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8 novembre 2026

Donald (Un-lame) Duck

Gilberto Moretti
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Donald (Un-lame) Duck

«Il candidato perfetto è colui che non ha mai espresso un’opinione forte su nulla, poiché ogni convinzione profonda è un potenziale voto perso.»

Gore Vidal, Washington D.C.

Con lo scritto di oggi facciamo il punto sulle elezioni americane di midterm che abbiamo visto aver consegnato ai democratici la Camera e il Senato. Un risultato atteso che la stampa, per lo più, legge come la fine politica della presidenza Trump.

La tesi che qui proponiamo è più cauta. Il voto cambia certamente la politica interna, per cui il nuovo Congresso potrà rendere complicato ogni atto dell’esecutivo, senza però avere i numeri per fermarlo, tanto che sulla spesa è probabile che i due partiti finiranno per accordarsi al rialzo. In politica estera cambia ancora meno, perché le leve che contano sui fronti che seguiamo, Iran e Ucraina in particolare, restano in larga parte nelle mani del presidente e degli apparati che lavorano con lui, talvolta accanto a lui. Sicché, il voto sembra pesare più sul calendario delle decisioni, aprendo una finestra che si chiude con l’insediamento delle nuove camere a gennaio.

A due anni dall’elezione presidenziale gli americani rinnovano per intero la Camera dei rappresentanti, i cui 435 membri restano in carica due anni, insieme a un terzo del Senato e a una parte dei governatori. Quest’anno al Senato si votava per trentacinque seggi, compresi due voti suppletivi in Ohio e in Florida per posti rimasti vacanti; i repubblicani partivano da una maggioranza di 53 a 47, sicché ai democratici servivano quattro seggi netti per arrivare a 51, dato che in caso di parità decide il voto del vicepresidente. Il Congresso eletto si insedia a inizio gennaio, quindi fino ad allora a Washington siedono le camere uscenti, a maggioranza repubblicana. La regola che governa queste elezioni è antica e conosce pochissime eccezioni: il partito del presidente perde. Nella serie che parte dal 1934, i casi contrari sono tre, Roosevelt nel 1934, Clinton nel 1998 e George W. Bush nel 2002, mentre le sconfitte possono essere pesanti. Truman perse 56 seggi alla Camera nel 1946, Clinton 54 nel 1994, Obama 63 nel 2010, lo stesso Trump 41 nel 2018, mentre Biden nel 2022 se la cavò con nove. Trump arrivava a questo voto con un’approvazione rilevata da Gallup al 35% a inizio agosto e al 33% alla fine del mese, sotto ogni presidente della serie salvo il Truman del 1946. Il precedente racconta anche un’altra cosa, utile per quello che diremo: Reagan, Clinton e Obama persero le elezioni di metà mandato e furono rieletti due anni dopo, il che basta a ricordare che una sconfitta a metà percorso non decide il resto del mandato.

Che cosa è uscito dalle urne

I democratici hanno conquistato il controllo di entrambe le camere, strappando seggi in Stati che votavano repubblicano da decenni e che Trump aveva vinto con margini a due cifre appena due anni fa. Il Texas, il Kansas e la Carolina del Sud eleggono un senatore democratico per la prima volta da decenni; in Texas, James Talarico è il primo democratico a vincere un’elezione statale da oltre trent’anni; nel Maine, cade Susan Collins, sopravvissuta a molte campagne difficili, mentre in Michigan il progressista Abdul El-Sayed batte il repubblicano Mike Rogers. Trump ha reagito prima ancora che chiudessero i seggi della costa occidentale, scrivendo di non essere stato sulla scheda e promettendo il veto alle leggi del nuovo Congresso con l’immagine del cappellino rosso che apre questo scritto; poi, al telefono con Fox News, ha detto di non considerare il risultato una sconfitta personale, che agli elettori non erano piaciuti i candidati e che avrebbe accettato l’esito, mentre il capo dei repubblicani al Senato, John Thune, prometteva di non restare a guardare[1].

