Con lo scritto di oggi cerchiamo di fare il punto sulla dottrina economica che sembra stia prendendo forma a Washington, quella per cui ogni dipendenza dal sistema americano diventa un pedaggio da riscuotere, oltre che su un viaggio che nella stessa settimana l’ha illuminata da un altro punto di vista: quello del direttore della CIA a Mosca.
Come di consueto, iniziamo facendo un po’ di ordine.
Il colpo di penna
All’inizio di agosto, in un’intervista, Trump ha preso di mira la Svizzera: abbiamo un deficit di 39 miliardi, ha detto: «posso azzerarlo con un colpo di penna», dopodiché «non sarebbero più un paese d’élite»; basterebbe dire non voglio i vostri orologi, non voglio le vostre merci: la Svizzera passerebbe «dall’élite ai guai seri»[1]. Vale la pena fermarsi sui dettagli, perché è lì che abita la dottrina. Il numero, intanto: 39 miliardi è il solo deficit delle merci; se si contano i servizi, dove gli Stati Uniti sono in attivo di quasi 30 miliardi, il passivo reale scende a circa 8 miliardi e mezzo. E il bersaglio: non un avversario, ma il paese neutrale per antonomasia, al quale peraltro Washington aveva già riservato a luglio dazi al 39%, più del doppio del 15% concesso all’Unione Europea[2].

Quando, a metà agosto, la Casa Bianca ha firmato i dazi sui droni, motivati con la sicurezza nazionale, la Svizzera è ricomparsa nella lista, accanto a Giappone e Taiwan[3]. Ne ricaviamo che il torto viene gonfiato, l’amico è trattato da debitore, la neutralità stessa diventa una posizione da tassare. E la penna, quando non tassa, ribattezza: il 27 agosto, nel pieno della guerra commerciale con Ottawa, un ordine esecutivo ha rinominato il lago Ontario “Lake America”, con effetto immediato e la motivazione è che gli Stati Uniti rivendicano la maggior parte del volume delle sue acque, mentre da giorni sul profilo presidenziale campeggia una mappa che etichetta lo Stretto di Hormuz “nuovo territorio americano”[4].
Ciò che ci consente di inquadrare questi episodi in una vera e propria dottrina è un documento del novembre 2024 di Stephen Miran, allora stratega della società d’investimento Hudson Bay Capital e dal marzo successivo presidente del Council of Economic Advisers. Si tratta di una sorta di guida pratica alla ristrutturazione del sistema commerciale mondiale, la cui premessa è che il dollaro sia strutturalmente sopravvalutato perché il mondo ha bisogno di attivi di riserva, e che fornire quegli attivi insieme all’ombrello difensivo costituisca per gli Stati Uniti un onere crescente, pagato soprattutto dal settore manifatturiero. Da questa premessa, discende tutto il resto: i dazi non sono una misura commerciale ma un modo di far concorrere gli altri alla spesa, dal momento che, sostiene, a finanziarli è in ultima analisi il paese colpito, la cui ricchezza si riduce. Così, l’amministrazione tenderà sempre più a intrecciare politica commerciale e politica di sicurezza, perché la fornitura dell’attivo di riserva e quella dell’ombrello militare vanno viste come collegate e come un unico onere da ripartire[5].

Tra gli strumenti censiti nel saggio compare una commissione d’uso a carico dei detentori ufficiali esteri di titoli del Tesoro, che consiste nel trattenere una quota degli interessi dovuti a chi accumula riserve in dollari e che il testo consiglia di configurare come commissione e non come imposta, per non incorrere nei trattati fiscali. Lo stesso schema circola da mesi, in forma più cruda, nelle analisi in cui si dice che l’impero abbia scoperto che il proprio sistema di tributi girava al contrario e che il mercato americano debba essere trattato come un’autostrada a pedaggio attraverso cui il resto del mondo deve passare.
