12 luglio 2026

Mr. Cardamom

Gilberto Moretti
Mr. Cardamom
foto: Election Campaign for Zohran Mamdani

«Non ero mai stato americano; mi ritrovai a essere immediatamente newyorkese»

Il fondamentalista riluttante, M. Hamid

Con lo scritto di oggi cerchiamo di fare il punto su una figura che l’establishment statunitense ha iniziato a temere sul serio: l’attuale sindaco di New York, con un passato da rapper, Zohran Mamdani e la prospettiva che la sua ascesa spiani la strada al Partito Democratico alla Casa Bianca nel 2028. Il materiale da cui partiamo è la puntata di All-In, uno dei podcast di economia, tecnologia e politica più seguiti al mondo, condotto da quattro noti investitori e imprenditori della Silicon Valley: “i Besties”[1]. Per quasi tre quarti d’ora Chamath Palihapitiya, David Sacks, Gavin Baker e l’ospite Travis Kalanick discutono di Mamdani in tono d’allarme: la sua ascesa proverebbe che il Partito Democratico sta scivolando verso il “comunismo”, trascinato da una generazione che rinnega il libero mercato e l’idea stessa di America.

Conviene dirlo subito, perché la paura di un panel dichiaratamente conservatore per un sindaco democratico non è così ovvia. A spaventarli non è tanto il “comunismo” che è poco più di un’etichetta, ma sono due cose molto concrete. La prima è che un programma imperniato su tasse ai ricchi e controllo pubblico delle grandi imprese colpisce il capitale e le piattaforme su cui poggia la loro ricchezza. La seconda è che Mamdani ha tolto alla destra il suo stesso metodo, la politica costruita fuori dai media tradizionali e vinta nell’economia dell'attenzione e lo ha rivolto a sinistra. “Comunismo” e “anti-americanismo” sono soltanto il nome che danno a questa doppia minaccia.

Veniamo ai fatti. Alle primarie democratiche di giugno, la macchina elettorale di Mamdani ha travolto l’apparato dem. I tre sfidanti che aveva sostenuto per la Camera hanno vinto tutti: Brad Lander ha battuto Dan Goldman, Darializa Avila Chevalier ha rovesciato Adriano Espaillat, presidente del caucus ispanico, e Claire Valdez si è presa il seggio aperto fra Brooklyn e Queens. La stessa dinamica si è vista a Washington e in altri sei Stati, al punto che la stampa parla già di “Squad 2.0”. Bill Galston, della Brookings, ha fissato il punto: fino a ieri Mamdani poteva sembrare un caso isolato, un talento irripetibile, dopo questo voto va considerato “una forza strutturale”.

Sono i numeri a dare corpo a questo allarme. Un sondaggio Gallup di settembre 2025 registra che l’elettorato democratico, unico fra i tre schieramenti, giudica il socialismo più favorevolmente del capitalismo, 66% a 42%[2].

Il Democratic Socialists of America ha superato i centomila iscritti e ha deliberato di correre per la presidenza nel 2028[3]. Non stiamo osservando un caso, ma una tendenza.

Si tratta dell’U.S. Immigration and Customs Enforcement: Agenzia federale degli Stati Uniti che si occupa del controllo della sicurezza delle dogane e dell'immigrazione.L’ICE si trova costantemente al centro del dibattito politico americano. Sotto l'amministrazione Trump, l’agenzia ha ricevuto un forte mandato politico per attuare ampie campagne di deportazioni di massa, eseguendo blitz mirati nei luoghi di lavoro e nelle città, mirando a neutralizzare le cosiddette “città santuario” (le città che non collaborano con le autorità federali sull’immigrazione).

Il programma

Il programma di Mamdani si muove su due piani distinti che spiegano insieme il consenso e l’allarme. Sul piano costituzionale le rivendicazioni sono massimaliste, quasi provocatorie. È David Sacks, nel podcast, a scorrerne la lista: abolire il Senato e il collegio elettorale, smantellare l’ICE con amnistia generalizzata, ridurre lo Stato carcerario, togliere fondi al Dipartimento della Guerra, portare le grandi imprese sotto controllo pubblico. È la parte che fa gridare al comunismo, ed è anche quella che quasi certamente non vedrà mai la luce. Ma non è quella che porta voti. Quello che potrebbe portare a vincere le elezioni è l’altro piano, quello dell’accessibilità: asili nido gratuiti, supermercati municipali a basso costo, blocco degli affitti[4].