Nel conteggio dell’Associated Press aggiornato al 5 novembre, il Senato sta a 54 seggi contro 44, con il Mississippi e l’Alaska ancora da assegnare, la Camera a 240 contro 147 con 48 collegi ancora da attribuire, i governatori a 28 contro 20 con due Stati ancora aperti. In Mississippi il democratico Scott Colom è avanti di 1.138 voti, 464.926 contro 463.788, sulla senatrice uscente Cindy Hyde-Smith con il 96% delle schede contate, mentre in Alaska, al 75 per cento dello spoglio, la democratica Mary Peltola è tornata in testa con il 48,2 per cento contro il 47,9 del senatore uscente Dan Sullivan, dopo un sorpasso del repubblicano nella giornata del 4; senza una maggioranza assoluta si passerà al conteggio delle preferenze successive[2]. Il Mississippi merita una nota a parte: qualora Colom vincesse, lo Stato manderebbe al Senato il primo democratico dal 1982[3].

Le corse ancora aperte

Nella notte dello spoglio, Trump ha riconosciuto a Fox News che la guerra all’Iran ha avuto un ruolo nella sconfitta, sostenendo che gli elettori approvano ma non sono disposti a pagare di più la benzina. Sull’Iran, ha aggiunto, «dobbiamo fare qualcosa di grosso»[4].

La prima frase lascia aperta la ripresa della guerra, la seconda ne riconosce il costo politico: su questa doppia ammissione si gioca la politica estera dei prossimi due mesi.

Perde chi governa

Il dato che spiega il voto più di ogni altro viene dall’AP Voter Poll, la rilevazione dell’Associated Press su circa ottantamila elettori in tutti i 50 Stati. Il sondaggio suggerisce che i giovani elettori sono meno propensi a sostenere i repubblicani alla Camera quest’anno rispetto a sostenere Trump nel 2024.

I giovani under 30 risultano anche più propensi rispetto agli elettori più anziani ad affermare che il loro voto per la Camera dei Rappresentanti degli Stati Uniti viene espresso per manifestare opposizione a Trump. Così, anche gli elettori ispanici sono meno propensi a sostenere i candidati repubblicani rispetto a Trump due anni fa.

Joe Amato, su Limes, aveva tracciato il profilo di questa generazione: a differenza dei baby boomers, «i millennial e gli zoomer si sono formati negli anni dell’11 settembre, delle war on terror, della crisi finanziaria e dei lavori a chiamata», mentre i politici di lungo corso dei due partiti «avanzano come sonnambuli verso un mondo nuovo»[5]. Il tassello che lega questo umore all’economia reale è rappresentato dalla rivolta contro i data center, che esprime il rifiuto verso i grandi gruppi che occupano terra, acqua ed elettricità lasciando poco lavoro sul territorio, cioè una ribellione che ha ragioni economiche[6].

Il voto americano appartiene a pieno titolo a una contestazione delle élite che in queste settimane attraversa l’Europa e non solo, della quale le rivolte dei più giovani sono il corollario più visibile.Una contestazione che rappresenta il segno della rottura del patto sociale il cui conto ricade sui giovani in tasse future più alte, prestazioni future più basse, inflazione, concorrenza degli immigrati sul lavoro, case e scuole fatiscenti oppure inaccessibili[7].

Oltre al malcontento giovanile, nel voto americano ha contato anche il passaggio di campo di una parte degli elettori di Trump: in un sondaggio di Politico condotto nel mese prima del voto circa il 9% di questi ultimi dichiarava di votare democratico, contro poco più del 2% degli elettori di Harris passati ai repubblicani, mentre una misura dell’astensione della base repubblicana ancora non esiste[8].

L’indagine ha anche rilevato che, sebbene i Democratici abbiano almeno un leggero vantaggio su diverse questioni importanti, il Partito Democratico non è molto più popolare tra gli elettori statunitensi rispetto al Partito Repubblicano[9].