L’impero sotterraneo
Questa non è una lettura dell’ultima ora. La sua cornice teorica, infatti, è stata predisposta da accademici americani già nel 2019. Henry Farrell e Abraham Newman battezzarono weaponized interdependence il meccanismo per cui chi occupa i nodi delle reti globali, i sistemi di pagamento, il dollaro, i cavi, il cloud, può trasformarli in strumenti di sorveglianza e di coercizione[6]. Gli autori hanno descritto un impero sotterraneo fatto di infrastrutture invisibili che Washington ha imparato ad armare. Secondo Michael Hudson, che non accoglie l’immagine dell’impero generoso, il tributo, in realtà, è sempre stato pagato. Già dal 1971, infatti, le riserve estere rifluiscono a Washington sotto forma di titoli del Tesoro e chi accumula dollari finisce per finanziare il disavanzo di chi glieli fornisce. È da questa constatazione che discende il suo recente giudizio sull’Europa, che non può permettersi insieme il riarmo e il tributo che gli Stati Uniti pretendono[7].
La novità di Trump, a ben guardare, non è l’arma: è l’esplicitazione. Ciò che l’impero faceva con discrezione, dietro il linguaggio delle regole e del rischio-compliance, viene ora rivendicato come pedaggio, alla luce del sole, con il numero del conto scritto nel tweet. E l’esplicitazione, come vedremo, non è un dettaglio stilistico: cambia la natura dell’arma.
ll passaggio chiave avviene nel 1971, quando gli Stati Uniti pongono fine alla convertibilità del dollaro in oro (fine del sistema di Bretton Woods). Da quel momento, il tributo globale assume tre caratteristiche monetarie precise:
- Il Treasury Bill Standard: Le banche centrali straniere accumulano eccedenze commerciali in dollari, ma non potendo più riscattarle in oro, sono costrette a reinvestirle in titoli di Stato americani (Treasury Bonds). Di fatto, il resto del mondo finanzia permanentemente il deficit federale e le spese militari degli Stati Uniti.
- La logica del creditore: attraverso istituzioni come il Fondo Monetario Internazionale (FMI) e la Banca Mondiale, i paesi debitori vengono costretti a riforme di austerità, privatizzazioni e tagli al welfare per ripagare debiti denominati in dollari.
- L'asimmetria strategica: gli Stati Uniti sono l’unico paese che può emettere la valuta di riserva globale senza limiti storici, costringendo i partner commerciali (inclusa l’Europa) a scambiare beni reali e sforzi fiscali contro promesse di pagamento cartacee o digitali.
La minaccia ai BRICS è in questo senso il manifesto della dottrina. Già da presidente eletto, nel novembre 2024, Trump aveva scritto che quei paesi avrebbero dovuto impegnarsi a non creare una moneta comune né a sostenerne un’altra alternativa al dollaro pena dazi al cento per cento. A gennaio aveva rincarato: l’idea che i BRICS si allontanino dal dollaro e che gli USA stiano a guardare è finita. Si noti la struttura logica: la fedeltà monetaria al sistema americano non è più un equilibrio che conviene a tutti, è un obbligo la cui violazione va punita. Il dollaro cessa di essere un bene pubblico e diventa, ufficialmente, uno strumento di governo dei riottosi.
La corsa contro l’adattamento
Qui arriva il punto analitico che ci interessa davvero e che chiede un ragionamento di secondo ordine. Un impero può estrarre rendita dalla dipendenza solo finché la dipendenza costa meno della fuga. Ogni dazio, ogni sanzione, ogni minaccia di esclusione insegna al bersaglio la stessa lezione: costruire un’alternativa prima del prossimo scontro. Usare il potere rivela dove il potere abita e, una volta che i chokepoint sono stati mostrati, tutti cominciano ad aggirarli. La coercizione, in altri termini, è informativa: è una lezione di geografia impartita al mondo intero, un corso accelerato su quali strade evitare. La dottrina del pedaggio è perciò, per sua natura, una corsa contro il tempo: Trump sta spendendo il capitale geopolitico accumulato in decenni di egemonia per comprare tempo alla ricostruzione interna, scommettendo che il nucleo americano torni forte prima che il mondo impari a fare a meno dell’accesso al sistema a stelle e strisce.