Qui sta il punto. La forza del sindaco di NY non è tanto il programma di riforme costituzionali difficilmente realizzabili, è la promessa di rendere di nuovo vivibile una città diventata impossibile: le rivendicazioni radicali sono la bandiera che si sventola, l’affitto e l’asilo sono il programma su cui si vota. E poiché il partito che governava non ha reso le case più accessibili né la sanità meno gravosa, il campo è rimasto sguarnito. C’è di più e riguarda la posta simbolica. Alcuni di questi candidati, come nota lo stesso panel del podcast, non si presentano più semplicemente come critici dell’America, ma come apertamente post-americani, estranei all’ordine costituzionale e al sistema di libera impresa che dovrebbero ereditare. È una mutazione antropologica prima che politica, da registrare senza allarmismo né compiacimento: la generazione che si affaccia al voto non difende un patto che non sente più proprio.

La faglia Israele

Il punto cruciale, per noi che guardiamo agli equilibri, è il giudizio su Israele. Qui si consuma la rottura più rilevante. Secondo Pew Research, circa il 60 % degli americani ha oggi un giudizio sfavorevole su Israele, quota che sale all’80% fra i democratici[5].

La sconfitta di Dan Goldman, difensore di Israele, a opera di Brad Lander, che ha chiesto lo stop agli aiuti militari, è stata di fatto un referendum su quel tema in un distretto a forte presenza ebraica. Vi è un episodio che vale più di molti sondaggi: Mamdani, ricevuto alla Casa Bianca, ha dichiarato che “il governo israeliano commette un genocidio e il nostro lo finanzia”[6]. Interrogato direttamente, Mamdani ha rifiutato di definire Israele uno “Stato ebraico”, dicendosi favorevole a “uno Stato con pari diritti” e contrario a qualunque Stato che privilegi una religione, “che sia Israele, l’Arabia Saudita o chiunque altro”[7]: la sua non è una posizione contro gli ebrei, è una posizione contro lo Stato etnico-confessionale. Trita Parsi coglie lo spostamento di fondo: per la prima volta un democratico porta al centro i bisogni degli americani invece delle esigenze di governi stranieri. Ciò che Mearsheimer e Walt descrivevano quasi vent’anni fa come il potere strutturale della Israel Lobby incontra oggi una rivolta generazionale nata dentro il cuore dell’impero. Il consenso atlantista bipartisan, che dava per scontato il sostegno incondizionato a Israele, si incrina dall’interno[8].

La reazione

A questo punto conviene osservare la reazione, perché è rivelatrice. Il copione è stato collaudato sulla corsa al municipio: FAIR (Fairness & Accuracy In Reporting), l’osservatorio americano sui media, ha documentato testata per testata come la stampa mainstream si presentava come cronista neutrale della parabola di Mamdani ma intanto faceva campagna, prima provando a spaventare gli elettori, poi, dopo la vittoria di novembre 2025, dedicandosi a sterilizzarne il significato con l’avvertimento al partito di non spostarsi a sinistra[9]. Lo stesso copione si riattiva adesso, su scala nazionale, contro l’ondata uscita dalle primarie di giugno. Lo strumento principale resta l’accusa di antisemitismo, che Glenn Greenwald mostra essere un’arma più che una diagnosi: al voto di novembre 2025 almeno un terzo degli elettori ebrei della città ha scelto Mamdani, forse più di quanti ne abbia ottenuti ogni altro candidato e il suo stratega capo, del resto, si chiama Morris Katz.

La critica economica

La critica economica della tech-right ha argomenti seri, che vanno riconosciuti.

Nel podcast Gavin Baker porta un caso concreto: a New York e in California la spesa pubblica pro capite per i senzatetto è più che raddoppiata, in California quasi quadruplicata, mentre il numero dei senzatetto continuava a crescere. La spiegazione che ne dà è precisa: lo Stato appalta i servizi sociali a una galassia di ONG che non producono servizi ma stipendi, posti da seicentomila dollari l’anno per amici e alleati politici, una “corruzione organizzata su scala enorme” nelle sue parole. Chamath Palihapitiya allarga il quadro a tre Paesi che a suo dire hanno sterzato verso il socialismo prima degli Stati Uniti, il Canada, il Regno Unito e l’Australia: l’esibizione della virtù su temi sociali, immigrazione e clima li avrebbe lasciati in uno stato di degrado, attraversati da conflitti interni e politicamente instabili. La versione più articolata dell’allarme l’ha messa per iscritto su X in un lungo post Bill Ackman nel giugno 2025, all’indomani della vittoria di Mamdani alle primarie per il municipio. Congelare gli affitti, scrive, riduce le case disponibili invece di aumentarle. E la città non è il governo federale: non copre i conti stampando moneta, non avrà un salvataggio da Washington se le entrate crollano, vive di una base fiscale concentrata e mobile. La residenza fiscale scatta oltre i 183 giorni passati in città nell’anno e a chi vuole sottrarsi al fisco basta restare sotto quella soglia. Se lo facesse un centinaio dei maggiori contribuenti della sola finanza, calcola Ackman, città e Stato perderebbero dai cinque ai dieci miliardi di dollari di gettito.