Il sondaggio di uscita della NBC, che lavora sugli stessi dati raccolti AP, porta quei giudizi a cifre precise: il 47% dei votanti ha un giudizio favorevole del Partito democratico e il 53% sfavorevole, contro 41% e 59% per i repubblicani, mentre quasi uno su cinque non ha un giudizio favorevole di nessuno dei due. Sull’economia il 43% si fida di più dei democratici e il 37% dei repubblicani, mentre nel 2024 sull’economia Trump staccava Harris di sette punti; sulla corruzione le quote sono 37 e 31, mentre il terzo restante pensa che nessuno dei due farebbe meglio[10].

Gli elettori hanno quindi punito chi governava assai più di quanto abbiano premiato chi si opponeva.

In tal senso, una lettura utile, a ben guardare, arriva dalla destra che aveva creduto nel programma del 2024. Jude Russo, su The American Conservative, scrive che gli elettori hanno respinto il modo in cui il paese è stato governato e non l’insieme di idee che aveva portato Trump alla Casa Bianca, cioè immigrazione, realismo economico e moderazione in politica estera, che a suo giudizio non sono mai state provate davvero[11].

I democratici sembrano averlo capito, almeno nella scelta dei volti. Fra i vincitori della notte spiccano candidati di una generazione nuova, lontani dalla dirigenza che aveva perso nel 2024. I discorsi di Jon Ossoff, trentanove anni, rieletto in Georgia contro il repubblicano Mike Collins, hanno attirato l’attenzione dei democratici in cerca dei futuri capi del partito, scrive la NBC[12]. Con lui James Talarico, trentasette anni, seminarista presbiteriano, e Abdul El-Sayed, quarantadue anni, medico, che sarà il primo musulmano a sedere al Senato. Alle primarie di agosto, El-Sayed aveva superato la deputata Haley Stevens, sostenitrice convinta di Israele, nonostante gli oltre trenta milioni di dollari spesi contro di lui dall’AIPAC. El Sayed è fortemente critico verso Israele e chiede di spendere per i problemi interni il denaro oggi destinato alle guerre all’estero[13]. Il suo è il nome che pesa di più sulla politica estera, perché porta al Senato dal Michigan quella revisione del rapporto con Israele che anche Vance, come vedremo, indica fra le cause della sconfitta.

Le conseguenze in politica interna

Veniamo alle conseguenze. L’impatto del voto sulla politica interna è minore di quanto lasci intendere il rumore della grancassa mediatica. Politico, ad esempio, ha scritto che Trump viene di fatto costretto nella condizione di anatra zoppa, che la Casa Bianca si prepara in privato a un’ondata di inchieste e che i parlamentari repubblicani si chiedono apertamente se la sua presa sul partito si allenterà. Sulla stessa testata, l’agenda dei democratici prevederebbe citazioni a deporre e indagini, leggi di bandiera in vista del 2028 e la leva sulle leggi che non si possono non votare, cioè il finanziamento del governo, il tetto del debito e la legge annuale della difesa[14]. Dal 3 gennaio i democratici avranno le commissioni, con il potere di chiamare a deporre ministri e collaboratori, mentre i loro capi non escludono l’impeachment del presidente o di qualche ministro e indicano fra i possibili bersagli delle indagini il ministro della Difesa Hegseth insieme a Elon Musk[15].

Tuttavia, ai democratici mancano i numeri per intralciare davvero il presidente. La Camera può mettere in stato d’accusa un presidente o un ministro a maggioranza semplice, mentre la rimozione richiede i due terzi del Senato, cioè 67 voti, sicché un impeachment che non raccolga una parte consistente dei repubblicani si chiude con un’assoluzione, come già accadde per i due procedimenti contro Trump nel primo mandato. Lo stesso vale per il veto: con un Senato democratico fra i 54 e i 56 seggi, a seconda di come finiranno Mississippi e Alaska, per superarlo servirebbero al Senato fra 11 e 13 repubblicani, oltre ai due terzi della Camera, disposti a votare contro il presidente del proprio partito, una soglia che oggi appare lontana. Le leggi che i democratici approveranno sul costo della vita, sui dazi o sulla sanità verranno, con ogni probabilità, respinte da Trump con il veto. Il loro unico effetto sarà mostrare agli elettori che cosa farebbe il partito se governasse, in vista del 2028.