Che l’adattamento sia già in corso non è un’ipotesi: è una serie di numeri, che conviene guardare uno per uno. Secondo la Banca Centrale Europea, alla fine del 2025 l’oro è arrivato a pesare il 27% delle riserve ufficiali, superando sia l’euro, fermo al 15%, sia i Treasury americani, scesi al 22%. A spingere gli acquisti restano, nella lettura della BCE, le persistenti tensioni geopolitiche[8]. Il rapporto invita però alla prudenza. È giusto riportarlo: una parte del sorpasso è effetto del prezzo del metallo, tanto che misurando le riserve ai valori di fine 2023 l’oro resta al 16% e i Treasury al 26%. Il dato non dice dunque che le banche centrali abbiano liquidato il dollaro. Dice qualcosa di più sottile e per noi più significativo: dopo il congelamento delle riserve russe del 2022, chi amministra riserve ha smesso di aggiungere Treasury e compra l’unico attivo che nessuno può congelare con un colpo di penna. Non è un trade, è una polizza contro l’arma ed è la lezione del 2022 messa a bilancio dalle istituzioni.

Il secondo numero è una progressione. Nel maggio 2024, Putin annunciava che il 90% dei regolamenti tra la Russia e la Cina avveniva ormai in rubli e yuan. Un anno dopo, il ministro delle finanze russo certificava il 99%, su un interscambio che veleggia ormai sopra i 220 miliardi l’anno, misurati, per ironia della sorte, ancora in dollari. Da 90 a 99 in dodici mesi.
Il terzo elemento non è un numero ma la predisposizione di un’architettura alternativa. Mentre Washington arma la propria rete, Mosca e Pechino ne costruiscono una speculare e la blindano: un’analisi della China Brief pubblicata dalla Jamestown Foundation parla di una «nuova fase di interdipendenza istituzionalizzata» tra i due[9]. Velina Tchakarova,stimata politologa e stratega geopolitica austro-bulgara, che quella dinamica la chiama da anni DragonBear, aggiunge l’osservazione più amara per Washington: i dazi unilaterali contro il Canada, ai quali si potrebbero aggiungere i casi dell’Unione Europea, del Giappone e della Svizzera, distruggono proprio la fiducia che servirebbe a costruire il perimetro economico anticinese. In altri termini, l’America può costringere gli alleati a sganciarsi dalla Cina, ma non può costringerli a fidarsi di lei. L’arma, per costruzione, non distingue amici e nemici: e gli amici imparano la stessa lezione dei nemici.

Che la partita del secolo si giochi sui colli di bottiglia lo certifica anche la geopolitica di casa nostra. Già a metà giugno, Lucio Caracciolo aveva tirato la somma della guerra iraniana definendola come una sconfitta americana che segna una svolta strategica di segno negativo, perché per la prima volta dalla fine della Seconda guerra mondiale l’America non è più in grado di assicurare la libera navigazione negli stretti[10]. Limes vi dedica ora il numero in edicola, Gli stretti indispensabili, con dentro due analisi che completano il quadro. La prima riguarda la forza che dovrebbe presidiare i chokepoint: Federico Petroni ricorda che gli Stati Uniti hanno eretto il loro impero informale su un capitalismo talassocratico fondato sulla libertà di commerciare in dollari con la U.S. Navy a garanzia delle rotte, ma la flotta che reggeva quell’architettura conta oggi 292 navi da guerra contro il migliaio del 1945, mentre il primo gruppo cantieristico cinese avrebbe prodotto nel solo 2024 quanto l’intera industria navale americana dal dopoguerra, per una capacità che l’intelligence della Marina stima duecento volte superiore. La Marina è il simbolo stesso della sovraestensione, scrive Petroni e la cronaca ne offre la controprova contabile: documenti del Pentagono visti dal Guardian parlano di “ammanchi” nei capitoli degli stipendi della Marina, dirottati per finanziare le operazioni contro l’Iran, con la manutenzione rinviata e un bilancio 2026 che quell’operazione non l’aveva messa in conto[11]. La seconda analisi è la vista da Pechino, raccontata da Giorgio Cuscito: nell’epoca dei droni nessuna grande potenza può più controllare gli stretti da sola, tanto che gli Stati Uniti non sono più in grado da soli di presidiare i colli di bottiglia del commercio mondiale e, pertanto, alla Cina conviene non avere fretta, lasciando che l’America consumi tempo e munizioni[12]. È la corsa contro l’adattamento vista dalla parte di chi si adatta: il tempo che Washington compra a caro prezzo, Pechino lo riceve in regalo.

