i casi, l’Europa affronta questa crisi dopo aver già subito le conseguenze del 2022: la produzione industriale italiana ha registrato tre anni consecutivi di calo (−2% nel 2023, −4% nel 2024, −0,2% nel 2025, dati Istat), per un arretramento complessivo di oltre il 6% rispetto ai livelli del 2022. Il nostro paese vive una doppia crisi energetica: petrolio e gas insieme rappresentano quasi l’80% dei consumi di energia primaria, con il gas al 40% del mix. Il Qatar era il primo fornitore di GNL dell’Italia nel 2024 e quei volumi sono scomparsi per tre-cinque anni.

Floros aggiunge un dato storico che il racconto mainstream ha sistematicamente omesso: i prezzi del gas in Europa non hanno iniziato a salire con l’intervento russo in Ucraina nel 2022, ma già da marzo 2021, quando Bruxelles ha imposto la sostituzione dei contratti take-or-pay con i contratti spot legati al TTF, eliminando l’obbligo per Gazprom di consegnare quantitativi garantiti. Come ha osservato il ministro dell’Energia norvegese Aasland il 3 marzo, la crisi nello Stretto potrebbe riaprire il dibattito europeo sull’abbandono del gas russo. Ogni settimana di chiusura di Hormuz rende quella telefonata un po’ meno impensabile.

Si capisce allora perché la diserzione non è un incidente ma una conseguenza strutturale. Come ha scritto Pierluigi Fagan, si è passati dalla finzione di un’amicizia tra pari al chiaro dominio gerarchico, e la transizione ha reso visibile ciò che prima era implicito. Gli alleati non se ne vanno perché non amano l’America. Se ne vanno perché il costo di restare è diventato superiore al costo di andarsene. La Francia rimpatria l’oro perché non si fida più del custode. La Spagna chiude le basi perché la guerra è illegale. L’Arabia Saudita firma patti con il Pakistan e compra armi turche perché le basi americane la rendono bersaglio, non protetta. Il Pakistan media con garanzia cinese perché è lì che si costruisce il futuro. La Turchia si offre come pilastro alternativo perché il vuoto lasciato dall’America è un’opportunità strategica che non si ripresenterà. E Israele scopre di non essere stata nemmeno invitata al tavolo dove si decideva il suo destino[15].

Come ha scritto l’ex ambasciatore Marco Carnelos su Middle East Eye: gli alleati degli Stati Uniti stanno soffrendo più dei loro nemici[16].

Una sospensione precaria

Il cessate il fuoco appare al momento precario, e le prime ventiquattr’ore lo hanno confermato. L’Iran ha accusato gli Stati Uniti di tre violazioni del piano in dieci punti entro il primo giorno: attacchi israeliani sul Libano, che Netanyahu ha esplicitamente escluso dall’accordo contraddicendo il mediatore pakistano, un drone in spazio aereo iraniano e il tentativo di imporre restrizioni sull’arricchimento dell’uranio. Lo Stretto di Hormuz è tecnicamente riaperto ma solo l’8% del traffico normale è transitato, con oltre ottocento navi ancora in attesa su entrambi i lati.

Due settimane non sono una pace, ma potrebbero essere abbastanza: Trump ha circa venti giorni per chiedere al Congresso l’autorizzazione a proseguire la guerra ai sensi del War Powers Act, e al momento la maggioranza non c’è. La dinamica delle ore successive al cessate il fuoco ha d’altronde confermato l’elevata preparazione della dirigenza iraniana: di fronte al bombardamento israeliano su Beirut e al drone di ricognizione in spazio aereo iraniano, Teheran non ha risposto con i missili ma richiudendo lo Stretto di Hormuz, riaperto nominalmente per pochi minuti. Una mossa che ha posto Washington nella posizione scomoda di dover scegliere tra avallare il bombardamento di Beirut o lasciare a Israele la responsabilità di proseguire il conflitto da solo, eventualità che Netanyahu non può permettersi. Si sta aprendo, come nota il filosofo Andrea Zhok, un varco tra le intenzioni americane e quelle israeliane: gli Stati Uniti cercano una via d’uscita che appaia onorevole sul fronte interno, mentre Israele desidera una prosecuzione illimitata del conflitto. Mantenendo la pressione sullo Stretto senza riprendere il conflitto guerreggiato, Teheran utilizza la sua leva più forte lasciando al contempo margini per una possibile de-escalation.

Lo stesso Trump ha riconosciuto, secondo l’agenzia AFP, che è stata la Cina a ottenere che l’Iran accettasse di negoziare: un’ammissione che sposta il baricentro della trattativa ben oltre Washington. I negoziati di Islamabad saranno il primo test reale: se il piano iraniano in 10 punti viene usato come base, significa che la struttura post-bellica viene costruita su termini iraniani, non americani[17]. Come nota Alastair Crooke, l’Iran non cercava la de-escalation: cercava il cambiamento dell’architettura geostrategica della regione. Il cessate il fuoco potrebbe essere il primo passo di quel cambiamento. Resta da capire, tuttavia, quanto la diserzione possa spingersi in profondità: come ha argomentato Jacob Kirkegaard su Foreign Affairs, la dipendenza europea dal dollaro, dall’energia americana e dalle piattaforme tecnologiche statunitensi è strutturale, e scioglierla richiederà anni, non settimane[18].

Approfondimento a cura di Gilberto Moretti

Lugano, 12 aprile 2026


[1]Cfr. Campbell, A., Waking the Hegemon, Campbell Ramble (Substack), 04.04.2026; Walt, S.M., The Predatory Hegemon: How Trump Wields American Power, Foreign Affairs, marzo/aprile 2026.