Resta il bilancio, che è anche il terreno su cui, in realtà, lo scontro rischia di risolversi in un accordo. Daniel Lacalle prevede uno stallo su tutto fuorché sulla spesa, con il veto e gli ordini esecutivi del presidente come regola, ricordando due precedenti: dopo la sconfitta di Bush nel 2006 arrivarono lo stimolo, il salvataggio bancario da settecento miliardi e il deficit, dopo quella di Obama nel 2014 ottanta miliardi di spesa in più e diciassette mesi senza tetto del debito. Seguendo il suo ragionamento, le leggi su cui i democratici contano di far leva sono proprio quelle su cui i due partiti trovano più facilmente un’intesa al rialzo. I democratici chiedono spesa sociale e misure sul costo della vita, i repubblicani e la Casa Bianca chiedono spesa militare, a maggior ragione con una guerra aperta: la soluzione che accontenta tutti è aumentare l’una e l’altra a debito.

La ragione di fondo di questo giudizio sta nel fatto che i due partiti rispondono agli stessi centri di potere, dai grandi donatori alla finanza e all’industria della difesa, sicché sui capitoli che contano per quei centri l’intesa è la regola più che l’eccezione.

Mentre «i poteri istituzionali si sfarinano», scrive Lucio Caracciolo su Limes, «i poteri privati colmano il vuoto». Trump, aggiunge, «non governa, esercita potere tramite reti clientelari di affari», mentre i capitalisti, osserva l’editoriale, «si sono resi essenziali agli apparati di sicurezza nazionale», con una catena di dipendenze che può essere letta così: «senza Musk, niente Spazio; senza banche, niente sanzioni; senza Thiel, niente Maven, il programma che pare abbia individuato Maduro e Khamenei».

In altri termini, chi finanzia, fornisce agli apparati i satelliti, le piattaforme di analisi dei dati e i programmi che individuano i bersagli, è in grado di orientare l’agenda di governo senza dover vincere un’elezione, sicché un cambio di maggioranza sposta poco[16].

Dalla destra americana arriva un giudizio simile. Per Jude Russo queste elezioni contano poco per il governo effettivo del paese perché le politiche simbolo della presidenza, dalla guerra ai dazi, si decidono nell’esecutivo[17]. Freddy Gray, su The Spectator, ricorda che Trump ha governato quasi solo per ordini esecutivi, ha cominciato la guerra all’Iran senza autorizzazione del Congresso e ha ignorato le risoluzioni sui poteri di guerra, sicché con camere ostili può tornare a recitare la parte dell’uomo venuto da fuori in lotta con Washington[18].

Il rischio vero per Trump

Il rischio vero per Trump sta nel suo stesso partito, dove i segni di una crepa ci sono già: nell’AP Voter Poll circa quattro elettori repubblicani su dieci vogliono un Congresso che controlli di più la presidenza. Paul Poast, del Chicago Council on Global Affairs, indica il primo terreno su cui la crepa può diventare voto: dopo che l’amministrazione ha ignorato la legge bipartisan sulle sanzioni alla Russia, anche i repubblicani vogliono riprendersi il controllo dei dazi, che la Corte suprema a maggioranza conservatrice ha già giudicato fuori dai poteri del presidente[19].

Quella crepa si è vista subito al vertice del partito. Il vicepresidente Vance ha scritto che la ragione della sconfitta è la guerra all’Iran e un rapporto con Israele da rivedere, aggiungendo che lo aveva detto la sera prima lo stesso presidente. Trump ha confermato soltanto a metà, ammettendo il peso della guerra ma difendendo la decisione. Vance resta vicepresidente e non ha chiesto con atti formali la fine della guerra, sicché una rottura vera non c’è. Colpisce però che l’erede naturale del movimento prenda le distanze dal presidente proprio sul dossier che ha deciso il voto, con un argomento, la guerra come costo elettorale, che i repubblicani in cerca di rielezione possono fare proprio.

