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Uranistan

Uramistan

(foto: Borat 2, film 2020)

«I cartografi sovietici non hanno avuto il compito facile di creare ordine nel mosaico centroasiatico di popoli, lingue e clan diversi. Fino al 1924, i russi trattavano l’Asia centrale come una grande regione che chiamavano Turkestan – la terra dei turchi – poiché la maggior parte delle persone che vivevano lì parlavano lingue turche» (Erika Fatland, Sovietistan)

Molte sono le domande che in questo inizio 2022 richiedono attenzione e risposte: dalla crisi ucraina alla ripresa dei negoziati di Vienna sul nucleare iraniano, dalla questione afghana a quella libica, dalla caduta della lira turca alla “nuova normalità” pandemica con la conseguente ridefinizione delle catene del valore nel processo di “deglobalizzazione” che la nuova guerra fredda tra Stati Uniti e Cina comporta.

Con lo scritto di oggi abbiamo deciso di dare priorità alle recenti proteste in Kazakistan e al loro possibile significato, all’indomani dell’apparente ritorno alla normalità a seguito dell’intervento russo, perché si tratta di un territorio geopoliticamente ed economicamente molto importante in quanto crocevia tra oriente e occidente, nonché regione ricca di idrocarburi, minerali e soprattutto uranio.

Dal punto di vista geopolitico, infatti, esiste una lunga tradizione di attenzione strategica da parte degli analisti anglosassoni all’Asia centrale: lo stesso fondatore della geopolitica, Halford J. Mackinder, indicò questa regione come l’Heartland, il “cuore della Terra”, per via della sua centralità geografica (Cfr. Mackinder, H.J., The Geographical Pivot of History, 1904). Così la pensava anche Zbigniew Brzezinski che definì la zona “i Balcani euroasiatici” (Cfr. Brzezinski, Z., La grande scacchiera. Il mondo e la politica nell’era della supremazia americana, Longanesi, 1998).

Secondo Brzezinski la chiave del potere globale è il controllo dell’Eurasia proprio mediante il controllo delle Repubbliche ex sovietiche dell’Asia Centrale. La tesi di Brzezinski, formulata dopo il crollo dell’URSS e prima del ritorno in auge di Mosca, era di fare ogni sforzo affinché la Russia venisse integrata nella comunità internazionale e in particolare affinché rafforzasse il legame con l’Europa, rinunciando così alla ricostruzione del suo impero euroasiatico e lasciando campo libero a Washington e alleati che, grazie alle enormi risorse della regione, avrebbero ridotto la dipendenza dagli idrocarburi russi (Cfr. Caracciolo, L., Brzezinski: l’Europa più larga conviene anche a Mosca, in Limes n. 3, 1996).

Oggi, con il ritorno della Russia a rango di potenza mondiale, la tesi di Brzezinski è stata superata da un’altra impostazione strategica.  Arrestare l’apertura della Russia ad occidente, come sta accadendo in Ucraina, spingendola così a cercare maggiori margini di manovra in Asia dove, confidando nella storica diffidenza tra le due potenze, potrebbe confliggere con la Cina generando il caos nell’intera regione, centro di incontro e scontro tra le grandi potenze presenti sulla scena globale e in cui i governi locali hanno assunto nel tempo politiche cosiddette “multivettoriali” per eludere il trade-off tra benefici economici e allineamento politico e sfuggire ai vincoli di un’alleanza esclusiva (Cfr. Lo Mascolo, S., L’UE può ancora parlare di universalismo? L’Asia Centrale dice di no e sceglie la Cina, in www.geopolitica.info, 05.01.2021).

La Cina ha legato a sé i vari Paesi dell’area anche attraverso la costruzione del “Central Asia-China gas pipeline”, un gasdotto della lunghezza di oltre 1.800 Km che parte dal Turkmenistan fino a giungere allo Xinjiang cinese, passando per Kazakistan e Uzbekistan. Il progetto, atto a scalfire il monopolio russo per l’esportazione del gas centro asiatico, ha creato una valida alternativa al transito delle importazioni di idrocarburi che passano per Hormuz e per lo stretto di Malacca. L’intero gasdotto è stato inaugurato il 14 dicembre 2009.