C’è infine un segnale, per quanto piccolo, che chiude il cerchio aperto dal colpo di penna: il 27 settembre la Svizzera vota un’iniziativa popolare che vorrebbe blindare la neutralità in Costituzione, vietando sanzioni economiche e cooperazione con la NATO. I sondaggi danno l’iniziativa perdente, con il governo contrario, sicché non è da escludere che finisca in nulla[13]. A guidare la campagna è però il primo partito del paese, per bocca del suo padre nobile Christoph Blocher, il cui argomento è che, adottando nel 2022 le sanzioni europee contro la Russia, la Confederazione avrebbe perso il proprio ruolo storico di mediatore, ritrovandosi per giunta nella lista delle contromisure russe e, di qui, il ritorno a una neutralità da sancire addirittura in Costituzione[14]. Che il paese scelto come bersaglio della battuta sul pedaggio si trovi a votare, poche settimane dopo, se sottrarsi per via costituzionale alla logica dei blocchi, dice dove va la corrente.
Le due mani
Lunedì 24 agosto, il segretario al Tesoro Bessent annunciava il cosiddetto «D-Day economico» contro l’Iran, con sanzioni su asset digitali, oro, tecnologia, aviazione e trasporto marittimo, e con una formula che è la dottrina del pedaggio ridotta all’osso: “o siete con noi o contro di noi”[15]. La riuscita dell’offensiva, ammette la stessa stampa finanziaria, dipende dalla Cina, che secondo i dati del Tesoro americano assorbe da sola circa il 90% del greggio che Teheran riesce ancora a esportare[16].
C’è però un dettaglio del D-Day che merita un ragionamento in più, perché salda il dossier iraniano a tutto ciò che abbiamo detto fin qui. Sull’Iran in sé l’offensiva promette effetti modesti, perché quattro decenni di assedio hanno costretto Teheran a costruirsi una vera economia di resistenza e chi vive sotto sanzioni da una generazione ha già pagato il grosso del prezzo dell’adattamento. Il colpo, semmai, cade su chi con l’Iran commercia e su chi dipende dai flussi energetici che passano per Hormuz: la Cina anzitutto, che di quel greggio è ormai il compratore pressoché unico, ma per la via dell’energia anche il Giappone, la Corea del Sud e Taiwan, senza dimenticare l’India e la Turchia. E qui il quadro si fa rivelatore, perché quell’elenco coincide, con una precisione che non sembra casuale, con la lista dei paesi verso cui gli Stati Uniti accumulano i maggiori squilibri commerciali. Se la coincidenza dice qualcosa, la sanzione secondaria è un dazio travestito: si colpisce Teheran per riscuotere da Tokyo, Seul e Taipei. Quanto alla Germania, altro grande creditore commerciale di Washington, il suo caso non ha nemmeno bisogno del condizionale, perché la distruzione delle reti commerciali con la Russia che ne alimentavano l’industria l’ha subìta passivamente: è oggi il monito di che cosa attenda il paese in surplus che non si adatta per tempo.