Sul capitolo affitti, inoltre, la tech-right può citare la letteratura accademica. Nel 1994 un voto popolare estese il tetto agli affitti di San Francisco ai piccoli stabili plurifamiliari costruiti prima del 1980, fino ad allora esenti, lasciando liberi quelli costruiti dopo: un esperimento naturale, perché rese confrontabili edifici simili trattati in modo opposto dalla legge. Lo studio di Stanford che ne ha misurato le conseguenze, pubblicato sull’American Economic Review, trova che i proprietari vincolati riducono del 15% l’offerta di alloggi in locazione, con un rialzo degli affitti in città del 5,1%, rovesciando lo scopo della legge[10].

Il re che non può essere incoronato

Resta la domanda che ci ha portato qui: Mamdani può diventare il candidato democratico alla presidenza? Sul piano letterale la risposta è no, per una ragione che pochi ricordano. Nato a Kampala e naturalizzato statunitense solo nel 2018, Mamdani non è natural-born citizen e la Costituzione gli sbarra la Casa Bianca. Non può essere re ma può fare il kingmaker. È lo stesso Guardian ad ammetterlo, indicando in Alexandria Ocasio-Cortez e in Ro Khanna i possibili volti eleggibili della corsia progressista. La funzione di Mamdani, allora, non è quella del candidato ma del federatore, di colui che fissa il linguaggio e la posta della prossima competizione[11].

La macchina, non solo il carisma

Ridurre tutto al carisma di un uomo, però, è l’errore che l’establishment dem rischia di commettere. Dietro Mamdani c’è una macchina, il Democratic Socialists of America, con sezioni in quasi tutti gli Stati. Ha imparato a vincere dove gli altri si distraggono, cioè nelle elezioni a bassa affluenza, dove l’organizzazione capillare pesa più del consenso di massa.

Il co-presidente della sezione di New York, Gustavo Gordillo, lo ha ammesso senza giri di parole. Il DSA non ha un proprio simbolo sulla scheda elettorale: i suoi candidati si presentano alle primarie democratiche e corrono sotto quell'etichetta, usando il partito come “veicolo”, non perché ne condividano gli obiettivi, ma per costruire dall’interno la propria organizzazione autonoma[12]. David Sacks ne descrive la meccanica. Alle primarie congressuali di New York, secondo la sua stima, ha votato il 17 per cento degli aventi diritto: con numeri così piccoli prevale chi raccoglie e consegna le schede dei propri elettori casa per casa. È così che si è decisa, osserva, la corsa a sindaco di Los Angeles, con schede conteggiate dopo il giorno del voto, in una città dove il DSA controlla ormai circa metà del consiglio comunale. E un movimento che padroneggia così bene le regole vuole anche riscriverle: per questo il DSA chiede di introdurre ovunque il voto a preferenze ordinate, il sistema in cui l'elettore ordina i candidati in classifica, che premia chi arriva alle urne più organizzato. E dove non arriva l’organizzazione arriva la paura: i leader progressisti già affermati, da Bernie Sanders a Ro Khanna, si affrettano a salire sul carro, mentre l’ala moderata piega la retorica per non trovarsi un rivale alle primarie. La reazione della leadership resta tutt’altro che compatta: Hakeem Jeffries prende le distanze, il senatore Richard Blumenthal liquida i risultati di New York come destinati a diventare irrilevanti entro novembre, mentre altri con ambizioni nazionali, come Chris Murphy, avvertono che il partito farebbe bene a mostrarsi “più audace”[13]. Un gruppo di moderati ha rilanciato un impegno dal titolo eloquente, “Siamo capitalisti, non socialisti”, al quale Mamdani ha replicato di non essere interessato “a scrivere un manifesto, né a leggerne uno”[14].

Il metodo Trump, a sinistra

C'è infine un aspetto che il panel di All-In podcast coglie meglio di molti altri analisti. Mamdani, dicono, ha preso il “copione di Trump” e lo ha applicato a sinistra: il talento comunicativo, il pubblico costruito in proprio, l'abilità di dire alle persone esattamente ciò che vogliono sentirsi dire. Uno di loro confessa di essersi ritrovato commosso e furioso insieme davanti a un discorso di Mamdani, tanto era efficace. È il punto in cui la nostra griglia diventa utile. Ciò che i social producono non è consenso nel senso antico del termine, è una comunità che si autoalimenta, che non passa per alcuna mediazione e che percepisce il candidato come uno dei propri. Si capisce allora perché la proposta che agita di più quella parte di establishment sia vietare i social ai minori, cioè tagliare il canale attraverso cui questa generazione si forma le proprie opinioni; persino Travis Kalanick, nel podcast, ammette il vero scopo: per applicare il divieto ai minori, le piattaforme devono verificare l’età di tutti, quindi ogni adulto deve identificarsi. Spariti i profili anonimi, chi dissente diventa riconoscibile: è la premessa per allestire un regime di censura su vasta scala, quello a cui, secondo lui, guarda già il Regno Unito. Si combatte il messaggero perché si teme il messaggio. Il punto cruciale è che il messaggio, ormai, non è più contenuto in un programma da confutare punto per punto: è diventato uno stile, un modo di abitare il mondo e di raccontarlo. E gli stili non si aboliscono per decreto. È la ragione per cui la reazione dell’establishment arriva sempre un attimo dopo: combatte le idee di ieri con gli strumenti dell’altro ieri, mentre la partita si è già spostata altrove.