È questa la strada più corta perché i numeri che mancano ai democratici arrivino dall’altra parte dell’aula. Se la sconfitta convincerà abbastanza repubblicani che Trump costa più di quanto rende, i due terzi diventano raggiungibili sui singoli dossier molto prima che su un impeachment.

Le conseguenze in politica estera

Lo stesso giorno del voto Daniel Drezner ed Elizabeth Saunders, su Foreign Affairs, osservano che un presidente al secondo mandato che perde il Congresso, tende a spostarsi sulla politica estera, dove i poteri della presidenza gli permettono di agire senza i vincoli della politica interna: Obama dopo la sconfitta del 2014 concluse l’accordo nucleare con l’Iran e normalizzò i rapporti con Cuba, mentre George W. Bush nel 2007, dopo una batosta di metà mandato che sembrava chiedergli di ritirarsi, mandò in Iraq rinforzi. Anche un Congresso democratico, scrivono, avrà poco potere sulla gestione quotidiana della politica estera, dato che un’azione militare contro l’Iran o contro Cuba richiederebbe soltanto l’assenso del presidente; senza più elezioni all’orizzonte, a frenarlo resta il senso della propria eredità. Riferiscono che l’amministrazione e Israele hanno preparato piani per nuovi attacchi all’Iran appena chiuse le urne, mentre indicano in Cuba il secondo teatro possibile, perché rovesciare il governo dell’Avana è una priorità personale di Rubio[20].

Elijah Magnier, che legge la sconfitta come il costo elettorale di ciò che Washington non è riuscita a ottenere con le armi, indica nel ministro della Difesa Hegseth il primo capro espiatorio possibile e aggiunge che questo non impedirà al presidente di usare i suoi poteri. Paul Poast arriva alla stessa conclusione da una posizione tutt’altro che eterodossa, perché alla vigilia scriveva che la guerra avrebbe pesato sul voto mentre il voto difficilmente avrebbe pesato sulla guerra, dato che nemmeno un Congresso democratico saprebbe come far uscire gli Stati Uniti dallo stallo di Hormuz[21].

Sulla guerra al Congresso resta la leva della borsa, come mostra Trita Parsi su Responsible Statecraft quando ricorda che i fondi del governo scadono l’11 dicembre e che i democratici possono pretendere fin da subito che nessun nuovo finanziamento paghi la guerra all’Iran. L’analista cita il senatore Chris Van Hollen, per il quale la guerra del Vietnam finì quando il Congresso smise di finanziarla[22]. Il senatore Chris Murphy ne ha descritto il percorso: una legge di proroga subito dopo il voto, il bilancio rinviato a gennaio o febbraio, poi il rifiuto di finanziare il dipartimento della Difesa se quei fondi pagano la guerra contro l’Iran. Secondo Just Foreign Policy i senatori democratici possono bloccare già la proroga, perché ai repubblicani servono sette dei loro voti[23]. Sulla spesa di guerra, quindi, l’accordo al rialzo previsto da Lacalle può saltare.

Dal calendario discende però un paradosso, perché secondo Parsi la sconfitta, dovuta in buona parte alla guerra, rende più probabile un’escalation, dato che il costo elettorale è stato pagato, non ci sono altre scadenze vicine e chi vuole la guerra, a Washington come in Israele, vede nei prossimi mesi l’ultima finestra prima che i democratici controllino i cordoni della borsa. Se a Doha non arriva una svolta a breve, conclude, il rischio cresce. Magnier fissa la stessa finestra al 3 gennaio, quando si insedia il Congresso nuovo, definendola pericolosa più che un mandato senza limiti, mentre riferisce che l’Iran prepara la popolazione al peggio[24].