Il campo, del resto, ha già emesso il verdetto: a tre giorni dal lancio, il portavoce degli Esteri pakistano ha dichiarato che Islamabad non è tenuta a rispettare sanzioni unilaterali non avallate dalle Nazioni Unite, salvo poi correggere il tiro in giornata definendo «mal interpretate» quelle parole[17]. La correzione, a ben guardare, dice quanto la dichiarazione: si prende atto della riscossione, non ci si espone a contestarla apertamente. Emanuel Pietrobon ne ha tratto la conclusione: a smarcarsi sono proprio i paesi che avrebbero reso efficace il regime sanzionatorio, la Cina, il Pakistan, la Turchia, le repubbliche centroasiatiche e caucasiche, il Golfo. Alla cassa resta l’Europa: «Parteciperemo noi, Togo, El Salvador. Effetti nulli».

A ben guardare, la riscossione e la trattativa sono le due mani dello stesso corpo. La mano pubblica riscuote: dazi, minacce, colpi di penna, pressione economica. La mano privata tratta, e nella stessa settimana in cui si intimava al mondo di scegliere da che parte stare lo ha fatto nel modo più eloquente: il 25 agosto il direttore della CIA John Ratcliffe è atterrato a Mosca per colloqui non annunciati con i vertici dell’intelligence russa, con Kiev avvisata e messa in pausa ma non consultata e l’Europa semplicemente assente, nella visita di più alto rango dell’amministrazione da gennaio. Senza entrare nel merito dell’incontro, perché le voci sono le più disparate, quel che ci interessa è il criterio: più sei dentro l’architettura americana, più paghi; più ne sei uscito, più vieni trattato da pari. La Svizzera, dipendente e inerme, riceve il colpo di penna, la Russia, sanzionata fino all’ultimo bullone e sopravvissuta, riceve il direttore della CIA. Ogni riscossione è una lezione e ogni lezione produce un allievo: la dottrina del pedaggio insegna al mondo che conviene stare dal lato di chi non paga, e l’allievo migliore si vede riconoscere alla fine proprio ciò che l’arma doveva impedire, il rango di interlocutore.
Le voci in campo
Conviene a questo punto dare conto delle posizioni in campo, cominciando da chi la pressione economica la giudica dall’interno del suo teatro principale, l’Iran. Alastair Crooke, che al dossier dedica da settimane i suoi saggi, è netto: la scommessa di Trump di ottenere la capitolazione iraniana per via economica non è una strategia credibile. Il rilancio continuo della posta, aggiunge, rischia di trascinare verso l’incidente la regione e, con essa, l’economia mondiale[18].

Che la controparte ragioni ormai negli stessi termini lo si legge, via Limes, nei circoli strategici di Pechino: per Chen Qinghong, vicedirettore di uno dei principali istituti di analisi internazionale cinesi, i negoziati tra Washington e Teheran simboleggiano il «crepuscolo dell’impero dal volto feroce ma debole dentro»[19]. Federico Petroni, presentando l’apologia della dottrina America First firmata da un intellettuale conservatore, ne distilla un bilancio che riassume anche il nostro: il movimento ha avuto il merito di ricentrare il dibattito americano dall’universalismo agli interessi nazionali, ma «la sovraestensione imperiale pare aumentare»[20]. Ray Dalio, dal canto suo, ha rimesso in circolo in agosto il suo schema sui cicli imperiali, i grandi debiti che si accumulano, la valuta di riserva che logora il proprio privilegio, l’ordine che si riconfigura: non è analisi eterodossa, è il gestore di fondi più letto del mondo che descrive il medesimo meccanismo con il linguaggio dei flussi[21]. Anche Paul Krugman intitola un suo intervento con Come la Cina ha vinto la guerra dell’Iran, attribuendo la sconfitta americana allo sperpero del sistema di alleanze, il frame del declino da autolesionismo è ormai penetrato nel mainstream[22].