[2] Cfr. Hussain, A., Why JD Vance joined Pakistan’s mediation, in Al Jazeera, 07.04.2026.

[3]Cfr. Malacaria, D., Iran. Trump si sgancia da Netanyahu e neocon e accetta la tregua, in InsideOver, 08.04.2026.

[4]Cfr. Soon, W., Adghirni, S., French and Japanese-Owned Ships Make First Hormuz Crossings, in Bloomberg, 03.04.2026.

[5]Cfr. Marins, P., The Gulf's geography tilts the battlefield against the US, in IntelliNews, 02.03.2026.

[6]Cfr. Rose, M., Macron says it is unrealistic to open Hormuz Strait by force, Reuters, 02.04.2026.

[7] Cfr. Itamilradar, Strategic Routes: US B-1Bs heading to the Gulf avoid French airspace, 18.03.2026; Eastwood, B.M., France Just Closed Its Airspace to U.S. Bombers Attacking Iran, in 19FortyFive, 23.03.2026; Jingkai,S., The EU is Forging a ‘Hedging Alliance’ With Indo-Pacific Middle Powers, in The Diplomat, 07.04.2026; Shoaib, A., France Pulls All Gold Out of US Federal Reserve, in Newsweek, 07.04.2026.

[8]Cfr. Aa.Vv., US aircraft leave Spain after government says bases cannot be used for Iran attacks, in Reuters, 02.03.2026; Thkjaer, C., Blackburn, G., Spain's Prime Minister Pedro Sánchez warns Iran war 'far worse' than Iraq in 2003, in Euronews, 25.03.2026; Schumann, N., Why did Italy deny US bombers access to an Italian airbase?, in Euronews, 07.04.2026; Kington, T., Money starts flowing for new GCAP fighter, as Britain sorts out finances, in Defence News, 02.04.2026; Towfigh Nia, O., Germany says Iran war has ‘nothing to do with NATO’, in Anadolu Agency, 16.03.2026; Gaiani, G., È tempo di liberarci dei liberatori, Analisi Difesa, 01.03.2026.

[9] Cfr. Muasher, M., The Iran War Is Uncovering the Weakness in U.S.-Gulf Ties, in Carnegie Endowment, 01.04.2026; Saudi-Pakistan Mutual Defense Agreement, in Gulf Research Center, 17.09.2025; The 2024-2025 Arab Opinion Index: In Brief, in Arab Center for Research and Policy Studies, 2025.

[10] Cfr. Giladi, E., The Iran War May Produce a New Regional Order – Less America, More Turkey, in Haaretz, 03.04.2026.

[11]Cfr. Perera, S.A., The Last Molecule Standing, in Shanaka Anslem Perera (Substack), 30.03.2026.

[12] Cfr. Shankar, P., Tehran’s ‘toll booth’: How Iran picks who to let through Strait of Hormuz, in Al Jazeera, 26.03.2026; Aa.vv., Bitcoin Toll Station in the Strait of Hormuz, in Binance Square, 08.04.2026; TRM Team, How Iran’s Crypto Market is Reacting to Conflict, in TRM Labs, 02.03.2026.

[13]Cfr. Muratore, A., Il pedaggio crypto di Hormuz: come l’Iran aggira SWIFT, in InsideOver, 09.04.2026.

[14] Cfr. Floros, D., La guerra all’Iran si spiega con la de-dollarizzazione mercato petrolifero, in Ibex edizioni, 04.04.2026.

[15] Cfr. Fagan, P., Dies Iran, in italiaeilmondo.org, 08.04.2026.

[16]Cfr. Carnelos, M., Why US Allies Are Suffering More Than Its Enemies, in Middle East Eye, 03.04.2026.

[17]Cfr. Aa.Vv., Trump to AFP: Iran deal 'total and complete victory' for US, in AFP, 0804.2026.

[18]Cfr. Crooke, A., Iran not looking for de-escalation; determined to change geo-strategic architecture, in Conflicts Forum’s Substack, 30.03.2026; Kirkegaard, J., Europe Is Stuck with America, in Foreign Affairs, 06.04.2026.

Giulio Cesare

Chiudiamo una storia che conosciamo fin troppo bene. Eppure, è opportuno tornarci, perché nella frattura tra l’affetto privato di Bruto per Cesare e il dovere verso Roma si condensa l’intera tragedia della caduta. Da Plutarco, Shakespeare ricava un Cesare epilettico e magnifico, cacciatore che si scopre preda, «stella polare» incarnata in un corpo che dalla dittatura perpetua scivolerà verso il sacrificio più celebre dell’antichità. Vale la pena notare che nelle prime pagine di questa tragedia si legge che «c’è la guerra civile nel cielo», e che sulla terra quella guerra si farà fratricida, distribuita tra figure che incarnano ciascuna una postura filosofica e un destino: Bruto lo stoico, sdegnoso e inclemente, che ha dalla sua la ragione ma vive in perpetuo conflitto con se stesso; Cassio l'epicureo, magro e famelico, sospetto proprio perché «legge troppo»; Antonio, il bellimbusto dissoluto e nottambulo, che è però l’unico a padroneggiare la grammatica della Realpolitik, e sullo sfondo le frange schiumanti di un popolo oscillante tra conati di democrazia selvaggia e pulsioni di linciaggio. L’impresa che i congiurati hanno tra le mani è, nelle loro stesse parole, «bruciante, sanguinosa, terribilissima».

Giulio Cesare

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