C’è poi un piano ulteriore, che spiega perché la politica estera americana cambi così poco quando cambiano le maggioranze, talvolta perfino quando cambia il presidente. Michael Glennon, che fu consigliere della commissione Esteri del Senato, lo ha descritto in un libro del 2014 dedicato a quello che chiama il «doppio governo». Accanto alle istituzioni previste dalla Costituzione, cioè Congresso, presidenza e tribunali, esiste una rete di alti funzionari della sicurezza nazionale, cresciuta dalla legge del 1947 che istituì la CIA e il Consiglio di sicurezza nazionale, alla quale i tre rami finiscono per rimettersi. Cambiare quella politica, diceva a proposito di Obama, che da candidato aveva criticato quasi tutto della sicurezza nazionale di Bush e da presidente cambiò pochissimo, è come cercare di cambiare la rotta di una portaerei, perché quella burocrazia tende a favorire lo status quo[25].

Va evitato però l’equivoco di agenzie che decidono contro il presidente. The Atlantic ha ricostruito il caso ucraino: le operazioni della CIA in Ucraina risultano molto più aggressive che sotto Biden e fra il personale americano sul terreno è la CIA a guidare, eppure quando Trump ha minacciato di sospendere il sostegno d’intelligence se Kiev non smetteva di colpire le raffinerie russe, il direttore Ratcliffe, secondo le fonti anonime del giornale, eseguirebbe l’ordine. La formula giusta è quindi il presidente insieme agli apparati, con il Congresso che ne resta fuori[26].

Verso il 2028

Trump non può ricandidarsi, quindi il 2028 conterà più per il suo partito e il suo erede. Russo, ancora su The American Conservative, scrive alla vigilia del voto che la variabile fondamentale per il dopo Trump sarà il modo in cui si chiude la guerra, aggiungendo che il vicepresidente Vance ha bisogno di una soluzione decente per presentarsi[27]. Muratore di Inside Over nota su X che l’Ohio, dove si votava per il seggio che fu di Vance, passa ai democratici, il che non è un dettaglio per il 2028.

Kevin Roberts, presidente della Heritage Foundation, avverte che senza un’agenda credibile sui problemi interni la prossima corsa presidenziale sarà ancora più difficile.

Tuttavia, se il dissenso che ha punito Trump non trova chi contesti davvero i centri di potere che finanziano entrambi i partiti, il voto di protesta può tornare contro chi oggi lo ha incassato.

Lugano, 08 novembre 2026

Approfondimento a cura di Gilberto Moretti

[1]Cfr. Colvin, J., Jalonick, M.C., Weissert, W., Democrats win the US House, taking full control of Congress, in Associated Press, 04.11.2026.

[2]Cfr. Associated Press, pagine dei risultati del Texas, apnews.com/projects/elections-2026/texas-results, e della corsa al Senato del Michigan, https://apnews.com/projects/elections-2026/michigan-us-senate-results, 05.11.2026.

[3]Cfr. Aa. Vv., Democrat Scott Colom Leads Mississippi Senate Race By 28 Votes Against Republican Cindy Hyde-Smith, in Mississippi Free Press, 04.11.2026.

[4]Cfr. Aa.Vv., Trump admits Iran war played role in Republican losses: people weren’t willing to pay more for gasoline, in The Times of Israel, 04.11.2026.

[5]Cfr. Amato, J., Giovani nichilisti alla fine del secolo americano, in Limes, 2/2026, 11.03.2026.

[6]Cfr. Desiderio, A., Petroni, F., Dove va l’America: le elezioni di midterm un test per gli Usa, non solo per Trump, in Limes, Mappamundi, 02.11.2026, https://www.youtube.com/watch?v=WZI1tJv5mNs&list=PLdGzyrCItloSVMD29dWIGPX-boFRvw-Hy&index=2&t=2392s

[7]Cfr. Pezzoli, A., Je Cours, in Side Views, https://brightside-capital.com, 23.10.2026.