La strategia multivettoriale del Kazakistan si è tradotta in relazioni cooperative soprattutto con Russia e Cina, ed in questa prospettiva Nur-Sultan (ex Astana) ha aderito alla Nuova Via della Seta cinese.

Il Kazakistan, sotto la guida del precedente presidente Nursultan Nazarbaev, in carica dal 1990 al 2019, ha instaurato partnership anche con attori occidentali, quali l’UE e gli Stati Uniti. Questi ultimi, in particolare, per contrastare l’influenza della Russia, dal 2015 hanno promosso il  vertice diplomatico annuale C5+1 che vede coinvolti i cinque paesi dell’Asia centrale (Kazakistan, Kirghizistan, Tagikistan, Turkmenistan e Uzbekistan) con il Segretario di Stato degli Stati Uniti con l’obiettivo di lavorare su questioni di interesse comune: la guerra al terrorismo, la lotta al traffico di droga e di esseri umani, le questioni economiche relative alle relazioni commerciali, la crescita dell’occupazione nella regione e la lotta alle questioni ambientali. Il Kazakistan, poi, collabora attivamente con la NATO in programmi militari (Partnership for Peace Program, Individual Partnership Action Plan e l’Euro-Atlantic Partnership Council) e con il contingente di peacekeeping KAZBAT, l’unico in Asia centrale ad aver ottenuto lo status di interoperabilità con la NATO.

Pur diversificando le relazioni estere e coltivando legami con l’Occidente, il Kazakistan ha storicamente un rapporto privilegiato con Mosca in quanto aderente alla Comunità degli Stati indipendenti a guida russa (composta dalle repubbliche sovietiche) e all’Organizzazione del Trattato di sicurezza collettiva (CSTO, una specie di Nato asiatica), che oltre a Russia e Kazakistan comprende altre tre nazioni ex sovietiche, Bielorussia, Tagikistan e Armenia.

A completare il quadro, occorre sottolineare alcuni elementi di fragilità che caratterizzano la regione: l’instabilità di alcuni Paesi come il Tagikistan, la cui economia è basata esclusivamente sul narcotraffico e, soprattutto, l’Afghanistan, che da un momento all’altro potrebbe riesplodere a seguito del ritiro USA, propagando gli effetti in aree calde come quella dello Xinjiang cinese.

A questo bisogna aggiungere che i disordini pubblici degli ultimi giorni, innescati da un aumento dei prezzi del carburante, hanno le loro radici in problemi di governance più profondi, ovvero nelle richieste di riforme strutturali che favoriscano una più ampia partecipazione a un sistema di governo che fin dalla sua nascita ha generato forti disparità sociali ed economiche, soprattutto tra aree urbane e rurali. Lo sconvolgimento ha presentato una seria sfida non solo al regime autoritario del Kazakistan, ma anche alla Russia in quanto in grado di destabilizzare ciò che la Russia considera il suo “estero vicino”.

Questo complesso insieme di elementi strategici e fattuali ha fatto pensare, soprattutto dalle parti di Mosca, al tentativo di innescare o supportare le proteste con l’obiettivo di una rivoluzione colorata.

Nel corso delle proteste, il Presidente Tokaev ha licenziato l’ex presidente Nazarbaev, che manteneva un ruolo fondamentale dirigendo il Consiglio di sicurezza, e ha fatto arrestare il suo stretto alleato e capo della sicurezza nazionale, Karim Masimov: una chiara indicazione di una lotta di potere tra le élite (Cfr. Saikal, A., The Kazakhstan Crisis Is a Major Challenge for Putin, in The National Interest, 15.01.2022). Nel frattempo, ha etichettato i manifestanti come terroristi appoggiati dall’estero e chiesto assistenza a Mosca invocando il Trattato CSTO e, con ogni probabilità, ponendo fine al tradizionale multivettorialismo.  Oltre al senso di accerchiamento percepito dal Cremlino, Putin ha accusato gli USA, immediatamente supportato da Pechino, mossa necessaria per attivare il Trattato CSTO che prevede si possa intervenire solo in caso di attacco dall’esterno ad uno dei Paesi aderenti.