Conclusione

Un Partito Democratico che scivola verso il post-atlantismo tocca tre nervi scoperti: il rapporto fra Washington e Tel Aviv, con la possibilità che gli aiuti militari diventino materia di contesa elettorale; il fronte fiscale e regolatorio, perché lo slogan “tassare i ricchi” e l’ostilità verso le grandi piattaforme si traducono in rischio concreto per le valutazioni del comparto tecnologico e per i capitali; il mercato immobiliare delle grandi città, dove il blocco degli affitti non è più provocazione ma programma. Non è da escludere che la vera variabile dei prossimi anni sia la volatilità politica stessa, destinata a diventare una costante del rischio-paese americano.

Approfondimento a cura di Gilberto Moretti

Lugano, 12 luglio 2026


[1] Cfr., All-In Podcast, ep. 278, «Socialists Sweep NYC, China Catches Up in Coding...», 29.06.2026.

[2] Cfr.Jones, J.M., Image of Capitalism Slips to 54% in U.S., Gallup, 08.09.2025.

[3] Cfr. Rego. M., Mamdani says he thinks a democratic socialist can be elected president, in The Hill, 28.06.2026; Regunberg, A., Why Zohran Mamdani Just Made the Case for an AOC Presidential Run, in The Nation, 29.06.2026.

[4] Cfr.Smith, D., Will the Mamdani effect make 2028 the year of the leftwing president?, in The Guardian, 28.06.2026.

[5] Cfr. Pew Research Center, Negative views of Israel, Netanyahu continue to rise among Americans, especially young people, 07.04.2026.

[6] Cfr. Tress, L., Magid, J., Mamdani accuses US of funding Israeli ‘genocide’ during notably warm meet with Trump, in The Times of Israel, 27.11.2025.

[7] Womack, C.J., Mamdani claims democratic socialists can win "anywhere" as Democrats feud over party's future, in Fox News, 28.06.2026.

[8] Cfr. Mearsheimer, J. e Walt, S., La lobby israeliana e la politica estera degli USA, Asterios, 2007.

[9] Cfr. Paul, A., Media Did Their Best to Scare Voters Away From Zohran Mamdani, FAIR, 27.06.2025; Hollar, J., For Establishment Press, the Lesson of Mamdani's Victory Is to Take No Lessons, FAIR, 07.11.2025.

[10] Cfr. Diamond, R., McQuade, T. e Qian, F., The Effects of Rent Control Expansion on Tenants, Landlords, and Inequality: Evidence from San Francisco, in American Economic Review, 109 (9), 2019.

[11] Smith, D., Will the Mamdani effect make 2028 the year of the leftwing president?, in The Guardian, 28.06.2026.

[12] Cfr. Richards, S., Reeling Democratic establishment accuses socialists of exploiting ballot access, in Just The News, 26.06.2026.

[13] Cfr. Peoples, S., Izaguirre, A., Brown, M., Mamdani's success in New York tests Democratic Party's willingness to change, in The Associated Press, 25.06.2026.

[14] Cfr. Womack, C.J., Mamdani claims democratic socialists can win "anywhere" as Democrats feud over party's future, in Fox News, 28.06.2026

Il fondamentalista riluttante

A completare questa Side View, proponiamo Il fondamentalista riluttante di Moshin Hamid, IL protagonista è Changez, pakistano di Lahore laureato a Princeton, analista in una società di Wall Street, il musulmano “buono”, brillante, laico, innamorato dell’America. L'11 settembre rovescia lo sguardo. Il Paese che lo ha formato comincia a leggerlo come una minaccia e lui torna a Lahore, dove racconta la propria storia. Il titolo stesso è un’ironia: l’unico fondamentalismo che Changez abbia davvero praticato è quello dei fondamentali di bilancio che l’azienda gli ha insegnato a venerare. Hamid mette in scena la stessa trappola del nostro tempo, il musulmano a cui si chiede di dimostrarsi “buono” finché la prova non diventa impossibile. Un filo, poi, riporta al protagonista di queste pagine: dal romanzo Mira Nair, la madre di Zohran Mamdani, ha tratto nel 2012 il film omonimo con cui si aprì la Mostra di Venezia.

Il fondamentalista riluttante

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