[8]Cfr.Politico Poll, condotto da PF Global in cinque rilevazioni dal 3 ottobre al 1° novembre 2026 su 10.110 elettori, Politico, 03.11.2026, http://politico.com/news/2026/11/03/poll-trump-gop-coalition-fractures-elections-01145084

[9] Cfr. Associated Press, AP Voter Poll sul voto del 2026, 04.11.2026.

[10] Cfr. Perry, S., Schuppe, J., Many voters saw midterm election as a rebuke of Trump, NBC News Exit Poll shows, in NBC News, 04.11.2026.

[11] Cfr. Russo, J., America First Remains Viable and Untried, in The American Conservative, 04.11.2026.

[12] Cfr. Dixon, M., Democratic Sen. Jon Ossoff wins Georgia Senate re-election bid, fending off Mike Collins, in NBC News, 03.11.2026.

[13] Cfr. Harb, A., ‘Rejecting hate’: Abdul El-Sayed wins Senate seat despite racist attacks, in Al Jazeera, 04.11.2026.

[14] Cfr. Brugger, K., Democrats are about to run the show on Capitol Hill. What will they do with their power?, in Politico, 04.11.2026.

[15]Cfr. Colvin, J., Jalonick, M.C., Weissert, W., Democrats win the US House, taking full control of Congress, in Associated Press, 04.11.2026.

[16]Cfr. Caracciolo, L., A fari spenti nella notte, in Limes 2/2026 L’America ingolfa il mondo, 13.03.2026.

[17] Cfr. Russo, J., Today Is the End of the World as We Know It, in The American Conservative, 03.11.2026.

[18] Cfr. Gray, F., Donald Trump will never be a lame duck, in The Spectator, 31.10.2026.

[19] Cfr. Poast, P., Can a New Congress Compel Trump to End the Iran War?, in Chicago Council on Global Affairs, 27.10.2026.

[20] Cfr. Drezner, D.W., Saunders, E.N., The Dangers of a Lame-Duck Trump, in Foreign Affairs, 04.11.2026.

[21] Cfr. Poast, P., Can a New Congress Compel Trump to End the Iran War?, in Chicago Council on Global Affairs, 27.10.2026.

[22] Cfr. Parsi, T., Major losses could spur Trump to escalate war before year’s end, in Responsible Statecraft, 04.11.2026.

[23] Cfr. Conley, J., As Trump renews Iran nuke threats, Dems ponder blocking war funds, in Asia Times, 02.11.2026.

[24] Cfr. Magnier, E.J., Iran Prepares for the Unthinkable as Washington Negotiates and Strikes, in https://ejmagnier.com, 04.11.2026.

[25] Cfr. Glennon, M.J., Shadow Government, in Tufts Now, 28.10.2014.

[26] Cfr. Harris, S., Shuster, S., The Man in the Middle of Trump’s Deeply Conflicted Ukraine Policy, in The Atlantic, 23.10.2026.

[27] Cfr.Russo, J., Today Is the End of the World as We Know It, in The American Conservative, 03.11.2026

Washington D.C.

Chiudiamo con un romanzo di Gore Vidal, tratto dal ciclo Narratives of Empire, Washington D.C., Fazi Editore, che racconta la capitale americana fra la fine del New Deal, la Seconda guerra mondiale e la guerra di Corea, attraverso un vecchio senatore democratico dell’America isolazionista ancora in corsa per la rielezione, un magnate dell’editoria che usa il proprio potere negli intrighi politici e nelle faccende private, infine, un giovane assistente che fa carriera sposandone la figlia. È il romanzo di una città in cui le cariche elettive passano mentre restano il denaro, i giornali e le reti di relazione che decidono chi ottiene quelle cariche. Letto all’indomani di questo voto, lascia aperta la domanda che conterà nei prossimi due anni, cioè chi deciderà davvero a Washington quando le maggioranze cambiano e la direzione resta la stessa.

Washington D.C.

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