Arnaud Bertrand, che quella colonna l’ha commentata, nota giustamente che la conclusione è corretta ma il ragionamento monco, perché scambia per stupidità ciò che è una dinamica strutturale. La capitolazione più significativa viene però dal cuore dell’interventismo liberale: Robert Kagan ha scritto sull’Atlantic che il controllo iraniano di Hormuz è uno strumento di potere «più utile di quanto lo sarebbe un’arma nucleare», perché la bomba al più dissuade, mentre lo stretto dà una leva quotidiana su decine di paesi, permette di premiare gli amici, punire i nemici, estrarre rendita, costringere ad allentare le sanzioni. Gli alleati, aggiunge, hanno visto gli Stati Uniti «cominciare una guerra che non potevano finire»[23]. A ben guardare è il punto d’arrivo della parabola di queste pagine: l’allievo ha imparato dal maestro a riscuotere il pedaggio sul proprio stretto.

L’onestà intellettuale impone però di dare voce anche al contraddittorio, che esiste ed è serio. Warren Mosler, tra i padri della Modern Monetary Theory, liquida il panico sulla fine del petrodollaro come fear mongering: chi venderebbe le montagne di Treasury in circolazione? E per comprare che cosa? Marko Papic ridimensiona la portata reale della coercizione tariffaria: i dazi colpiscono una frazione del commercio, il Canada ha ampio spazio fiscale per assorbirli.

Nella partita con Ottawa, conclude, «vincerà il Canada». Sono obiezioni fondate. La seconda contiene peraltro una verità che rafforza la nostra tesi più che indebolirla: se perfino un vicino integrato e dipendente come il Canada può assorbire il colpo, la leva è meno decisiva di quanto Washington creda. Quanto alla prima, la risposta sta nella distinzione tra velocità e direzione. È vero: il renminbi non è convertibile, l’euro non ha un Tesoro, l’oro non è un sistema di pagamento. E la fuga dal dollaro resta oggi più costosa della dipendenza. Ma nessuno dei numeri che abbiamo elencato torna indietro. La storia monetaria, del resto, conosce questi processi in una sola forma: lenti, poi improvvisi. La sterlina restò moneta di riserva per decenni dopo che l’impero britannico aveva smesso di poterla difendere; il punto non è quando il dollaro perderà lo scettro, è che l’impero ha cominciato a incassare come se il tempo fosse poco. E i mercati, che non prezzano la direzione ma solo la velocità, rischiano di accorgersene troppo tardi.
Che cosa ne segue
La conseguenza più importante non è tattica ma di regime. L’oro che supera i Treasury nelle riserve ufficiali non è un movimento di mercato: è il segnale che i gestori di ultima istanza del sistema, le banche centrali, hanno cominciato a coprirsi dall’arma. Sui Treasury, la domanda estera ufficiale è in ritirata strutturale: contano d’ora in poi le aste, la quota degli acquirenti indiretti, la disponibilità dei surplus asiatici a farsi ancora riciclare in debito americano. Sul dollaro, la dottrina del pedaggio lo sostiene nel breve, perché la riscossione crea domanda di dollari e la paura li fa accumulare, mentre lo indebolisce nel lungo, perché assottiglia la rete che lo rende necessario: è una struttura da carry trade geopolitico, redditizia finché non si spezza. Sui chokepoint tecnologici, i dazi sui droni sono il prototipo di ciò che verrà esteso a semiconduttori, robotica e biotecnologie, con un mercato che comincia a pagare la ridondanza invece dell'efficienza (scorte, fornitori doppi, rotte alternative valgono più di una filiera ottimizzata) mentre la rendita va a chi controlla fisicamente i colli di bottiglia.
E su tutto, vale il punto che abbiamo evidenziato già per l’America di Mamdani: la volatilità politica non è più un rischio episodico, è una costante di regime, da prezzare come tale.