La crisi kazaka non poteva arrivare in un momento più delicato per Putin: le turbolenze nel cortile meridionale della Russia danno agli Stati Uniti e ai loro alleati una carta da giocare nel confronto con Mosca in relazione all’Ucraina e anche nella loro rivalità con la Cina.

La situazione, infatti, difficile da decifrare appare ancora in divenire e l’ordine ristabilito potrebbe non durare a lungo: i disordini in Kazakistan potrebbero avere un impatto sui suoi fragili vicini dell’Asia centrale, dove prevalgono regimi autoritari vulnerabili e, insieme alla “minaccia afghana”, costituiscono uno sviluppo che deve indurre Putin a chiedersi se l’avvertimento di invadere l’Ucraina per ottenere concessioni dagli Stati Uniti sia una strategia fruttuosa. Mosca vuole esser presa sul serio, non solo grazie all’ammasso di contingenza militare presso i confini ucraini, ma soprattutto per il controllo di combustibili fossili fondamentali per tutta l’eurozona.

Tuttavia, nonostante gli equilibri geopolitici vacillino ancora una volta, sembrerebbe che lo stress di mercato fino ad ora sia confinato agli asset russi, in quanto l’indice azionario ha perso il 20% di recente, slegandosi dalla correlazione storicamente positiva con l’andamento del petrolio.

ABDUZIONE E PENSIERO LATERALE
L’abduzione è lo spazio del possibile, è un “pensiero laterale”, un discostarsi da vie già percorse. L’abduzione parte dai fatti osservati senza avere in mente nessuna particolare teoria, il suo risultato è una regola solo probabile, mai certa, e va adottata solo provvisoriamente.

Aggiungiamo un ulteriore elemento di complicazione che si somma alla lotta interna tra fazioni e alle possibili influenze esterne atte a tenere sotto pressione la Russia: l’uranio.

Il Kazakistan è il primo produttore di uranio al mondo e l’uranio è il primo combustibile nucleare. Come abbiamo avuto modo di dire nello scrittoGodzilla, una delle cause principali della crisi dei prezzi del gas è da imputarsi al crollo degli investimenti negli idrocarburi sotto la pressione dell’agenda verde adottata dal consenso internazionale (si veda anche Gaslight). In questo contesto, l’UE propone di iscrivere l’energia nucleare tra le fonti verdi e rinnovabili (Cfr. Colombo, P., Ue: bozza per includere nucleare e gas in fonti green. Salvini: Lega pronta a referendum, in ilsole24ore.com 01.01.2022).

Come suggerisce Pierluigi Fagan, analista geopolitico e studioso della complessità, questo può essere un elemento che, con un ragionamento abduttivo, può risolvere l’equazione ecologia – energia – costo di produzione – allineamento strategico geopolitico, anche alla luce della crisi kazaka.

Scendendo nel dettaglio, il ciclo di approvvigionamento di combustibile nucleare è fortemente dipendente dalla stabilità e dall’accesso alla ex repubblica sovietica. Nel paese, infatti, non solo sono presenti iniziative volte all’esplorazione e all’estrazione mineraria di uranio sostenute tecnicamente e finanziariamente da operatori russi, ma la filiera di trattamento della materia prima prevede che l’uranio venga arricchito a Novouralsk in Russia e poi rispedito in Kazakistan per esser utilizzato nell’assemblaggio di combustibili nucleari cinesi, che assorbono circa metà della produzione annuale. Anche per questo, Pechino guarda con attenzione ai disordini in Kazakistan. I siti di produzione non sono stati ovviamente interessati, ma la principale via di esportazione passa attraverso la regione di Almaty, colpita da scontri violenti e disordini. E le apprensioni tra gli industriali della Repubblica popolare non riguardano solo l’uranio ma pure il gas naturale: tra gennaio e novembre 2021 le società cinesi in affari con il Kazakistan hanno importato dal quattro milioni di tonnellate di gas attraverso l’oleodotto Cina-Asia centrale. Tuttavia, la questione kazaka non deve esser confinata agli interessi strategici sino-russi, in quanto il Kazakistan è, ad esempio, il principale fornitore della Francia, leader nella produzione di energia nucleare.

Non sorprende dunque che nonostante i reattori nucleari russi forniscano solamente circa il 20% del fabbisogno energetico al Paese, il prezzo della materia prima abbia accelerato la sua crescita (+6%) in seguito agli episodi di violenza delle scorse settimane, in quanto il paese centrasiatico è responsabile per il 40% della produzione annuale. Inoltre, il 5 gennaio scorso abbiamo assistito al record giornaliero in termine di volumi durante le prime due ore di trading per quanto riguarda il trust di Sprott sull’uranio (anche in questo caso, si rimanda allo scritto Godzilla).

La Kazatompron, quotata alla borsa di Londra e all’Astana International Exchange nel 2018, è nelle mani del fondo sovrano Samruk-Kazyuna, che detiene una quota di circa il 75%. Questo colosso gestisce riserve di uranio di 300mila tonnellate e riesce a produrne all’anno circa 13mila (il picco nel 2016 con 23mila tonnellate), oltre ad altre 200mila tonnellate, avendo diritto di precedenza in quanto compagnia di Stato sui depositi ancora da esplorare: da sola controlla il 24% della produzione mondiale, mentre la quota restante fa capo a joint venture con aziende occidentali o asiatiche.

In chiusura, merita un accenno un altro elemento di rilevanza geoeconomica come il mining di criptovalute. Infatti, secondo un’analisi del Financial Times nel 2021 circa 90.000 società che trattano criptovalute o minano bitcoin si sono trasferite in Kazakistan, provenendo soprattutto dalla Cina, attirate dai bassi costi dell’energia e costrette dalla politica draconiana di Pechino all’esilio. Questa massiccia delocalizzazione si stima possa aver provocato un rialzo della domanda di energia dell’8% in un anno, mettendo a dura prova la rete distributiva del Paese provocandone ripetute interruzioni. Il governo ha quindi cercato di intervenire tassando le attività delle società che estraggono criptovalute senza però riuscire a placare l’aumento dei prezzi del gas. Dunque, nel mezzo della crisi delle ultime settimane, circa il 15% dei minatori di bitcoin è stato lasciato offline in seguito all’ordine del Presidente Tokaev di spegnere internet per circa 100 ore, costato ai miners nella regione circa USD 20M. Secondo le stime di Foundry, compagnia attiva in ambito di valute digitali, oltre a USD 400M di attrezzature per l’estrazione di bitcoin sono state spedite verso gli Stati Uniti.  Il Kazakistan, infatti, era appena dietro agli Stati Uniti in termini di quota del mercato globale del mining di bitcoin, con il 18,1% di tutto il mining di criptovalute rispetto al 35% degli USA, secondo il Cambridge Center for Alternative Finance.

In conclusione, sebbene sia difficile stabilire con certezza se vi siano state influenze esterne, una matassa di elementi di tale complessità ci fa pensare che la situazione in Kazakistan possa rappresentare in futuro un ulteriore scenario di crisi nel Grande Gioco tra USA, Russia e Cina.

Sovietistan

Il libro che ci accompagna in questa Side View non è come al solito un romanzo ma un reportage, un diario di viaggio di Erika Fatland: Sovietistan. Un viaggio in Asia Centrale, ed. Marsilio. Un viaggio attraverso una delle regioni più misteriose e ricche di storia del mondo. Turkmenistan, Kazakistan, Tagikistan, Kirghizistan e Uzbekistan, dopo il crollo dell’Unione Sovietica, sono diventati indipendenti nel 1991. In Sovietistan l’autrice esplora come la loro eredità sovietica abbia influenzato questi paesi, con i governi che sperimentano sia la democrazia che le dittature. Per la maggior parte degli occidentali, questa parte del mondo è terra incognita, il ventre di un impero dispotico. Il libro della Fatland cerca di illuminare il paesaggio e la storia dei popoli che vivono lì, raccontando la sua odissea lunga mesi attraverso queste nazioni giovani e in movimento.

Lugano, 23/01/22


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