Approfondimento a cura di Gilberto Moretti
Lugano, 6 settembre 2026
[1]Cfr. Ziegler, S., "Wipe out with a stroke of the pen" – Trump threatens Switzerland, in bluewin.ch, 07.08.2026.
[2]Cfr. Jaffe, A., Trump exaggerates trade deficit with Switzerland by ignoring surplus in services, in FactCheck.org, 06.08.2025.
[3] Cfr. White House, Fact Sheet: President Donald J. Trump Bolsters National Security and Strengthens U.S. Supply Chains by Imposing Tariffs on Drones and Their Parts and Components, in whitehouse.gov, 13.08.2026.
[4]Cfr. Aa.Vv., Trump signs order to rename Lake Ontario to ‘Lake America’, in NBC News, 27.08.2026.
[5]Cfr. Miran, S., A User’s Guide to Restructuring the Global Trading System, in Hudson Bay Capital, nov. 2024.
[6]Cfr. Farrell, H. e Newman, A.L., Weaponized Interdependence: How Global Economic Networks Shape State Coercion, in International Security, vol. 44, n. 1, 2019.
[7] Cfr. Hudson, M., Crisis of the Empire, in michael-hudson.com, 23.02.2026.
[8]Cfr. European Central Bank, The international role of the euro, in ecb.europa.eu, Giugno 2026.
[9] Cfr. Johnson, M., Geopolitical Socialism: Xi and Putin Build Bloc Power, in China Brief, Jamestown Foundation, 12.08.2026.
[10]Cfr. Caracciolo, L., Se l’America non ci garantisce più gli stretti marittimi, in Limes, 15.06.2026.
[11]Cfr. Petroni, F., Una talassocrazia priva di navi, in Limes, Gli stretti indispensabili, n. 7/2026; Roston, A., Trump’s war on Iran is rapidly draining US navy budget, documents and interviews reveal, in The Guardian, 28.08.2026.
[12]Cfr. Cuscito, G., Il piano della Cina per non morire di stretti, in Limes, Gli stretti indispensabili, n. 7/2026.
[13]Cfr. Aa.Vv., Neutralità svizzera: i sondaggi dicono no al cambiamento, ma il Ticino fa eccezione, in tio.ch, 19.08.2026.
[14]Cfr. Revill, J., Swiss to Vote on Whether to Tighten Neutrality, End Peacetime Cooperation With NATO, in U.S.News, 26.08.2026.
[15]Cfr. Veronesi, L., Trump: «D-Day economico contro l’Iran». Ma sulle nuove sanzioni è scontro con la Cina, in Il Sole24Ore, 22.08.2026.
[16]Cfr. Power, J., US threat of ‘economic D-Day’ for Iran tests Trump’s China détente, in Al Jazeera, 24.08.2026.
[17] Cfr. Shafqat, A., Islamabad says not bound by unilateral US sanctions on Iran, in The Nation, 28.08.2026; Aa.Vv., Remarks attributed to Pakistan regarding US sanctions on Iran are 'misconstrued', in Geo.tv, 27.08.2026.
[18]Cfr. Crooke, A., Netanyahu’s reprise of the "Iraq WMD deceit" – re-launched to promote war on Iran, in Strategic Culture Foundation, 15.08.2026.
[19]Cfr. Cuscito, G, op. cit.
[20]Cfr. du Quenoy, P., Apologia di America First, in Limes, Fiamme Americane (a cura di Federico Petroni), 04.08.2026.
[21]Cfr. Dalio, R., How Countries Go Broke: The Dynamic Behind What is Happening Now, in Substack Principled Perspectives, 21.08.2026
[22]Cfr. Krugman, P., How China Won the Iran War, Substack «Paul Krugman», 03.08.2026.
[23]Cfr. Kagan, R., Iran Unleashed, in The Atlantic, 23.08.2026.




